alberto belli paci liliana segre

“HO ODIATO I TEDESCHI CON TUTTE LE MIE FORZE, E RESTO MOLTO DIFFIDENTE” – ALBERTO BELLI PACI, FIGLIO DI LILIANA SEGRE, RACCONTA QUANDO HA SCOPERTO LA VERITÀ SULLA DEPORTAZIONE DELLA MADRE: “FIN DA PICCOLO VEDEVO QUEL MARCHIO SUL SUO BRACCIO E LE CHIEDEVO COSA FOSSE. LEI MI RISPONDEVA SEMPRE: ‘È UNA COSA BRUTTA FATTA ALLA MAMMA DA UOMINI CATTIVI'. POI A 13 ANNI MI RACCONTÒ TUTTO UN SUO CUGINO, CHE IO CHIAMAVO OSCAR” – “NON HO MAI AVUTO IL CORAGGIO DI ANDARE AD AUSCHWITZ. IDEM MIA MADRE. È ARRIVATA A PRAGA, MA LÌ HA AVVERTITO UN ODORE CHE LE RICORDAVA LA POLONIA ED È DOVUTA RITORNARE INDIETRO” – “I NEGAZIONISTI? NON SONO DEGLI IMBECILLI, MA DEGLI ODIATORI SERIALI FASCISTI”

Stefano Lorenzetto per “Oggi”

 

liliana segre con il figlio alberto belli paci ragazzino

Alberto Belli Paci ha la stessa intonazione di voce della madre. Il giorno in cui lo partorì, nel 1953, Liliana Segre scoppiò in lacrime. Le prime che versava dal 30 gennaio 1944, quando, tredicenne, fu deportata con il padre ad Auschwitz-Birkenau.

 

Non era mai riuscita a piangere nel lager e neppure nei 40 giorni passati nel carcere di San Vittore, quinto raggio, l’ultima casa che ebbe in attesa del «trasporto» dalla stazione di Milano alla Polonia. Nella cella 202, di notte si svegliava di soprassalto e trovava il papà inginocchiato al suo fianco a chiederle perdono per averla messa al mondo.

 

il braccio di liliana segre con il numero tatuato dai nazisti ad auschwitz

In 605 furono rinchiusi sui carri bestiame. Sarebbero tornati in 20. Il primogenito della senatrice a vita porta lo stesso nome del nonno gasato nel campo di sterminio. Identica anche la fronte e l’attaccatura dei capelli.

 

Sua mamma nella Shoah perse altri sei familiari: Olga e Giuseppe, i genitori del padre Alberto Segre, e quattro cugini, Rosa Spiegel con il figlio Felice e Rino Ravenna con il fratello Giulio. « Rino si suicidò gettandosi dall’ultimo piano del raggio mentre eravamo reclusi a San Vittore. Ricordo il suo corpo disarticolato sul pavimento: era il primo morto che vedevo in vita mia», mi raccontò Liliana Segre molti anni fa. Il calvario di Giulio si concluse invece a Fossoli: morì di stenti nel campo di concentramento presso Modena.

 

Alberto Belli Paci dopo il liceo si era iscritto a Giurisprudenza. Sarebbe dovuto diventare avvocato come il padre Alfredo e come il fratello Luciano. Invece, al pari della sorella più piccola, Federica, ha preferito dedicarsi ai tessuti nella Segre & Schieppati, fondata nel 1897 dal bisnonno Giuseppe. Poi è stato responsabile estero in varie aziende di abbigliamento.

 

edoardo belli paci francesca riva alberto belli paci

La moglie Francesca Riva, architetto paesaggista, è morta nel 2020. «La donna della mia vita. Siamo stati insieme 40 anni, gli ultimi cinque a combattere un tumore alle ossa. Ho smesso di girare il mondo, non l’ho lasciata sola neppure per un secondo: è la cosa di cui vado più orgoglioso». Il figlio Edoardo, 34 anni, lavora per una società statunitense.

 

Ha mai visto piangere sua madre?

«Rarissimamente. L’ho fatta piangere qualche volta io, da bambino. Ero un pessimo scolaro, molto discolo. Un ribelle».

 

Avete mai litigato?

«No. Capitava con mio padre. Ci ha lasciati nel 2008. Ha sacrificato la sua vita agli ideali. L’ho molto ammirato per questo. Aveva 10 anni più della mamma. Era stato allievo della Scuola navale Morosini a Venezia e dell’Accademia militare di Livorno. Fu catturato dai tedeschi in Grecia.

alberto belli paci

 

Passò di lager in lager con gli Imi, internati militari italiani. Di fronte all’alternativa tra fame o adesione alla Repubblica sociale di Benito Mussolini, disse: “Ho giurato fedeltà al re”. E ordinò ai suoi uomini di non firmare. Trascorse la prigionia nelle celle di rigore. Ma non si piegò mai. Era valoroso, di una dirittura morale senza eguali».

 

In che modo conobbe la futura moglie?

«I Belli Paci erano di Pesaro. La incontrò lì, in spiaggia. Vide il 75190 che i nazisti ad Auschwitz le avevano tatuato con l’inchiostro blu sull’avambraccio sinistro. “So che significa quel numero”, le sussurrò».

 

liliana segre settima votazione presidente della repubblica

Nel dopoguerra, uno zio aiutò sua madre a cercare notizie del padre Alberto, mai ritornato da Auschwitz.

«Lei arrivò in Italia nell’agosto 1945: pesava 32 chili. Sua madre Lucia Foligno nel 1929 si era sposata, nel 1930 l’aveva data alla luce e nel 1931 era morta, consumata da un tumore 10 mesi dopo il parto, a soli 26 anni.

 

Quello zio si chiamava Dario Foligno, sarebbe diventato vice avvocato generale dello Stato. Nel 1933 aveva letto il De civitate Dei e si era convertito al cattolicesimo, scegliendo di farsi battezzare con il nome del santo d’Ippona, Agostino.

 

segre alfredo belli paci

Il 16 ottobre 1943 sfuggì al rastrellamento nel ghetto di Roma e trovò rifugio in Vaticano. Portò mia madre da Pio XII. Lei sperava che il Pontefice, essendo stato nunzio a Berlino, potesse aiutarla a rintracciare il papà. Nel Palazzo Apostolico si mise in ginocchio, ma papa Pacelli le disse: “Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te”».

 

In casa vostra eravate ebrei osservanti?

liliana segre tiene in braccio la figlia federica

«No, nessuno dei Segre lo è mai stato. Con le leggi razziali del 1938, mamma fu esclusa dalla scuola pubblica di via Ruffini: la accolsero le suore Marcelline. Papà era cattolico. Lo sono anch’io, benché poco praticante. Ho studiato dai gesuiti, al liceo Leone XIII di Milano, e dai rosminiani a Domodossola. Noi figli siamo stati battezzati tutti e tre».

 

A che età apprese che sua madre era sopravvissuta alla Shoah?

liliana segre 8

«A 13 anni. A raccontarmelo fu un suo cugino che io chiamavo zio Oscar. Era scampato rifugiandosi in Svizzera. Fin da piccolo, al mare, vedevo quel marchio sul braccio di mia madre e le chiedevo che cosa fosse.

 

E lei mi dava sempre la medesima risposta: “È una cosa brutta fatta alla mamma da uomini cattivi”. Non diceva: “Che mi hanno fatto”. Proiettava quel dramma all’esterno di sé. Uno sdoppiamento della personalità. Io stesso ho dovuto affrontare parecchi anni di psicoterapia per uscirne».

 

Quindi la sinagoga e le 613 mitzvòt, le regole dell’ebraismo, le sono estranee.

alberto belli paci con la madre liliana segre all ambasciata francese

«È così. A 22 anni andai per un paio di mesi a raccogliere frutta in un kibbutz di Nir David, in Galilea. In realtà speravo di trovare le mie radici. Cercavo delle risposte che non ho trovato neppure in Israele».

 

Per 45 anni sua madre tacque su Auschwitz. Perché questo silenzio?

«Giriamo la domanda: perché nel 1990 decise di non tacere più? Sentiva intorno a sé gente che parlava dell’Olocausto come di un incidente della storia, una delle tanti stragi. Andò nelle scuole a raccontare la verità.

 

La aiutarono in questo percorso due amici carissimi, il cardinale Carlo Maria Martini e Nedo Fiano, un altro sopravvissuto. L’aspetto fantastico di mia madre è che lei non ha mai odiato. Mai! Invece io ho odiato i tedeschi con tutte le mie forze».

 

Li odia ancora?

«Resto molto diffidente. Sono cresciuto con tate austriache e svizzero-tedesche. Non capivo perché la loro lingua mi desse tanto fastidio. Mamma mi obbligò a studiare il tedesco fin da bambino.

liliana segre alberto belli paci

 

“Così potrai difenderti”, sosteneva. Quando ero export manager, a una cena in Germania, fui rimproverato da alcuni clienti che non sapevano nulla della mia tragedia familiare: “Lei non sorride mai. Perché?”. Risposi: il motivo è nel numero 75190. “Che significa?”, si stupirono. Spiegai. Scese il gelo, chinarono il capo.

 

Il commensale più anziano mi chiese scusa davanti a tutti. Un altro mi prese in disparte alla fine del banchetto: “Ero carrista in Russia. Avevo l’ordine di andare sempre dritto. Non importava se davanti al carrarmato c’era una casa: dovevo passarci dentro. Mi vergogno tantissimo”».

 

Agghiacciante.

«Basta aver letto La banalità del male di Hannah Arendt per capire che quella per loro era la normalità. O Comandante ad Auschwitz di Rudolf Höss, che diresse la fabbrica dello sterminio.

liliana segre con il padre alberto

 

Per i nazisti era solo un problema organizzativo. Lager in tedesco significa magazzino. Ogni prigioniero era uno Stück, un pezzo. Tot pezzi entrati in magazzino, tot ridotti in cenere. A Höss spettava il compito di calcolare quanti tronchi servivano per bruciarli».

 

È faticoso portare il nome del nonno?

« Lo è stato molto durante l’infanzia. Mi sentivo impegnato a somigliargli. Era un uomo che per mia madre incarnava la perfezione. Ma io non ero Alberto Segre, bensì un bimbo che non capiva, figlio unico fino a 6 anni. Mi sentivo inadeguato rispetto a lui.

 

auschwitz

Essere il primogenito non è solo un fatto di date: nel Dna conservi il passato di chi ti ha generato. A tavola facevo cadere un coltello? Mamma sussultava per lo spavento, papà mi dava una sberla. Pur affettuosissimi, nelle loro vite c’era sempre in agguato qualcosa d’imprevisto che li turbava».

 

Non avete delle tombe su cui piangere.

«Abbiamo solo il Memoriale della Shoah al binario 21 di Milano Centrale. E le pietre d’inciampo che ricordano mio nonno Alberto e i miei bisnonni Giuseppe e Olga davanti alla casa dove abitavano, in corso Magenta 55. È quello il nostro cimitero».

 

Credevo che fosse Auschwitz-Birkenau.

Alfredo belli paci il marito di liliana segre

«Non ho mai avuto il coraggio di andarci. Idem mia madre. È arrivata a Praga, ma lì ha avvertito un odore che le ricordava la Polonia ed è dovuta ritornare indietro. Ha lo stesso rifiuto per i treni merci, il fuoco, le ciminiere, i cani lupo. Franco Vaccari, fondatore di Rondine Cittadella della pace, dove faccio volontariato, vuole accompagnarmi in questo doloroso pellegrinaggio».

 

La vita da senatrice affatica sua madre?

«Sta bene, a dispetto dei suoi 91 anni. Abitiamo vicino, spesso la incontro per strada e resto sempre ammirato dal suo incedere. Sembra dire: “Eccomi, sono qua!”».

 

È preoccupato per la sua incolumità?

liliana segre si vaccina a milano

«All’inizio sì. Correvo dalla polizia postale a denunciare ogni manata di fango che le tiravano addosso. Ora sono più sereno, perché ho capito che andrà avanti imperterrita. Ha una missione da compiere.

 

Quando il ministro Luciana Lamorgese le ha imposto la scorta, non era per niente contenta, l’ha vissuta come una limitazione della propria libertà. Ora i quattro carabinieri sono diventati per lei quasi dei nipoti, fanno parte della famiglia.

 

Compiango i parlamentari che non si alzarono in piedi quando a mia madre fu tributato un lungo applauso per la sua proposta d’istituire una commissione contro odio, razzismo e antisemitismo. Non sono degni di avere una collega così».

 

Che cosa pensa dei negazionisti?

TATTOO AUSCHWITZ

«Non sono degli imbecilli, ma degli odiatori seriali fascisti. Tendo a non considerarli».

 

L’insegnamento più alto di sua madre?

«Mi ha educato a cercare sempre la giustizia, a essere sincero, a non mollare mai».

 

La cosa più bella che ha udito su di lei?

«“Liliana Segre è un simbolo”. Questa parola mi piace moltissimo. In un mondo dove tutto si fa per soldi, lei devolve i diritti dei suoi libri all’Opera San Francesco per i poveri. Durante la marcia della morte verso altri lager, cominciata dopo l’evacuazione di Auschwitz, mangiava gli avanzi raccattati nei letamai. Mamma non sopporta che oggi qualcuno abbia ancora fame».

Ebrei sopravvissuti ad AuschwitzLILIANA SEGRE E L'UCRAINA - VIGNETTA ELLEKAPPAauschwitz 6oleg mandic con la mamma e la nonna ad auschwitzauschwitz 4auschwitz 3auschwitz 8auschwitz 5auschwitzil botta e risposta tra francesca donato e auschwitz memorialcommenti sul vaccino a liliana segreliliana segre foto di bacco (1)episodi antisemitismo 2018 osservatorioliliana segre by spinozaliliana segre con la scortaliliana segre con la scorta 2auschwitz 12Auschwitz a colori 1auschwitz 11auschwitz 18auschwitz 22liliana segre 1

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