camion basko ponte morandi

CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO PER 59 DEI 69 INDAGATI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI IN CUI SONO MORTE 43 PERSONE - COINVOLTI ANCHE L'EX AD DI ASPI, GIOVANNI CASTELLUCCI, IL RESPONSABILE DELL'UFFICIO CENTRALE OPERAZIONI PAOLO BERTI E QUELLO NAZIONALE DELLE MANUTENZIONI MICHELE DONFERRI MITELLI. CI SONO POI RESPONSABILI E TECNICI DI SPEA E DIRIGENTI MINISTERIALI, COLORO CHE PER LA PROCURA AVREBBERO DOVUTO VIGILARE E NON LO FECERO: "CONOSCEVANO I RISCHI"

Marco Fagandini Tommaso Fregatti per "la Stampa"

 

giovanni castellucci

La procura di Genova chiede che 59 dei 69 indagati per la strage del Ponte Morandi siano processati. Così come le due società chiamate a rispondere ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa, ovvero Autostrade per l'Italia e Spea, il soggetto che all'epoca monitorava le infrastrutture del concessionario. Le posizioni degli altri dieci indagati invece vengono stralciate, per essere sottoposte a un'ulteriore valutazione, prima di decidere se archiviarle o meno. Le tempistiche programmate dagli inquirenti sono state rispettate.

 

crollo ponte morandi

«Non è stato perso neppure un giorno a disposizione per l'inchiesta», aveva detto il procuratore capo Francesco Cozzi. E il piano di arrivare alle richieste di rinvio a giudizio prima della pausa estiva si concretizzerà in queste ore, quando saranno notificati materialmente i documenti. A quel punto si chiarirà anche quali sono i dieci nomi "congelati" dai magistrati. Poco più di due anni e nove mesi sono serviti agli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo D'Ovidio e dai sostituti Massimo Terrile e Walter Cotugno, per fare luce su quel 14 agosto del 2018.

 

le carcasse delle auto sotto il ponte morandi

Quando il viadotto Morandi era crollato ed erano morte 43 persone. Per gli inquirenti, quei 59 indagati già sapevano delle fragilità del viadotto. Ma non avrebbero fatto niente o quasi per monitorarne lo stato di salute effettivo. E per rinforzarlo come sarebbe stato necessario, a partire dallo strallo sud della pila 9, il primo a cedere.

 

Il mantra era ridurre le spese in manutenzioni e sicurezza per aumentare i guadagni di Aspi, sostengono i finanzieri agli ordini dei colonnelli Ivan Bixio (Primo Gruppo) e Giampaolo Lo Turco (nucleo metropolitano), che hanno esaminato fra le migliaia di documenti dell'inchiesta anche anni di bilanci. Illuminanti, per gli inquirenti, sono state anche le due perizie, una sulle condizioni del viadotto e una sulle cause del crollo, disposte dal giudice per l'udienza preliminare Angela Maria Nutini ed eseguite in incidente probatorio (e quindi terze rispetto alle parti).

 

soccorsi dopo il crollo del ponte morandi

Per i quattro autori della seconda, il crollo si sarebbe evitato se «fossero stati svolti i regolari controlli e le attività di manutenzione che avrebbero certamente individuato uno stato di corrosione cominciato sin dai primi anni di vita del ponte e che è progredito senza arrestarsi fino al momento del crollo», si legge nelle sintesi della perizia.

 

ruspe al lavoro per spezzare i blocchi del ponte morandi

Fra i 69 indagati ci sono figure di primissimo piano dell'epoca di Aspi, come l'ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, il responsabile dell'ufficio centrale operazioni Paolo Berti e quello nazionale delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli. Ci sono poi responsabili e tecnici di Spea e dirigenti ministeriali nel mirino, coloro che per la procura avrebbero dovuto vigilare e non lo fecero. Tra questi ultimi il provveditore alle opere pubbliche per Piemonte e Liguria Roberto Ferrazza. I reati contestati a vario titolo sono omicidio stradale plurimo, crollo doloso, falso e attentato alla sicurezza dei trasporti.

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