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“IN QUESTO ANNO MALEDETTO SE NE SONO GIÀ ANDATI CORSO, MARADONA, PAOLO ROSSI. NON VOLEVO ESSERE IO L'ULTIMO FAMOSO DELLA SERIE” – L’IRONIA DI MAURO BELLUGI NELL'INTERVISTA DI DICEMBRE SCORSO DOPO IL COVID E L’AMPUTAZIONE DELLE GAMBE - "IO SOFFRO DA SEMPRE DI UNA FORMA DI ANEMIA MEDITERRANEA. CON IL CORONAVIRUS SON DIVENTATI COMPAGNI DI MERENDE. SI SONO DETTI "SPACCHIAMO IL MONDO" E HANNO SPACCATO ME” – ''INTORNO A ME MORIVANO COME MOSCHE. HO ASSISTITO DA SVEGLIO A QUANDO MI HANNO TAGLIATO A FETTE I POLPACCI. CON LE ROVESCIATE HO CHIUSO" - MASSIMO MORATTI ERA PIÙ DISPERATO DI ME" - VIDEO

 

Monica Colombo per il “Corriere della Sera”

 

bellugi

«Sono al Niguarda, chiuso nella mia camera, con il cielo in una stanza. La bufera è passata, i giorni allucinanti della diagnosi e delle operazioni di amputazione sono alle spalle». Mauro Bellugi, iconico difensore dell' Inter degli anni Settanta, trascorre le giornate fra le medicazioni e le rare visite consentite della moglie Lory.

 

L' ondata di affetto e commozione che ha accompagnato la notizia del peggior effetto collaterale che il Covid potesse infliggere a un giocatore, lo ha colpito. «In questo anno maledetto se ne sono già andati Corso, Maradona, Paolo Rossi. Non volevo essere io l' ultimo famoso della serie».

 

Non ha perso il senso della battuta, lui toscano un po' guascone, abituato a sguazzare nei salotti tv del post-partita, nonostante la sorte lo abbia preso di mira. «Vede, io soffro da sempre di una forma di anemia mediterranea, come mia mamma e pure mia figlia. Di per sé non mi aveva causato grossi disturbi in precedenza ma poi con il coronavirus son diventati compagni di merende. Si sono detti "spacchiamo il mondo" e hanno spaccato me».

 

Il giorno da segnare sul calendario è il 4 novembre.

bellugi moglie

«Soffriva di male alle gambe, dolore non infrequente a causa della sua attività sportiva» racconta la moglie Loredana.

«Negli ultimi giorni però le fitte erano aumentate e lui che pur ha una capacità di sopportazione notevole si lamentava molto. Lo portai al Monzino». Il racconto prosegue nelle parole dell' ex interista. «Scoprii gli arti, le gambe erano nere fino all' inguine».

 

Per giunta, il tampone fatto in ospedale era positivo. «Un medico mi chiamò quella sera per informarmi che era stata compromessa la circolazione periferica delle gambe» aggiunge Lory Bellugi. «Si erano verificate piccole ischemie ai vasi capillari. Rimasi muta.

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Lui mi gelò: "Non c' è molto da fare"».

 

Una frase che suona già come una sentenza. Mauro vorrebbe prendere tempo, buttare la palla in tribuna come faceva in campo. «Mi dissero "Vuoi vivere o vuoi morire?", perché se non fossero intervenuti subito la cancrena sarebbe salita ancora. Dovetti decidere subito, non le dico la mia faccia quando il chirurgo Piero Rimoldi mi disse che avrebbe dovuto amputare anche la gamba con cui avevo segnato al Borussia Mönchengladbach». Dalla diagnosi alla sala operatoria il passo è breve. «Ho assistito da sveglio a quando mi hanno tagliato a fette i polpacci» rivela con il tono di chi ha visto cose che noi umani.

 

Poi però non ha perso il consueto spirito. «Dopo il primo intervento alla gamba destra ho ricevuto una chiamata da un numero che non conoscevo. Rispondo ed era lui. Si era fatto prestare il telefono dal vicino di letto» svela Lory, quasi benedicendo il modo scanzonato di affrontare la vita del marito.

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Eppure i momenti di scoramento non sono mancati. «Ero ricoverato nel reparto Covid perché nel frattempo ero affetto anche da una polmonite. Avevo fatto amicizia con un ragazzo di 25 anni, Edoardo. Videochiamava i genitori per tirarli su di morale. Un giorno mi ha salutato mentre lo portavano via, è mancato - confessa fra le lacrime Bellugi -. Morivano come mosche». Per fortuna attorno a lui si è stretta la grande famiglia nerazzurra.

 

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«Massimo Moratti è il numero uno, era più disperato di me. La Bedy, sempre a casa mia, la numero due. E poi Beppe Marotta: mi ha detto che un posto per me in società ci sarà sempre. "Tu sei stato la storia"». E ora Bellugi guarda al futuro. «Andrò a Budrio per sostenere la riabilitazione, mi sono già informato sulle protesi. Del resto, non pretendo molto per la vita che mi resta: poter andare al bar a giocare a scopa con gli amici e al ristorante con la Lory. Con le rovesciate ho chiuso».

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