andrea fuentes soccorre anita alvarez

“LEI VA SEMPRE AL LIMITE, QUALCHE VOLTA SI SPINGE OLTRE” - DOPO AVER SALVATO LA SINCRONETTA USA ANITA ALVAREZ CHE RISCHIAVA DI ANNEGARE, LA SUA ALLENATRICE ANDREA FUENTES RACCONTA I “2 MINUTI PIÙ BRUTTI” DELLA SUA VITA: "PORTARLA SU È STATA UNA FATICA. IL BAGNINO ANZICHÉ AIUTARMI FINIVA CON IL DARMI FASTIDIO; NON CAPIVA UNA PAROLA DI INGLESE, POVERETTO" - IL CALDO, LA PRESSIONE, LO STRESS HANNO AVUTO LA LORO PARTE INSIEME CON LA VOGLIA DI STRAFARE DELLA RAGAZZA – “GIUSTO CHE GLI ATLETI VADANO AL MASSIMO, MA 12 ORE DI ALLENAMENTO SONO TROPPE, FANNO MALE ALLO SPIRITO" – DALLA BILES A OSAKA: IL CASO ALVAREZ RIAPRE IL DIBATTITO SULLE PRESSIONI DEGLI ATLETI - VIDEO

 

Piero Mei per il Messaggero

 

Hanno chiesto ad Andrea Fuentes: «Sono stati i cinque minuti più brutti della tua vita?».

«Due, ma brutti, brutti». «Ho fatto l'apnea più lunga e veloce della mia vita», ha continuato: e la ex sincronette spagnola, ora allenatrice delle americane, ne ha fatte: è plurimedagliata olimpica.

ANDREA FUENTES SOCCORRE ANITA ALVAREZ

 

Ma stavolta, nella piscina mondiale di Budapest, non c'era una medaglia da conquistare, bensì una vita da salvare: quella di Anita Alvarez. Anita è una sottile ragazza americana dello stato di New York (altezza 171, peso 51 chili), classe 1996. E' svenuta in acqua, appena terminato l'esercizio della competizione del libero a squadre. Andrea guardava le sue ragazze e ha visto subito quel corpo inerte sott' acqua: non era la prima volta. «Anita va sempre al limite, qualche volta si spinge oltre».

 

Le era già successo, durante una competizione di qualifica a Barcellona l'anno scorso. «Non deve farlo, più di una volta l'ho messa in guardia, ma è fatta così». La Fuentes ha dato un'occhiata anche ai bagnini che obbligatoriamente sostano a bordo vasca: nessuno si tuffava e allora si è tuffata lei. «Pesava, Anita, laggiù sott' acqua: portarla su è stata una fatica».

 

ANDREA FUENTES SOCCORRE ANITA ALVAREZ

Il caldo, la pressione, lo stress hanno avuto la loro parte insieme con la voglia di strafare della ragazza. Un bagnino si è finalmente tuffato, «ma anziché aiutarmi finiva con il darmi fastidio; voleva fare il suo lavoro, non capiva una parola di inglese, insomma, poveretto, ho dovuto faticare anche contro di lui».

 

C'è da dire che, per regolamento, gli assistenti non possono tuffarsi se non autorizzati da un cenno dei giudici, il che non favorisce l'immediatezza dell'intervento: la regola sarà cambiata con maggiore autonomia ai soccorritori. Portata dalla Fuentes a bordovasca, Anita è stata messa in mani sanitarie dopo che l'allenatrice l'aveva schiaffeggiata per farle riprendere i sensi, le aveva girato la testa per farle vomitare tutta l'acqua che aveva ingerito.

 

ANITA ALVAREZ SALVATA DALLA SUA ALLENATRICE

«Le hanno strizzato il mignolo come si fa in questi casi per rivitalizzarla: Anita ha urlato». I cosiddetti parametri vitali erano in ordine e dopo qualche istante Anita è potutta tornare a bordovasca con le compagne, non senza aver mandato a quel paese i soccorritori che le volevano far indossare la maschera d'ossigeno.

 

SEMPRE AL LIMITE «Non farlo mai più» ha intimato la Fuentes alla Alvarez, che, probabilmente, non le darà molto ascolto: anche Anita, come gli atleti più campioni o meno, è vittima della prestazione e dunque dell'ansia da prestazione, quella che ha colpito nella storia dello sport anche una Divina come Federica Pellegrini, che una volta credeva di annegare e si fermò in mezzo all'acqua; anche Simone Biles, la ginnasta americana che ha affrontato la vita da afro in Usa, l'altezza di 153 centimetri, l'adozione separata dai fratelli, gli abusi sessuali del medico federale, ma di fronte al dover essere sempre

 

ANITA ALVAREZ SALVATA DALLA SUA ALLENATRICE

La Biles le son venuti i twisties e si è ritirata a metà gara a Tokyo 2020, non sapeva dov' era né perché; anche, forse, Caeleb Dressel, che ha appena lasciato Budapest dopo due ori e di fronte ad altri cinque per essere Phelps, come gli impone il copione mediatico (fuck me, fuck my body, fuck swimming, ha scritto tempo fa sul suo diario); o Naomi Osaka o i tanti che ormai girano con il mental coach o lo chiamano ad ogni respiro. Ha detto la Fuentes: «Il nostro sport non è diverso dagli altri, andiamo oltre il limite: solo che noi lo facciamo sott' acqua, più pericoloso».

 

Ha aggiunto: «Anita quando sta per finire l'ossigeno non si ferma: dice perché deve succedere qualcosa proprio a me?' e va avanti». Le Biles e i Dressel si sono, invece, fermati a un passo dal volteggio o dal blocco di partenza. La Alvarez ieri si è riposata, ma conta di tornare in acqua già oggi con il team. I bagnini saranno più accorti e le videocamere subacquee saranno ulteriormente sensibilizzate dopo aver distribuito l'orrore sulle reti mediatiche mondiali. Anita è diventata virale, come l'eccesso di pressione sugli atleti.

 

 

 

 

ANDREA FUENTES

Giulia Zonca per “la Stampa”

 

ANDREA FUENTES SOCCORRE ANITA ALVAREZ

Ora Andrea Fuentes deve prendere un'altra decisione chiave ed è l'opposto di quella che l'ha spinta a buttarsi per prima nella vasca del nuoto sincronizzato ai Mondiali. Ha salvato Anita Alvarez, atleta impegnata nel singolo per gli Usa, che Fuentes allena da tre anni e mezzo. Lei è spagnola, da sincronetta ha vinto 4 medaglie olimpiche e oggi deve decidere se rischierare Alvarez nella gara di squadra oppure no.

 

Partiamo dal panico. Si è tuffata subito d'istinto?

«In realtà non è successo affatto immediatamente, mi sono tormentata per dei secondi perché io conosco Anita e ho capito prima che si lasciasse cadere a fondo che qualche cosa non andava».

 

Come se ne è accorta?

«Lei arriva sempre al limite, ho visto che aveva i piedi bianchi, il sangue non circolava. Non so, ho vissuto quei minuti al rallentatore, potevo reagire prima, mi aspettavo che i soccorritori lo facessero. Mi sono chiesta. Perché non si buttano?».

 

Lenti a rispondere?

ANITA ALVAREZ SALVATA DALLA SUA ALLENATRICE

«No. Hanno seguito il protocollo, ma a me era chiaro che lei avesse perso i sensi. L'ultima cosa che vuoi dopo tre minuti al massimo, in cui hai a stento respirato, è tornare sottacqua».

 

Al suo tuffo, Alvarez era già al fondo della vasca?

«Sì. Io non avevo nemmeno più paura, ero nella modalità soccorso: ho nuotato quei 2,7 metri il più veloce possibile, l'ho afferrata e le ho sorretto il collo. Sul bordo vasca le ho manovrato la mandibola per farle sputare l'acqua. Non respirava, ho sentito il terrore dentro».

 

Si è ripresa in pochi secondi.

«Non c'è stato bisogno del defibrillatore, l'ho vista sussultare e mi sono sentita stravolta. Le ho bisbigliato "sei qui", lei ha risposto "grazie" però ho visto subito che era furente».

 

Perché? Lei le ha salvato la vita.

Andrea Fuentes che ha salvato anita alvarez

«Non credo di averlo fatto e lei ha capito subito la situazione e si è. .. quasi vergognata di essere crollata. Non ne ha motivo».

Le era già capitato.

«Sì, nelle ultime qualificazioni preolimpiche. Non si risparmia. Il nostro è uno sport tosto, succede. Come capita ai maratoneti, ai ciclisti. Io ringrazio di aver assistito a una scena identica, per questo ero pronta. E le ho schiacciato subito fortissimo la punta del dito: è doloroso, la reazione fa pompare adrenalina. L'ho visto fare quella volta».

 

Quando è successo?

«Olimpiadi di Pechino, 2008. Una ragazza giapponese è precipitata nell'acqua, solo che quello era un esercizio di gruppo e le compagne la hanno recuperata. Non è così strano, è lo sport».

 

Lo sport non dovrebbe fermarsi prima del pericolo?

«Lo sport è andare oltre i limiti. La mente a volte spinge più del corpo, però non sempre si crolla, così si arriva alle imprese, ai gesti eccezionali. Se sei un atleta di alto livello, davanti al massimo della fatica hai due opzioni: ti fermi o spingi.

A volte sbatti contro il confine del dolore, a volte lo superi».

 

Sicura che per Alvarez si tratti di fatica e non di altri problemi?

«Quando le è successo la prima volta abbiamo fatto qualsiasi test. No, ripeto, è la voglia di migliorarsi».

ANITA ALVAREZ SALVATA DALLA SUA ALLENATRICE

 

È una voglia sana?

«Sì, oggi più di ieri. Badiamo alla qualità non al carico. Ci si prepara per 8 ore massimo e non sempre. Quelle sedute alla russa, da oltre 12 ore, le fanno solo loro. Una volta si imitava chi aggiungeva resistenza adesso per fortuna non più».

 

Che cosa si fa?

«Si studia, si sviluppano piani in base ai profili delle atlete, non prepariamo robot dai fisici identici e credo che il sistema russo non faccia bene all'anima. Le nuove generazioni rifiutano le sessioni infinite, ma sanno essere efficienti».

 

Quando Alvarez si è ripresa che cosa le ha detto?

NAOMI OSAKA MIAMI

«"Perché? ". Era frustrata e mi ha pregata di non metterla in panchina. Vuole la sua ultima gara ai Mondiali di Budapest».

 

La farà?

«Se i medici daranno l'ok avremo un sincero confronto con lei, la squadra e i genitori. La prova è del team, se le altre si sentono insicure hanno diritto di dirlo».

 

Quando deciderà?

«Se non ci sono dubbi, non sarò io a dirle di fermarsi. Non possiamo pensare che anneghi ogni volta, se una maratoneta gestisce male lo sforzo in una gara poi corre quella successiva».

 

Non succede il giorno dopo.

«Sono 42 km, qui parliamo di 3 minuti». Ha già parlato con la famiglia? «Sono tranquilli. In realtà sono le immagini a essere drammatiche, certe foto non avrebbero dovuto circolare. Capisco il salvataggio, è scenografico, ma altri scatti sono oltre».

simone biles

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