gabriele tadini luigi nerini enrico perocchio funivia stresa mottarone

HA FATTO TUTTO DA SOLO? – SECONDO IL GIP IL CAPOSERVIZIO GABRIELE TADINI HA CHIAMATO IN CAUSA IL PROPRIETARIO DELLA FUNIVIA DEL MOTTARONE, LUIGI NERINI, E IL RESPONSABILE DEL SERVIZIO, ENRICO PEROCCHIO, SOLO PER ALLEGGERIRE LA SUA POSIZIONE - I DUE RESTANO INDAGATI, MA SONO LIBERI: NON C’È ALCUN ELEMENTO DA CUI SI POSSA EVINCERE IL PERICOLO DI FUGA. MA POTEVANO NON SAPERE CHE TADINI AVEVA DECISO DI LASCIARE I FORCHETTONI INSERITI NEI FRENI D’EMERGENZA?

gabriele tadini

Lodovico Poletto per "la Stampa"

 

Sette giorni e una sola certezza: la strage del Mottarone è stata provocata dal blocco dei freni di emergenza della cabina numero 3 della funivia che, dalle sponde del Lago Maggiore, a Stresa, sale in cima alla montagna. Fine.

 

strage funivia del mottarone

Tutto il resto va rivisto. Ridiscusso. Rianalizzato, alla ricerca di elementi che spieghino due cose. Uno: perché la fune trainante si è spezzata. Due: chi davvero sapeva, e chi ha fatto viaggiare quella cabina della funivia in spregio a ogni più elementare norma di sicurezza. In spregio al buonsenso. Alla cura che va messa nel tutelare i clienti. All' umanità.

 

enrico perocchio.

La svolta dell' altra notte racconta una storia diversa da quella narrata subito dopo gli arresti della scorsa settimana. E il gip Donatella Bonamici, in venti pagine, smonta i ragionamenti della procuratrice Bossi. Offre una lettura differente delle dichiarazioni di Gabriele Tadini, il caposervizio che ha fatto scattare le manette. E la sintesi è: ha chiamato in causa gli altri per alleggerire la sua posizione. O quantomeno, le sue spiegazioni sono deboli e non supportate.

 

FUNIVIA STRESA MOTTARONE

Ecco, bisogna partire da qui, da questa lettura, per capire la «ratio» adoperata dal giudice per le indagini preliminari per scarcerare Gigi Nerini ed Enrico Perocchio: il boss e il responsabile del servizio di trasporto su fune, per altro mai interrogati. E ciò che scrive Buonamici è una pietra tombale sulle scelte del capo della Procura. La prima: «Il fermo è stato eseguito fuori dai casi previsti dalla legge». La seconda: Non c' è «alcun elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di fuga» degli indagati.

 

FUNIVIA STRESA MOTTARONE

Motivo? Perocchio è un professionista, un padre con una situazione famigliare complessa. Nerini, invece, ha costruito la sua vita qui, sulle sponde del lago. Ha due figli, è separato e non ha ragioni di voler fuggire. Tadini invece è reo confesso: la sua libertà personale va limitata. Ma agli arresti domiciliari. A riguardo del «clamore mediatico nazionale e internazionale attorno a questa vicenda» scritto da Bossi nel decreto di arresto, viene definita «di palese evidenza» la sua «totale irrilevanza» rispetto al pericolo di fuga. Che c' entra, cioè, tutto questo con le manette? E con il carcere? Bonamici è lapidaria: «Ci sono indizi di colpevolezza solo nei confronti di Gabriele Tadini».

 

luigi nerini 1

E così torna daccapo. Ai racconti del caposervizio che ha chiamato in causa gli altri due. Ai verbali dei sei impiegati delle Ferrovie del Mottarone interrogati nei giorni successivi alla sciagura. Alle spiegazioni. Tadini tira in ballo i suoi due superiori. Dice testualmente a verbale: «Dell' iniziativa di mettere i ceppi ai freni della cabina 3 ne ho parlato con l' ingegner Perocchio, al quale ho anche detto che per poter far funzionare l' impianto sarei stato costretto a mantenere tale accorgimento. Lo sapeva anche il signor Nerini, di fatto lo sapevano tutti».

strage funivia del mottarone 2

 

Ecco, il gip smonta questa chiamata in correità. Dice che non basta una frase. Non bastano poche parole non supportate da altri elementi e per di più pronunciate dopo 7 ore di interrogatorio: «Che ne confermino l' attendibilità». E ancora: «Nemmeno alcun riscontro emergeva dalle dichiarazioni dei dipendenti della Mottarone».

 

Già, i dipendenti. Tutti sapevano, o quasi, dei blocchi ai freni di emergenza sulla cabina 3. Sapevano che Tadini faceva piazzare i «forchettoni» perché c' erano dei cali di pressione sui freni. Ma soltanto uno di loro chiama in causa i vertici dell' impianto. Il suo nome è Fabrizio Coppi.

 

INCIDENTE FUNIVIA STRESA MOTTARONE

Che a verbale dice: «Ho personalmente capito, in più occasioni, che il signor Tadini riferiva al direttore d' esercizio e al gestore dell' impianto di avarie o anomalie riscontrate e che era necessario bloccare l' impianto stesso».

 

E ancora: «Nonostante questo la loro volontà era quella di proseguire, rimandando l' eventuale riparazione... più avanti nel tempo, quando cioè la funivia si sarebbe fermata per la chiusura stagionale, o se si trattava di riparazioni più semplici e veloci nei giorni di brutto tempo, quando l' affluenza dei turisti sarebbe stata pari a zero». L' affondo arriva poche domande dopo: «Ho udito più volte Tadini discutere animatamente al telefono con Perocchio e Nerini poiché questi ultimi erano contrari alla chiusura dell' impianto, nonostante la volontà di Tadini fosse di chiudere».

 

FUNIVIA STRESA MOTTARONE

Tutti gli altri no. Non parlano dei vertici della società. Raccontano che Tadini era rimasto l' unico caposervizio «perché il suo collega era andato in pensione all' inizio del 2021 e non era ancora stato sostituito». Narrano dettagli sui ceppi. Come e quando venivano messi. Spiegano che Tadini «doveva essere informato». Che era «lui a decidere».

 

Qualcuno ammette: «Sì, li ho messi pure io, ma su indicazione del nostro responsabile». Cioè sempre lui, sempre l' ultrasessantenne dipendente delle Ferrovie del Mottarone da 36 anni in servizio a Stresa: Gabriele Tadini, l' uomo dei tormenti post disastro, della confessione tirata fuori con le pinze (dopo un fiume di domande), della chiamata in correità degli altri due.

luigi nerini

 

La giudice per le indagini preliminari, nelle 24 pagine di ordinanza, offre anche una spiegazione del perché il caposervizio della Mottarone potrebbe aver fatto i nomi degli altri: «Tadini sapeva benissimo di essere stato lui a prendere la decisione di non rimuovere i ceppi. Sapeva perfettamente che il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone. E che sarebbe stato chiamato a rispondere, anche e soprattutto in termini civili, del disastro causato in termini di perdite di vite umane».

funivia del mottarone

 

Ed è per questa ragione che Bonamici parla di «credibilità profondamente minata». Come dire: non è il miglior testimone al mondo su cui basare una intera ricostruzione di questa vicenda. Anche perché aveva troppi interessi nel raccontare una verità differente da quella reale.

 

Di più. Ecco la frase che insinua dubbi su tutto e che trae origine dalle spiegazioni precedenti: «E allora perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni».

 

il forchettone dei freni di emergenza della funivia del mottarone

E ancora: «Perché non attribuire ANCHE a Nerini e Perocchio la decisione di non rimuovere i ceppi?». Con quell'«anche» scritto in maiuscolo, a significare che potrebbe esserci stato un tentativo di «condividere» le responsabilità. E conclude così: «Tadini sapeva benissimo che chiamando in correità i soggetti FORTI (scritto di nuovo in maiuscolo) del gruppo, il suo profilo di responsabilità sarebbe stato, se non escluso del tutto, quantomeno attenuato».

 

Insomma: l' impianto dell' accusa passato al primo vaglio non starebbe in piedi. Anche perché l' unica motivazione offerta è quella economica. Che per il gip è troppo fragile. Leitner veniva pagata 120 mila euro l' anno per le riparazioni. Tutto compreso. Non c' era ragione di non fermare la funivia.

il forchettone dei freni di emergenza della funivia del mottarone

 

Ecco, l' inchiesta riparte da qui. Dalla frenata impressa dal gip. Riparte dalle perizie sulla fune, da quelle sui documenti non ancora presi in considerazione, dalla «scatola nera» che gli operatori dicono esserci «ma non sappiamo dov' è». E forse, alla fine di tutto questo salteranno fuori altre responsabità. Altri nomi. Dopo l' altra notte tutto gira attorno ad un uomo prossimo alla pensione: Gabriele Tadini. Reo confesso.

enrico perocchio luigi nerini funivia stresaforchettone funivia stresaLA FUNIVIA DI STRESAIL SISTEMA DI SICUREZZA DELLA FUNIVIAFUNIVIA STRESAfunivia Stresa Mottaronefunivia del mottarone 3 funivia stresaincidente funivia stresa mottaroneincidente funivia stresa mottarone 2incidente funivia stresa mottarone INCIDENTE FUNIVIA STRESA MOTTARONEFiori alla Funivia di Stresa

Ultimi Dagoreport

riccardo muti domenico beatrice venezi

DAGOREPORT – NESSUNO SI SOGNEREBBE MAI DI PENSARE CHE IL GIUDIZIO POSSIBILISTA DI RICCARDO MUTI SU BEATRICE VENEZI ALLA FENICE (“LASCIATELA DIRIGERE E POI LE ORCHESTRE VARIE E I CORI VARI DECIDERANNO”) DIPENDA DAL FATTO CHE LA FENICE HA ASSUNTO SUO FIGLIO, L’AVVOCATO DOMENICO MUTI, INCARICATO DI “CONSULENZA STRATEGICA E PROCACCIAMENTO DI AFFARI” PER LA MODICA CIFRA DI 30 MILA EURO ALL’ANNO – EN PASSANT, SI SCOPRE ANCHE CHE LA FENICE PAGA 39 MILA EURO PER SEI MESI, DAL 15 GENNAIO SCORSO AL 14 LUGLIO PROSSIMO, ALLA BARABINO & PARTNERS, CIOÈ L’AGENZIA CHE SI STA OCCUPANDO DELL’IMMAGINE DI BEATRICE VENEZI, SENZA GRANDE SUCCESSO VISTE LE ULTIME INFELICI USCITE PUBBLICHE DELLA SIGNORA - (AH, COME AVEVA RAGIONE LEO LONGANESI QUANDO PROPONEVA DI METTERE SUL TRICOLORE UNA GRANDE SCRITTA: “TENGO FAMIGLIA”) – VIDEO

vannacci meloni la russa crosetto alleanza nazionale movimento sociale fratelli d italia

DAGOREPORT - PER NON DIMENTICARE LA…MEMORIA - VANNACCI FA MALE A SALVINI MA ANCHE A GIORGIA MELONI. E NON SOLO PER RAGIONI ELETTORALI, CIOE’ PER I VOTI CHE PUO’ PORTARLE VIA, MA SOPRATTUTTO PER QUESTIONI IDEOLOGICHE - IL GENERALE, CHE RIVENDICA DI RAPPRESENTARE “LA VERA DESTRA”, HA BUON GIOCO A SPUTTANARE I CAMALEONTISMI E I PARACULISMI DELLA DUCETTA (BASTA ASCOLTARE GLI INTERVENTI DI QUANDO FDI ERA ALL'OPPOSIZIONE) - DAL COLLE OPPIO A PALAZZO CHIGI, LA DESTRA MELONIANA HA INIZIATO UN SUBDOLO SPOSTAMENTO VERSO IL CENTRO. E COSI' IL GIUSTIZIALISMO PRO-MAGISTRATI E' FINITO IN SOFFITTA; DA FILO-PALESTINESE E ANTI-SIONISTA E' DIVENTATA FILO-ISRAELIANA; DA ANTI-AMERICANA E ANTI-NATO, SI E' RITROVATA A FARE DA SCENDILETTO PRIMA A BIDEN ED OGGI A TRUMP - CERTO, LA VERA MISURA DELL’INTELLIGENZA POLITICA È LA CAPACITÀ DI ADATTARSI AL CAMBIAMENTO, QUANDO E' NECESSARIO. E LA “SALAMANDRA DELLA GARBATELLA” LO SA BENISSIMO. MA DEVE ANCHE TENER PRESENTE CHE CI SONO PRINCIPI E VALORI CHE NON VANNO TRADITI PERCHE' RAPPRESENTANO L'IDENTITA' DI UN PARTITO...

giorgia meloni elly schlein giuseppe conte antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT - LA LEGGE ELETTORALE BY MELONI-FAZZO È PRONTA E C’È UNA SORPRESA: SECONDO RUMORS RACCOLTI DA DAGOSPIA, LA RIFORMA NON PREVEDEREBBE IL NOME DEL PREMIER SUL SIMBOLO ELETTORALE, COME INVECE SOGNAVA LA SORA GIORGIA (AVENDO FALLITO IL PREMIERATO, “MADRE DI TUTTE LE RIFORME”, PROVAVA A INTRODURLO DI FATTO) – FORZA ITALIA E LEGA HANNO FATTO LE BARRICATE, E LA DUCETTA HA DOVUTO TROVARE UN COMPROMESSO - MA TUTTO CIO'  NON TOGLIE DALLA TESTA DI GIUSEPPE CONTE, DALL'ALTO DI ESSERE STATO DUE VOLTE PREMIER, LA FISSA DELLE PRIMARIE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO PREMIER DEL CENTROSINISTRA UNITO - ALL'INTERNO DI UN PARTITO, LE PRIMARIE CI STANNO; PER LE COALIZIONI VIGE INVECE IL PRINCIPIO DEL PARTITO CHE OTTIENE PIU' VOTI (VALE A DIRE: IL PD GUIDATO DA ELLY SCHLEIN) - NEL "CAMPOLARGO" INVECE DI CIANCIARE DI PRIMARIE, PENSASSERO PIUTTOSTO A TROVARE I VOTI NECESSARI PER RISPEDIRE A CASA I “CAMERATI D'ITALIA” DELL’ARMATA BRANCA-MELONI…

giancarlo giorgetti - foto lapresse

FLASH! – UN “TESORO” DI RUMORS: I RAPPORTI TRA IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, GIANCARLO GIORGETTI, E IL SUO PARTITO, LA LEGA, SEMBRANO GIUNTI AL CAPOLINEA – IL “DON ABBONDIO DEL CARROCCIO”, QUALCHE GIORNO FA, PARLANDO DEL CASO VANNACCI, SI SAREBBE SFOGATO IN PARLAMENTO CON UN CAPANNELLO DI COLLEGHI LEGHISTI (TRA CUI ANCHE QUALCHE FRATELLINO D’ITALIA), MOSTRANDO TUTTA LA SUA DISILLUSIONE - LA SINTESI DEL SUO RAGIONAMENTO? “NON MI SENTO PIÙ DELLA LEGA, CONSIDERATEMI UN MINISTRO TECNICO…”

donald trump emmanuel macron charles kushner

DAGOREPORT – NEL SUO DELIRIO PSICHIATRICO, DONALD TRUMP STAREBBE PENSANDO DI NON PARTECIPARE AL G7 DI EVIAN, IN FRANCIA, A GIUGNO - SAREBBE UNA RITORSIONE PER L'''AMMONIMENTO'' DATO DAL DETESTATISSIMO MACRON ALL’AMBASCIATORE USA, CHARLES KUSHNER (CHE DEL TYCOON E' IL CONSUOCERO), CHE SE NE FREGA DI FORNIRE SPIEGAZIONI AL MINISTRO DEGLI ESTERI, BARROT, SUI COMMENTI FATTI DA WASHINGTON SULLA MORTE DEL MILITANTE DI DESTRA, QUENTIN DERANQUE - PER LO STESSO MOTIVO ANCHE GIORGIA MELONI, DIMENTICANDO CHE L'ITALIA E' NELL'UE E HA MOLTO DA PERDERE, HA IMBASTITO UNA GUERRA DIPLOMATICA CON MACRON - È UNA COINCIDENZA O C’È UNA STRATEGIA COMUNE TRA LA DUCETTA E TRUMP?