donne in politica

LA LUNGA RETRO-MARCIA DELLE DONNE IN POLITICA – MIRELLA SERRI: DALLE PRIME DIECI SINDACHE NEL 1946 ALLE 8 MINISTRE (CONTRO 15 UOMINI) DEL GOVERNO DRAGHI, LA DIFFICILE LOTTA PER LA PARITÀ DI GENERE - NEL COMITATO DI REDAZIONE CHE SCRISSE IL TESTO FINALE DELLA COSTITUZIONE VI ERANO SOLO UOMINI. QUANDO LA PARTIGIANA TERESA MATTEI, VIOLENTATA DAI TEDESCHI, RIMASE INCINTA DI UN UOMO SPOSATO, TOGLIATTI LA GIUBILO' - L'ITALIA ANCORA OGGI 13ESIMA IN EUROPA PER PERCENTUALE DI DONNE MINISTRO

Mirella Serri per “la Stampa”

 

DONNE AL VOTO

Oggi ricorrono 75 anni dalla prima festa della donna bell'Italia post-bellica con le strade e le piazze piene di mimose. E il 10 di questo stesso mese ricordiamo il trionfale battesimo delle donne che nel 1946, per la prima volta nella storia d'Italia, divennero elettrici ed entrarono anche come protagoniste nell'agone della politica con incarichi decisionali, di responsabilità e di prestigio.

 

TERESA CHICCHI MATTEI

Le prime dieci che indossarono la fascia tricolore di sindaco erano Ninetta Bartoli, Elsa Damiani, Margherita Sanna, Ottavia Fontana, Elena Tosetti, Ada Natali, Caterina Tufarelli Palumbo, Anna Montiroli, Alda Arisi e Lydia Toraldo Serra. Con la tornata elettorale che coinvolse 5722 tra città e paesi irruppe nei consigli comunali la carica delle duemila neonominate. Errore o lapsus freudiano? L'orgoglio femminile per questa doppia ricorrenza era alle stelle ma la parità di genere rimaneva un miraggio.

 

TERESA MATTEI

Si inaugurò in quel primo momento di gloria una tradizione che arriva ai nostri giorni: dal governo De Gasperi II, il primo della Repubblica, al Conte II, su 4.864 presidenti del Consiglio, ministri e sottosegretari, le esponenti di sesso femminile sono state solo 319, il 6,56 per cento del totale.

 

Le donne occupano oggi solo un terzo delle cariche politiche nazionali e nei governi in cui sono entrate non hanno mai ottenuto alcuni ruoli chiave come il ministero dell'Economia, e tantomeno, la carica di presidente del Consiglio. L'avventura nell'emiciclo parlamentare e in generale nelle istituzioni si è trasformata in un perenne braccio di ferro poiché, come ha affermato la storica Michelle Perrot, in Italia le donne in politica non sono facilmente accettate.

 

ANNAMARIA GUIDA CINGOLANI

Questo si capì fin dal primo approccio: le candidate che si presentarono alle amministrative del 1946 furono ammesse per il rotto della cuffia. Il decreto legge del primo febbraio 1945 che sanciva il suffragio femminile per un errore (o lapsus freudiano? chissà!) riconosceva alle donne l'elettorato attivo ma non quello passivo, cioè potevano votare ma non essere elette. Rimediata la svista, le deputate entrate a far parte dell'Assemblea Costituente furono uno sparuto gruppetto, 21 su 556 membri.

 

Nel discorso per l'insediamento a Montecitorio la democristiana Angela Maria Guidi Cingolani rivendicò che il voto alle italiane non era «un premio ma un diritto».

 

NILDE JOTTI

La partigiana Teresa Mattei Non la pensavano così gli onorevoli colleghi: nella commissione composta da 75 membri incaricati di stendere il progetto generale della Costituzione le donne furono solo 5. Nel comitato di redazione che scrisse il testo finale vi erano solo uomini. Alle deputate furono assegnati come temi peculiari «la famiglia e l'uguaglianza dei coniugi», ricordò Nilde Iotti, nonché «il diritto al lavoro e la tutela dei figli anche illegittimi». Ma le grandi madri costituenti erano state protagoniste della lotta partigiana, del mondo del lavoro e dell'impegno sindacale. I giornali ne sminuivano continuamente l'autorevolezza.

 

MARISA RODANO NILDE JOTTI

Di Alcide De Gasperi sottolineavano il «piglio onesto e infaticabile», Luigi Longo lo descrivevano come «laborioso e diligente» e Palmiro Togliatti come un grande leader persino attento alla famiglia. Ma della deputata venticinquenne Teresa Mattei ricordavano solo che i partigiani la chiamavano Chicchi. Sorvolavano sul fatto che, durante un'azione di combattimento, la Mattei era stata catturata, torturata e selvaggiamente violentata dai tedeschi. Quando Chicchi rimase incinta di un uomo sposato, Togliatti giudicò sconveniente che proseguisse l'esperienza politica.

 

L'«onorevolessa» Le maggiori testate si deliziavano poi per il vestito à pois di Nilde Iotti, trascurandone l'adesione ai Gruppi di difesa della donna; della Cingolani, definita per «scherno l'«onorevolessa», deprecavano l'abito nero senza rilevarne la competenza sul mondo del lavoro, e della socialista Bianca Bianchi dicevano che era la più bionda di Montecitorio ma non rammentavano il curriculum di valente giornalista.

 

TINA ANSELMI

Tutte le signore, inoltre, erano accomunate dal fatto «che non fumano e vestono con sobrietà». Le deputate, anche se di orientamenti politici diversi, riuscirono a imporsi e a fare squadra: per esempio, fu esclusivamente loro il merito di aver introdotto il principio dell'uguaglianza dei diritti con l'articolo 3 il quale recitava che «i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». I padri costituenti non volevano comunque lasciare libero il campo alle esigenze femminili.

 

Le onorevoli Maria Maddalena Rossi e Teresa Mattei proposero l'emendamento secondo cui «le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura». Per battersi a favore di questa soluzione la Rossi evocò Teresa Labriola e pure il personaggio di Porzia nel Mercante di Venezia di Shakespeare perché dotate «di sensibilità e di conoscenza profonda del diritto».

 

MARA CARFAGNA 3

Femminilità vs razionalità Ma il democristiano Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, ebbe la meglio discettando che la «femminilità» era in conflitto con la «razionalità» maschile necessaria per operare nei tribunali. Insomma le donne non avevano una testa e un cervello adatte a presiedere una Corte. Solo nel 1965 venne varato il primo concorso perché la magistratura potesse tingersi di rosa e adesso il numero delle donne magistrato ha superato quello dei colleghi maschi, mentre sono ancora poche le toghe femminili che accedono agli incarichi di vertice.

 

mara carfagna

 Passi avanti e passi indietro Bisognò poi aspettare il 1976 per avere la prima donna ministro, con Tina Anselmi al dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale, ma l'Italia è ancora oggi tredicesima in Europa per percentuale di donne ministro, decisamente sotto la media dell'Ue. Per le donne in politica a ogni passo avanti ne corrispondono parecchi indietro. L'esecutivo guidato da Matteo Renzi raggiunse la parità tra i due sessi ma solo per otto mesi. Nei governi successivi l'incremento della rappresentanza femminile ha avuto di nuovo varie battute di arresto e oggi nel governo presieduto da Mario Draghi le donne sono 8 contro 15 uomini: una partita squilibrata.

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...