armando siri

LA SITUAZIONE È GRAVE E PURE SIRI – “LA VERITÀ” INSISTE: LA REGISTRAZIONE “CI È COSTATO 30MILA EURO” NON ESISTE. SECONDO IL QUOTIDIANO DIRETTO DA BELPIETRO IL SOTTOSEGRETARIO INDAGATO HA PORTATO LE CARTE DELL’INCHIESTA ALL’INCONTRO CON GIUSEPPE CONTE – “ANCHE IL PREMIER AVREBBE CONSTATATO PERSONALMENTE CHE LA CHIACCHERATA INCRIMINATA È PIÙ FUMOSA E IPOTETICA DI QUANTO RIPORTATO DAI GIORNALI”

Giacomo Amadori per “la Verità”

 

SIRI CONTE

La versione autentica dell' intercettazione che sta facendo tremare il governo, a quanto risulta alla Verità, è stata sottoposta dal sottosegretario Armando Siri, indagato per corruzione dalla Procura di Roma, all' esame del premier Giuseppe Conte, il quale, da avvocato d' esperienza, ha potuto verificare la differenza tra quanto uscito sui giornali («Ci è costato 30.000 euro», lasciando intendere che l' uomo in vendita fosse il politico leghista) e la versione originale trascritta nelle carte.

 

IL CORRIERE E L'INTERCETTAZIONE SU ARMANDO SIRI

Lunedì in tarda serata il premier avrebbe visionato con attenzione la documentazione che il sottosegretario aveva portato con sé in vista dell' incontro, potendo appurare che la chiacchierata incriminata era decisamente più fumosa e ipotetica di quanto riportato dai quotidiani. Però il premier in questa fase della sua vita non è solo un uomo di legge, ma è soprattutto un politico e avrebbe spostato il discorso sull' opportunità, politica appunto, di lasciare Siri al suo posto. Lo stesso presidente del Consiglio avrebbe spiegato al suo interlocutore di essere pressato da più parti e che la decisione sul futuro del leghista non spetta solo a lui.

FEDERICA GUIDI SI DIMETTE

 

I più fidati consiglieri e i difensori di Siri, dopo aver letto gli atti, hanno consigliato al politico genovese di non dare le dimissioni. Qualcuno gli ha ricordato il caso dell' ex ministro Maurizio Lupi che fece un passo indietro dopo essere stato azzannato dagli stessi giornalisti che hanno modificato il virgolettato dell' intercettazione di Siri. Eppure sia Lupi che la collega Federica Guidi lasciarono i loro posti senza nemmeno essere indagati. Lo stesso era accaduto a Josefa Idem.

ARMANDO SIRI MATTEO SALVINI

Eppure i 5 stelle sono determinati a ottenere le dimissioni di Siri e solo Matteo Salvini potrà salvare il suo sottosegretario o quanto meno congelarne le dimissioni sino al giorno dell' interrogatorio.

 

I grillini dopo aver fallito l' assalto a Claudia Bugno, la consulente del ministro dell' Economia Giovanni Tria, stanno provando a far risventolare la stropicciata bandiera dell' onestà issandola sulla testa di Siri. Assalti politici a parte, l' inchiesta sul sottosegretario resta al momento puramente indiziaria e il virgolettato farlocco pubblicato sui quotidiani, paradossalmente, ha fatto il gioco dell' indagato.

 

REPUBBLICA E L'INTERCETTAZIONE SU ARMANDO SIRI

Anche Conte avrebbe constatato personalmente che la chiacchierata incriminata è decisamente più fumosa e ipotetica di quanto riportato dai giornali. Stiamo parlando della lunga conversazione tra l' imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco che i magistrati avrebbero depositato anche con degli omissis. Un discorso spezzettato da interruzioni, difficile da seguire anche logicamente. «Io sinceramente ci ho capito poco», ci ha detto chi l' ha letta.

ARMANDO SIRI

 

Non solo non vi si trova la frase «questo affare ci è costato 30.000 euro» riferita a Siri, ma nella trascrizione non ci sarebbero neanche sinonimi come «ho dato» oppure «ho offerto» o «ho promesso». Dal testo non emergerebbe né un' offerta, né una dazione a Siri. E allora di che cosa stiamo parlando? La difesa del politico leghista non l' ha ancora capito. Per questo l' avvocato del sottosegretario, Fabio Pinelli, ha ottenuto che il suo assistito sia sentito dopo Arata, il quale, quindi, avrà l' onere di spiegare che cosa intendesse dire con quel discorso bofonchiato al figlio.

ARMANDO SIRI

L' indagato dovrà spiegare perché abbia fatto riferimento a 30.000 euro da investire per qualcuno o qualcosa.

 

In ogni caso nell' intercettazione non si parla di pagamenti effettuati, né di soldi richiesti, come invece lasciavano intendere le libere interpretazioni che i giornali hanno dato delle parole captate dalle cimici. Nell' audio non ci sarebbe la prova di nessun accordo tra Arata e Siri e questo risulta chiaramente anche dal decreto di perquisizione con cui gli uomini della Dia hanno sequestrato apparecchi elettronici e documenti ad Arata. Alla fine alcuni quotidiani rischiano di rimanere impiccati alla loro ardita ricostruzione dell' intercettazione a cui hanno provato a inchiodare il sottosegretario Siri. Il virgolettato «Ci è costato 30.000 euro», non è mai esistito.

 

ARMANDO SIRI

Quella frase così perentoria, e quasi definitiva, nella lunga intercettazione depositata davanti al Tribunale del riesame non c' è, esattamente come ha scritto La Verità. Sarà per questo che ieri, sempre il Corriere, temendo che la trascrizione corretta potesse uscire nuda e cruda su qualche giornale senza la sua esegesi o sintesi maliziosa, ha messo le mani avanti: «Nessuno può escludere, visto il clima che si è creato di attacco all' inchiesta, che ci sia una "manina" pronta a far filtrare parte degli atti proprio per avvelenare ulteriormente il clima».

 

maurizio lupi

In sostanza quando il Corriere pubblica un' intercettazione apocrifa è giornalismo investigativo, se, invece, la conversazione doc dovesse finire su un altro quotidiano allora ci troveremmo di fronte a un complotto contro la Procura. La cosa divertente è che sul Messaggero, uno degli altri due giornali che ha sparato «il virgolettato che non c' è», hanno ipotizzato che ad aver interesse a rendere pubbliche le carte giudiziarie possa essere «quella parte del governo che non vuole rimuovere il caso Siri»: «È probabile che lo stesso premier Giuseppe Conte chieda al sottosegretario di potere avere accesso agli atti che lo riguardano.

 

giuseppe conte armando siri

E i documenti potrebbero cominciare a circolare» ha scritto il quotidiano della capitale. Insomma da una parte sostengono che a veicolare gli atti della Procura sui giornali potrebbero essere i nemici dell' inchiesta, dall' altra i suoi tifosi. La realtà è che le uniche manine che hanno operato in questa vicenda sono quelle che hanno manipolato l' intercettazione autentica, spacciandola ai lettori come una condanna definitiva. Ma di chi è la colpa? È stato un inquirente a indurre in errore i giornalisti di Corriere, Repubblica e Messaggero, propinandogli una mezza patacca, oppure i cronisti hanno rielaborato liberamente una frase generica di un pm o di un investigatore, schiaffandola poi tra virgolette, come se fossero le vive parole di Arata? Tra poco avremo tutte le risposte.

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