mario draghi giancarlo giorgetti matteo salvini

LA CONTROFFENSIVA DEI SALVINIANI VERSO GIORGETTI: "VUOLE MANDARE DRAGHI AL QUIRINALE PER PRENDERE IL SUO POSTO A PALAZZO CHIGI" - UN'IPOTESI IRREALE, VISTO LO SCARSO PROTAGONISMO DEL NUMERO 2 DELLA LEGA, MA CHE FA CAPIRE CHE ARIETTA TIRA NEL CARROCCIO, DOVE ORA SI GIOCA SPORCO PER SGAMBETTARSI A VICENDA - L'EX MINISTRO CASTELLI SCOMUNICA LA LEGA "NAZIONALE" DI SALVINI: "VORREI CHE IL PARTITO COMBATTESSE DI PIU' PER LA QUESTIONE SETTENTRIONALE"

Chiara Baldi Francesco Olivo per "la Stampa"

 

giancarlo giorgetti e matteo salvini 2

La vendetta di Matteo Salvini non si consuma calda, ma nemmeno fredda. Sono passati tre giorni dall'intervista con la quale Giancarlo Giorgetti ha certificato la rottura nella Lega, scaricando i candidati sindaci e la controffensiva ora è in piena attività. Per uscire dall'angolo il segretario non si limita a marcare le distanze con il suo ministro e, proprio nel giorno in cui sembra arrivare una distensione con Luciana Lamorgese, coinvolge direttamente Mario Draghi nelle sue invettive, un passo che mai aveva compiuto apertamente: «Tutta l'Europa sta riaprendo vorrei sapere da Draghi perché l'Italia no».

 

La partita interna però ha ancora i tratti feroci. Nei corridoi di Montecitorio, ma anche nelle piazze della campagna elettorale, i veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: «Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier», dice un deputato. L'ambizione di Giorgetti probabilmente non è così grande («il suo sogno è tornarsene a una vita tranquilla davanti al suo lago» dice chi lo conosce bene) e soprattutto l'ipotesi sembra piuttosto spericolata, difficile che Draghi venga sostituito da un politico, ma le malignità sul ministro rivelano l'atmosfera chi si respira tra le persone vicine al segretario, «e se si candida noi non lo votiamo», aggiunge il parlamentare salviniano.

 

matteo salvini e giancarlo giorgetti 8

Cattiverie alle quali Giorgetti non replica, il silenzio del ministro è totale e non casuale, domani sarà ancora una volta a Torino a sostenere il candidato sindaco Paolo Damilano, l'unico tra i civici scelti da Salvini e Meloni che il ministro sente di dover spingere. Dal Mise, insomma, non si risponde ai veleni, negli ambienti vicino al ministro sono convinti che queste vendette non arrivino da Salvini, ma da deputati più realisti del re. La cosa che più preme al capo delegazione leghista al governo è ribadire che «tutto quello che è stato fatto in questi mesi è stato sempre condiviso con Salvini».

 

MARIO DRAGHI GIANCARLO GIORGETTI

Ultimo esempio quello di ieri mattina, quando la Lega, guidata proprio da Giorgetti, si è astenuta sul decreto che rinvia la scadenza per la presentazione delle firme dei referendum, «in base a un'indicazione arrivata dal segretario». Insomma, di quel vecchio partito leninista che è sempre stata la Lega, Giorgetti crede di aver rispettato la disciplina. Il Nord però ribolle: «Non credo ci siano due leghe - ragiona l'ex ministro Roberto Castelli - ma vorrei che la Lega combattesse di più per la questione settentrionale».

 

giancarlo giorgetti e matteo salvini 1

Gianluigi Paragone, che ha raccolto una serie di fuoriusciti leghisti, provoca il segretario: «Ha paura a creare una leadership a Milano». Siamo alla tregua e pure fragile, i due non si sono sentiti, nonostante i tentativi di mediazione, e la resa dei conti è spostata a dopo le elezioni. Come ripartire da una probabile sconfitta? Con un congresso («fai le primarie, così vediamo chi si presenta», gli suggerisce un politico amico) e forse con una svolta verso il proporzionale, che possa isolare Meloni che altrimenti «verrebbe portata a Palazzo Chigi con i voti nostri» ragiona un dirigente.

 

GIANCARLO GIORGETTI MARIO DRAGHI LUIGI DI MAIO

I centristi sono pronti ad accogliere Giorgetti: «Se lui e Zaia sono pronti noi ci siamo», è l'invito malizioso di Osvaldo Napoli, deputato di Coraggio Italia. Salvini mostra sicurezza: «Non c'è la Lega in gioco, ma le città in cui si vota». E allontana l'ipotesi di un congresso. Al terzo giorno Salvini tenta di archiviare la vicenda Morisi relegandola a «guardonismo dei giornalisti»: «Non ho sentito Luca in questi giorni».

 

Ogni sforzo viene concentrato sulla campagna elettorale. Ieri il tour de force è cominciato a Milano ed è proseguito a Torino, teatro delle esternazioni di Giorgetti e poi a Novara. Al comizio di Barriera di Milano il candidato sindaco Damilano non si presenta (come da agenda), ma sul palco il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, si toglie un sassolino: «È stato Matteo a scegliere Damilano», polemica indiretta con Giorgetti, che avrebbe messo il cappello sulla scelta dell'imprenditore.

 

ROBERTO CASTELLI UMBERTO BOSSI

Per sedare i sospetti in agguato il leader leghista è arrivato per un saluto a un incontro tra lo stesso Damilano e il sindaco di Genova Marco Bucci. Nel capoluogo lombardo, come ai vecchi tempi, è stato accolto con una protesta nel quartiere San Siro: «I 49 milioni rubati dalla Lega usateli per le case popolari». Lui li ignora: «Questa non è la città fighetta e green di cui parla Sala». Citare Sala, perché Calenda (e Giorgetti) intendano.

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