julio velasco

VELASCO FA 70 – "LA FINALE OLIMPICA PERSA AD ATLANTA RAPPRESENTA UN DOLORE, MA ANCHE L'ORGOGLIO. ABBIAMO ACCETTATO LA SCONFITTA COME SI DOVREBBE FARE: AMMETTENDO CHE GLI OLANDESI AVEVANO FATTO 2 PUNTI IN PIÙ, IN SILENZIO. MASTICARE AMARO E TACERE, ANCHE 30 ANNI DOPO. I RAGAZZI UNA VOLTA DI PIÙ HANNO MOSTRATO QUANTO STRAORDINARI SONO, NON FENOMENI. PERCHÉ "FENOMENI" LI METTE FUORI PORTATA PER I GIOVANI - LA DITTATURA IN ARGENTINA, L’ESPERIENZA CON LA LAZIO NEL CALCIO E… - VIDEO

 

GIAN LUCA PASINI per la Gazzetta dello Sport

 

velasco

Julio Velasco compie 70 anni. Una vita da film. Per questo abbiamo scelto 8 pellicole per raccontare la sua vita e le sue battaglie, sportive e non.

 

L'infanzia

«I libri dei pirati me li sono mangiati. Mia madre ci obbligava a fare la siesta, ma ero iperattivo non dormivo e leggevo. Leggendo sognavo l'avventura. I pirati, Sandokan mi affascinavano perché erano mondi misteriosi. E mi facevano viaggiare con l'immaginazione.

 

Ho un pensiero ricorrente: la gente, soprattutto nel passato, pensava molto alla vita ultraterrena, perché la povertà del quotidiano induceva a sperare in un mondo migliore dopo la morte. Io credo che il Paradiso sia una noia mortale: un posto dove non abbiamo necessità, dove tutto ci è dovuto. Poi è chiaro che non posso pretendere che chi ha fame abbia la stessa visione. Il mio è un punto di vista privilegiato».

 

La gioventù

bonaccini velasco

«Che Guevara è stato un ragazzo che ha scoperto l'ingiustizia viaggiando per il Sud America. In quell'epoca giocava a rugby, sport di una classe benestante, ma in quel viaggio scoprì la miseria, l'ingiustizia che lo ha segnato. A me è accaduta qualcosa di simile: da giovane avevamo un gruppo di amici che andavano a fare volontariato negli orfanotrofi.

 

Facevamo spettacoli per i bambini che sognavano di venire a vivere nelle nostre case. Ricordo un giorno uno di loro mi si attaccò alla gamba e non mi lasciava. Voleva venire con me. Quelle esperienze mi hanno condizionato passando dal cristianesimo, ero della chiesa evangelica, fino alla militanza rivoluzionaria. Pensavo di cambiare il mondo e abbattere le ingiustizie. Poi (come altri) ho ridimensionato gli obiettivi: cerco di migliorare l'ambiente in cui vivo, anche se non cambierò il mondo».

velasco

 

La dittatura in Argentina

«Ci sono due film che ho visto con i pugni chiusi, questo e La notte delle matite spezzate, che raccontava una storia del liceo doveva avevo studiato e insegnato. Garage Olimpo è un luogo simile a quello dove è stato torturato mio fratello, segnato da quella esperienza come mia madre. Un film che ho voluto vedere da solo, perché sapevo che mi avrebbe fatto piangere di rabbia e dolore. Noi siamo una generazione colpita dalla dittatura: non passa mai. Aver vissuto in clandestinità, aver vissuto la paura che poteva capitare a me. Cose che ti segnano e che fanno sì che lo stress di una partita, un campionato, una finale olimpica diventino abbastanza relativi».

 

Il primo anno a Modena

«Ho usato molto la parte emotiva del discorso di Al Pacino. Modena veniva da un decennio senza vittorie. Io ho puntato molto sulla sfida, sull'emotività, sul non lasciarci mettere sotto da nessuno, sul lavoro duro. Ma c'è anche il rapporto con i giocatori giovani e quelli meno. Ho dovuto imparare a gestire la diversità di Lucchetta, un giocatore straordinario. Il tutto capitava a 33enne: un anno di grande crescita, anche con tanti errori. I giocatori mi hanno seguito ed è stato più facile».

 

L'Italia sul tetto del mondo

julio velasco

«Quella squadra era più uno sfidante che Mohammed Ali. Lui era un campione che aveva già vinto, l'Italia era una squadra che è cresciuta. I primi anni, nonostante le vittorie, c'era ancora un po' di scetticismo attorno a noi. Solo dal 1993 quando abbiamo rivinto siamo diventati Ali (se il paragone si può fare visto il rispetto che ho per lui). Poi si è capito che quella squadra stava facendo la storia e ci siamo consolidati come i migliori. Questo resta un orgoglio enorme. E oggi sento un amore per quei giocatori molto più grande di quando li allenavo. Allora li torchiavo, dopo anni il mio amore e la mia riconoscenza per quei 2 gruppi è ancora più grande. E penso a loro come i miei figli sportivi».

 

La finale olimpica persa ad Atlanta

ZORZI LUCCHETTA VELASCO

«Atlanta rappresenta un dolore, ma anche l'orgoglio. Era la prova del nove, in un momento difficile, ma nessuno ha detto nulla. Abbiamo accettato la sconfitta come si dovrebbe fare: ammettendo che gli olandesi avevano fatto 2 punti in più, in silenzio. Questo resta un orgoglio grandissimo e non era scontato. Masticare amaro e tacere, anche 30 anni dopo. I ragazzi hanno fatto un giuramento e una volta di più hanno mostrato quanto straordinari sono, non fenomeni. Perché "fenomeni" li mette fuori portata per i giovani. Che devono conoscere quello che hanno fatto quei giocatori. Un gruppo che aveva talento e che ha avuto la capacità di imparare sempre, di mettersi in discussione. Ma non è giusto che i giovani di oggi vivano con la spada di Damocle di un confronto con quell'Italia, modello inarrivabile. I giovani devono imparare da quella esperienza, ma vivono la loro vita».

 

L'esperienza nel calcio

velasco

«Non è stata così dura. Ho imparato tanto, ho fatto errori. Forse avevo troppo la mentalità da tecnico. Un mondo diverso, un mondo difficile. Ho un grande rispetto verso i giocatori, gli staff, i dirigenti perché lavorano in un ambiente complicato e la prima complicazione è che tutto ciò che fanno è di dominio pubblico. Mi ha fatto molto piacere conoscere i giocatori, che di fuori hanno un'immagine diversa. Da dentro si scoprono come sono davvero. Di solito non parlano di certi argomenti solo perché non vogliono essere fraintesi, ma non è che non hanno idee o che non hanno cultura. Sono ragazzi che fanno sport, guadagnano tantissimo, ma alla base c'è la passione per un gioco. Come in tutti gli altri sport. Il tema è che il calcio muove tanti soldi».

 

Di nuovo con la pallavolo

andrea lucchetta

«Sono tornato al mio primo amore. Io allenavo i giovani in Argentina quando mi offrirono una prima squadra, il Ferrocarril, una nobile decaduta. Non volevo accettare, non volevo lasciare i ragazzi. Poi un dirigente mi disse: "Ci sono treni che passano una volta nella vita. E tu lo devi prendere". Accettai quella prima panchina che mi ha cambiato la vita. Ma quella passione per allenare i giovani resta. Sono tornato e sono molto contento di averlo fatto».

 

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