my life as a rolling stones

NON È SOLO ROCK'N'ROLL – DOPO 60 ANNI DI MUSICA, SOLDI A PALATE, SESSO, ECCESSI E PENTIMENTI, AI ROLLING STONES MANCAVA SOLO UNA DOCU-SERIE. E ORA È ARRIVATA (IN AMERICA SU EPIXTV) – TRA I FILMATI D'EPOCA, SI VEDE UN GIOVANE MICK JAGGER CHE, ALLA DOMANDA “CI SI VEDE A SALTARE SUL PALCO DOPO I CINQUANT' ANNI?” RISPONDE “SENZA PROBLEMI” – E POI KEITH RICHARDS PRENDE A PICCONATE IL MITO DELLA TRASGRESSIONE (“LE DROGHE? FORSE NON NE È VALSA LA PENA…” – VIDEO

Estratto dall'articolo di Andrea Palazzo per “Il Messaggero”

 

My Life as a Rolling Stone

«Ci si vede a saltare sul palco dopo i cinquant' anni?». E un giovane Mick Jagger, alla fine degli Anni Sessanta, rispondeva divertito: «Senza problemi». Dopo 60 anni di carriera straordinaria, ai Rolling Stones mancava solo una docu-serie tv, che adesso c'è. Spinti dal successo di The Beatles: Get Back, Jagger e soci hanno realizzato My Life as a Rolling Stone, appena uscita in America su Epix Tv.

 

Per la prima volta parlano i protagonisti. Ognuno dei quattro episodi ruota intorno all'intervista di un membro della band, compreso Charlie Watts, scomparso un anno fa. Sullo sfondo, clip inedite, interviste e temi familiari: dalla droga alle provocazioni contro l'establishment, ma anche nuovi spunti sulla loro vita artistica (Jagger confessa: «La mia voce? Non è granché»).  […]

 

«Io androgino? Non sapevo cosa volesse dire. Sul palco recito, nella vita sono egocentrico meno della metà». Mick, poi, racconta l'importanza della lezione di Little Richard e Chuck Berry e per i celebri passi di danza riconosce il debito a Tina Turner, che confessa: «Era bravino, ma non pensavo avrebbe mai combinato qualcosa», salvo poi ricredersi.

 

LE LEZIONI

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La serie mette l'accento sul suo biennio alla London School of Economics, le lezioni di marketing gli sono servite. Mick capì per primo l'importanza delle apparizioni in Tv, studiando le angolazioni delle telecamere. Al pubblico tutto doveva sembrare spontaneo e improvvisato. Non lo era. Anche con i giornalisti ci sapeva fare. Quando gli chiedevano: «Non ti pesa essere famoso?», lui ribatteva: «Mio caro, lo sono da quando avevo 17 anni».

 

La svolta fu l'arresto per droga nel '67, che si rivelò un volano per la carriera, grazie all'editoriale del Times che li assolse: la sentenza era troppo severa. Il manager Andrew Loog Oldham colse la palla al balzo per creare la contrapposizione con i bravi ragazzi dei Beatles. «Erano dei luridoni come noi», dicono gli Stones oggi.

 

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Dal successo sregolato Jagger avrebbe trasformato la band in un brand, con tanto di logo, le mitiche labbra rosse con la linguaccia a mo' di protesta. Chrissie Hynde lo descrive come «maniaco ossessionato dal controllo» e lui si schermisce, ma il suo episodio sembra il meno spontaneo.

 

La serie vuole rendere giustizia a tutta la band, senza gerarchie. Nel ritratto dedicato a Keith Richards vediamo un anti-leader laconico con una sola passione, il blues.

Prende a picconate il mito della trasgressione: «Le droghe? Forse non ne è valsa la pena». Erano solo il disperato tentativo di un uomo fragile di reggere il peso della celebrità. [..]

 

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LE LITI

La relazione con Mick ha avuto alti e bassi ma Richards minimizza, «tempeste in una tazza di tè», dice, anche se Jagger non vuole usare l'aggettivo fraterno, quando parla di lui. «Se c'è qualcuno che ha salvato gli Stones quello è Ronnie Wood», dichiara il manager Joyce Smith. Quando arrivò nel 1975 ha tenuto insieme la band con il nuovo sound del rock londinese. […]

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L'ultimo episodio è il più commovente, con Charlie Watts, già segnato dalla malattia, che scherza: «Per una volta oggi sono io la star». Colpiscono le assenze. Non c'è il bassista Bill Wyman (lasciò nel '93), né si parla del co-fondatore Brian Jones. Alla fine resta una storia semplice: è solo rock' n'roll, quello degli Stones, ma ci piace. Da una vita.

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