ndrangheta a roma

LE MANI DELLA 'NDRANGHETA SULLA CAPITALE -  LE MINACCE DELLA FIGLIA DEL BOSS VINCENZO ALVARO AGLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI (UNO DEI QUALI È STATO SEQUESTRATO PER 15 MINUTI IN UN NEGOZIO SULLA TUSCOLANA): “PEZZO DI MERDA, SONO LA FIGLIA DEL PAPA, ALLO STATO INFAME NON LASCIO NIENTE, BRUCIO TUTTO” - ARRESTATE 26 PERSONE. FAREBBERO PARTE DELLA 'NDRINA ROMANA RADICATA SUL TERRITORIO DELLA CAPITALE E INFILTRATA NEI SETTORI DELLE PESCHERIE, DEI FORNI, DELLA PASTICCERIA, DEL RITIRO DELLE PELLI E DEGLI OLII ESAUSTI – “BISOGNA TROVARE UNO ZINGARO A CUI INTESTARE LE QUOTE DELLA SOCIETÀ”

Romina Marceca, Andrea Ossino per repubblica.it

 

vincenzo alvaro 2

Se gli arresti dello scorso maggio hanno svelato l'organigramma della prima "locale" di 'ndrangheta autorizzata e ufficialmente investita dalla "casa madre" per operare su Roma, il blitz di questa mattina punta al braccio imprenditoriale dell'organizzazione mafiosa. Sono 26 le persone arrestate tra Roma, Cosenza e Agrigento dalla Dia. Tra queste la figlia del boss Vincenzo Alvaro, Carmela, che agli amministratori giudiziari gridava: “Non devi toccare i miei soldi. Sei un infame, servo dello Stato...pezzo di merda”. Decidendo poi di sequestrare per 15 minuti il rappresentante dello Stato nel negozio della ‘ndrangheta a Tuscolana, abbassando la saracinesca.

 

 

vincenzo alvaro

Carmela Alvaro, donna boss, così come gli altri arrestati farebbe parte della 'ndrina romana "radicata sul territorio della capitale, finalizzata ad acquisire la gestione o il controllo di attività economiche nei più svariati settori (ad esempio ittico, della panificazione, della pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti), facendo poi sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività e di numerose ipotesi di attribuzione fittizia di valori", dicono dalla Dia.

 

Le intercettazioni: "Bisogna trovare uno zingaro per intestargli una società"

"Bisogna trovare un polacco, un rumeno, uno zingaro a cui regalare 500/1000 euro a cui intestare sia le quote sociali e le cose e le mura della società". E' l'intercettazione, citata nell'ordinanza del gip, in cui a parlare è Vincenzo Alvaro, ritenuto dai magistrati ella Dda di Roma a capo della Locale di 'Ndrangheta attiva da anni nella Capitale. Con lui a capo del sodalizio anche Antonio Carzio, entrambi legali alle famiglie di Cosoleto, centro in provincia di Reggio Calabria.

 

 

 

CAMORRA E NDRANGHETA SI SPARTISCONO IL LAZIO

Nel dialogo carpito Alvaro prosegue: "poi tutte queste cose che dicono e ti attaccano sono tutte minchiate;io ho fatto un fallimento di un miliardo e mezzo e ho la bancarotta fraudolenta;mi hanno dato tipo l'art. 7 e poi mi hanno arrestato...mi hanno condannato...e ancora devo fare l'appello...vedi tu...è andato in prescrizione le prescrizioni vanno al doppio delle cose", aggiunge.

 

Dal commercio ittico ai panifici passando per le pasticcerie e le attività che si occupano di ritiro degli oli esausti. Il controllo del territorio sarebbe stato fondamentale per l'organizzazione che ripuliva denaro sporco attraverso beni intestati fittiziamente a prestanome. L'obiettivo è sempre lo stesso: "Commettere delitti contro il patrimonio e l'incolumità individuale, affermando il controllo egemonico delle attività economiche sul territorio".

 

In manette Carmela Alvaro: "Io sono la figlia del Papa"

DIA CONFISCA BENI NDRANGHETA

Carmela Alvaro, la figlia di Vincenzo Alvaro, il boss della 'ndrangheta che credeva di essere "Il Papa" terrorizzava così chi si avvicinava al “Briciole e delizie”, il panificio che le era stato fittiziamente intestato. “Infame, non te lo do i miei soldi”. E davanti ai carabinieri, arrivati per intervenire in aiuto degli amministratori: “Stanotte vengo e lo brucio, se non posso rimanere io non ci deve stare nessuno....lo brucio questo locale e lo dico così se domattina lo trovate bruciato sapete che sono stata io” .

 

operazione contro ndrangheta 5

La donna terrorizzava e minacciava, insieme al dipendente Besim Letniku, gli amministratori giudiziari nominati dopo l'inchiesta “Propaggine” che aveva portato agli arresti e ai sequestri del maggio scorso.

 

Uno era stato persino chiuso dentro il locale per 15 minuti. “Chiama il tuo collega se vuoi”, era il tono di sfida della Alvaro. Mentre l’amministratore giudiziario stava in silenzio.

 

Ma la reazione della Alvaro, che risale a pochi giorni fa, il 22 ottobre, è la stessa che è stata riservata agli altri rappresentanti dello Stato arrivati davanti a bar e pasticcerie gestiti dai prestanome della 'ndrangheta, tutti fedeli alla Provincia che si era costituita a Roma.

 

Il nome di Vincenzo Alvaro è legato al Caffè de Paris di via Veneto. Finito nelle sue mani e poi sequestrato. Anche in quel caso gli amministratori giudiziari trascorsero momenti di paura. Trovavano dei lumini accesi, venivano minacciati. La storia si ripete, certe abitudini non si cambiano.

ndrangheta a romaoperazione contro ndrangheta copia

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