LASCIATE AI RAGAZZI IL DIRITTO DI ESSERE UN PO' COJONI - LO SCRITTORE PAOLO DI PAOLO CONTRO I VECCHI TROMBONI CHE SI INCAZZANO PER I RAGAZZI CHE “PARLANO IN CORSIVO”: "NON AVETE NIENTE DI MEGLIO DA FARE? È UN PO' COME SE PAPÀ E MAMMA SI METTESSERO A ORIGLIARE DISCORSI E BUFFONERIE DA COMITIVA GIOVANE. DI LINGUE LUDICHE, DI ALFABETI FARFALLINI È FITTA LA STORIA DI OGNI ADOLESCENZA. POI SI CRESCE, E LA VITA “TORNA SCRITTA IN TONDO…” - VIDEO

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Paolo Di Paolo per “la Repubblica”

 

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Se nel 1992 avessi detto «usa il corsivo», l'interlocutore avrebbe colto un'indicazione calligrafica. Vale a dire: non in stampatello. Vi suona? Se nel 2002 avessi detto «usa il corsivo», l'interlocutore avrebbe attivato la corretta formattazione nel documento del programma di videoscrittura. Se nel 2012 avessi detto a un giornalista esordiente «Mi scrivi un corsivo?», mi avrebbe guardato un po' interdetto. Eppure, nei fatti, ciò che io stesso sto scrivendo in questo momento è un pezzo a metà fra cronaca e "corsivo". In un gergo professionale un po' appannato, si tratta del commento polemico-ironico.

 

Nell'estate del 2022, usare il corsivo significa, intanto, parlare. E già questo è un primo punto. Parlare in corsivo! Aldo Manuzio, il tipografo quattrocentesco a cui si deve l'invenzione del carattere tipografico in questione, sarebbe più interdetto del giornalista esordiente appena evocato. Vogliamo dire che si tratta di un "fenomeno", di una tendenza esplosa in questi giorni tra i giovanissimi? Sarebbe sopravvalutarla. 

 

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E tuttavia, è indubbio che in quella specie di centrifuga di tranche de vie che è TikTok, il social degli under 25 (frequentato da goffissimi over), il "parlare in corsivo" è diventato una moda, un gioco collettivo, una provocazione ridanciana. Senza un esempio sonoro, è difficile descrivere il corsivo parlato: si tratta di storpiare e allungare, nasalizzandole un po', le vocali. Con una inflessione settentrionale, più specificamente milanese, di un milanese calcato e lagnoso. L'influencer Elisa Esposito ha realizzato un tutorial per principianti, con tanto di indicazione ortofonica.

 

La parola "alunna", per dire, andrebbe pronunciata "alünnæ", con un tono di cantilena.

Il "corsivoe", generando meme, lezioncine surreali e altrettanto surreali messe in pratica, si offre come transitorio carburante della macchina del lazzo social, dove la parodia della parodia fa guadagnare punti.

 

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C'è da stupirsi? No. E nemmeno da indignarsi, con quel tono insopportabile degli attempati che - magari con un post Facebook (social per over 30) - danno lezioni di etichetta e nerbo ai ragazzini. Alle cui orecchie, se Dio vuole, non arrivano - impegnati come sono a estendere il "corsivoe" al ridere, al piangere, al ruttare (non sto inventando). Al pari di molti opinionisti accigliati, gli iscritti al gruppo Facebook legato alla trasmissione radiofonica sulla lingua italiana che conduco, La lingua batte , manifestano la loro indignazione. 

 

Ma la verità è che il moralismo porta fuori strada, oltre a essere noioso. Nessuno obbliga o obbligherà nessuno a parlare in corsivoe; la pronuncia demenziale - state rilassati, adulti - non sarà diffusa fuori dai confini del Regno dell'Inesauribile Cazzeggio cui spesso partecipate, partecipiamo; o, per meglio dire, il regno dell'Infinite Jest (in corsivo!) - lo scherzo infinito che dà il titolo a un epocale romanzo di David Foster Wallace (1996) sulla coazione a essere perennemente intrattenuti. 

 

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Trovo patetici tanto i quarantenni che si mettono a giocare con la nuova moda, quanto i cinquantenni che la esecrano. Non avete niente di meglio da fare? L'unica minima verità che il corsivoe ci consegna è che una innocente, quanto insensata, trovata adolescenziale non resta confinata fra le pareti di un'aula scolastica (ma vi ricordate quanto si poteva essere stupidi, fra i banchi? Nessuna generazione esclusa). Filtra nella rete, e lì si amplifica, diventando contagiosa e destando curiosità adulte, comprese quelle giornalistiche che motivano la pagina che avete sotto gli occhi. 

 

È un po' come se papà e mamma si mettessero a origliare discorsi e buffonerie da comitiva giovane. Che dovrebbero fare? Alzare le spalle, e tenersi alla larga. Di pseudo-gerghi, di idioletti, di lingue ludiche, di alfabeti farfallini è fitta la storia linguistica di ogni adolescenza. Poi si cresce, e la vita - come le lettere del commercialista, come questo articolo - torna scritta in tondo.

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