philippe daverio

NON CI SARÀ MAI UN ALTRO COME DAVERIO – FACCI: "IN TV, CON PASSEPARTOUT, TROVÒ UN LINK COL MODERNO (SIN TROPPO) CON LA STORIA DEL SENO NELLE RAFFIGURAZIONI ARTISTICHE: IL PRIMO TOPLESS FU DEL CARPACCIO - DICEVA CHE L'ITALIA NON ERA FONDATA SUL LAVORO MA SUL MELODRAMMA. SOSTENEVA CHE SENZA HAENDEL NON CI SAREBBERO STATI I BEATLES" – L'ESPERIENZA DA ASSESSORE A MILANO CON LA GIUNTA LEGHISTA, LE BORDATE ALLA BIENNALE DI VENEZIA. FU TRA I PRIMI A CAPIRE CHE L’ARTE ITALIANA DEL PRIMO ’900, DA DE CHIRICO A SEVERINI, AVEVA SOFFERTO DELL’IDENTIFICAZIONE CON UN... - VIDEO

 

Filippo Facci per “Libero Quotidiano”

 

PHILIPPE DAVERIO

Siamo alle solite e dunque eccoci a celebrare un morto dopo che è morto, quando lo meritava prima: ma a Philippe Daverio non è andata neanche così male, negli ultimi anni erano stati in parecchi ad accorgersi che Daverio era Daverio e che soprattutto ce n'era sicuramente uno solo. Il punto è tutto qui: ora non ce n'è altro, né nessuno che possa anche solo vagamente assomigliargli. Se c'è, avvertiteci. C'era un solo Daverio, ma tante vite.

 

PHILIPPE DAVERIO E LA MOGLIE ELENA GREGORI

Alsaziano di nascita e milanese di adozione, definiamolo critico d'arte, saggista, autore, conduttore televisivo, animatore culturale, politico, assessore, viaggiatore, uno che da alsaziano voleva fare il funzionario pubblico e che in casa parlava tre lingue e due dialetti; nonno militare a Berlino, prozio a Parigi, nonno italiano, infine forte accento lombardo e sessantottino nel Sessantotto, di quelli che si dimentica di discutere la tesi. Un non laureato come tanti, nel senso che i non laureati coltissimi sono veramente tanti, nel nostro Paese.

 

MICHELANGELO

Poi s' è messo in testa di fare quel mestiere un po' da ladri che è il mercante d'arte moderna, anche perché era facilissimo: aveva 27 anni e in un niente trovò una bottega in affitto in via Montenapoleone. Era un'altra città, e offriva tante opportunità. la famiglia Dal 1972 vive al fianco di Elena Gregori, bisnipote del fondatore del Gazzettino, dalla quale ebbe un figlio, Sebastiano. E ancora, come niente, aprì un'altra galleria a New York.

 

Si fece notare perché appunto era notevole. Dal 1993 al 1997 fu assessore alla Cultura e all'educazione a Milano e qualcuno gli tolse il saluto, ma non gliene fregava niente. Era come lo ricordiamo: allegro, esuberante, un guardaroba che era un arcobaleno di colori (le sue cravatte e i farfallini su tutto) e i suoi vernissage erano imperdibili per tutta la gente che credeva di contare.

 

philippe daverio al tg2 post 1

ROBERTO D'AGOSTINO PHILIPPE DAVERIO

Ma la gente che contava, spesso, passava per la televisione, ed eccolo: dal 1999 fa Passepartout e trova un link col moderno (sin troppo) con nove tappe di storia del seno nelle raffigurazioni artistiche: il primo topless fu del Carpaccio nel secondo Quattrocento, con Michelangelo i seni sono possenti, con Rubens barocchi, poi i corpetti, e via così, sino al trionfo del seno esaltato dal push-up e ingrandito dai chirurghi. Ma il programma fece il 5 per cento di audience (circa tre milioni di persone) e in Italia non basta.

 

Daverio comunque era già diventato se stesso da un pezzo. Il sigaro. Gli alcolici. I colli e i polsini rifatti. Le case spaziosissime per far star comodi i cani. Intanto, decine di libri scritti nel campo dell'arte. Aveva diversi pianoforti e suonava spesso Mozart (e che altro, uno come lui?) e aveva una visione musicale estetica e auto-curativa. Però ci capiva: tanti viaggi musicali, opera lirica, diceva che l'Italia non era fondata sul lavoro ma sul melodramma, mentre la Germania sulla tragedia e la Gran Bretagna sull'import dall'estero: senza Haendel non ci sarebbero stati i Beatles, diceva.

 

philippe daverio

Tanto anticonformismo, ma alla fine era un moderato credente e aveva una famiglia borghese e tradizionale: lui, la moglie, il figlio con la sua ragazza e cinque cani. La politica?

 

Come assessore leghista si trovò benissimo (eccellente il rapporto col sindaco Marco Formentini, che pochi lo sanno, ma era trilingue) e si battè perché Milano diventasse città metropolitana. I leghisti di oggi li trova un po' troppo rurali, mentre riguardo ai grillini parlò di «trashologia» e Beppe Grillo definì Daverio «uno squallido analista politico».

 

LA TORRE

philip daverio, gile bae

Il resto è una storia serena. Faceva molte conferenze pubbliche (vincendo un'iniziale ritrosia a parlare in pubblico) ed era divenuto un prezzemolo presenzialista: giudice nello Strega e nel Campiello, il consiglio di amministrazione della Scala, il Duomo e il suo museo, il Piermarini, e via così. Potremmo anche aggiungere che gli piaceva cucinare e che amava gli arrosti, il puree, certe zuppe francesi e naturalmente gli spaghetti senza i quali «non si può vivere», ma chi se ne frega.

 

Vacanze? Poche e per lavoro, ma una volta con sei amici prese in affitto una rompighiaccio alle Isole Svalbard per andare verso il Polo Nord. Luca Pavanel, sul Giornale, gli propose il gioco della torre: un quadro, un brano, un libro, un film che avrebbe salvato. Risposte: per l'arte La colazione sull'erba di Monet, perché riassumeva il passato e anticipa il futuro; per la musica L'arte della fuga di Bach, una costruzione colossale; riguardo ai libri, la Crocifissione rosea di Henry Miller, dove secondo lui c'era tutta la complessità del mondo moderno.

PHILIPPE DAVERIO

 

Film: Senso di Luchino Visconti, riassunto epico del nostro Paese. Con Paolo di Stefano del Corriere, invece, accettò di sottoporsi al cosiddetto questionario di Proust.

 

Il tratto principale del suo carattere? «La schizofrenia». La qualità che preferisce in un uomo? «La rettitudine». E in una donna? «Il fascino». Il suo principale difetto? «La pigrizia».

PHILIPPE DAVERIO - HO FINALMENTE CAPITO L ITALIA

 

L'ultima volta che ha pianto? «Poche ore fa». Il giorno più felice della sua vita? «Boh». E il più infelice? «Spero che non venga». Autori preferiti? «Goethe». Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico che cosa cambierebbe? «La panza». Il dono di natura che vorrebbe avere? «La facilità pianistica». Il regalo più bello che abbia mai ricevuto? «Il disegno di un'anatra da mio figlio».

 

Come vorrebbe morire? «Senza accorgermene». Stato d'animo attuale? «Leggermente ansioso». Il suo motto? «Come i carabinieri: semper immota fides». Quando compì i 70, lo visse un po' come uno shock. «Il primo progetto che ho», disse, «è quello di non rimbambire». Non ha fatto in tempo.

             

 

UN PAPILLON PER TUTTE LE STAGIONI

philippe daverio stefano petrocchi ludina barzini

Franco Fanelli per ilgiornaledellarte.com

 

A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, quando Roberto d’Agostino a «Quelli della notte» annunciava l’avvento dell’«edonismo reaganiano», conseguenza del famoso «riflusso delle ideologie» e ispiratore di memorabili versi cantati quali «Lo diceva Picasso: io di giorno mi scasso/ma la notte no…», anche il mondo dell’arte si liberò di alcune foglie di fico. Fu allora che alcuni suoi protagonisti diventarono improvvisamente popolari, catapultati nelle case degli italiani dal talk show di Maurizio Costanzo come pittoreschi fenomeni da baraccone.

 

philippe daverio

I critici (lo status di curatore non era ancora sancito) e gli storici dell’arte si dimostrarono più interessanti degli artisti dai quali avevano caso mai mutuato stravaganze comportamentali e guardaroba improbabili. Venne l’ora dei calzini diversi di Achille Bonito Oliva e delle urla di Sgarbi, ma anche della loro penetrazione, complice la rivincita della destra non necessariamente colta, e dunque della sua necessità di dotarsi di una presentabilità culturale, nella politica.

 

ludina barzini philippe daverio

Nel 1993, un anno dopo l’elezione di Sgarbi a sindaco di San Severino Marche, Philippe Daverio entrava nella giunta leghista di Formentini come assessore alla Cultura di Milano. Due conservatori, il primo con forti simpatie monarchiche e il secondo, alsaziano di nascita ma milanesissimo d’adozione, figlio di un costruttore, ex gallerista ed editore (sostenitore dell’avanguardia, ma di quella d’inizio ’900) apparvero, come altri loro simili, tra i pochi autentici «eversori», identità rafforzata proporzionalmente allo sbiadirsi del rosso fuoco della sinistra.

l eleganza di philippe daverio (3)

 

Partecipi entrambi del transito che avrebbe portato l’Italia craxiana al berlusconismo, avrebbero percorso vie parallele, aprendone altre ad alcuni imitatori (pensate a Flavio Caroli nel salotto di Fabio Fazio). Daverio, scomparso questa notte a 70 anni, più di tutti ha avuto la capacità di cavalcare diverse stagioni e interpretare ruoli diversi, anche, va pur detto, a seconda di dove tirava il vento dell’economia, della politica e del costume.

 

l eleganza di philippe daverio (2)

Gallerista ed editore raffinato (il primo spazio lo aprì nel 1975 in via Montenapoleone, cui aggiunge, nel 1989, quello a New York), tanto colto quanto commercialmente agguerrito (in fondo, pur senza conseguire la laurea, aveva studiato alla Bocconi), fu tra i primi a capire che l’arte italiana del primo ’900, da de Chirico a Severini, più di altri settori aveva sofferto della scarsità di studi accreditati, della «concorrenza» di altre ricerche coeve ma agevolate dal loro essersi manifestate sul palcoscenico parigino e dell’identificazione, anche inconscia, con un periodo e una cultura da dimenticare:

 

Futurismo e fascismo subivano ancora le loro connessioni; benché già molto falsificato, Sironi scontava la damnatio memoriae arganiana; e sino agli anni Ottanta non era opportuno rivelare in Nietzsche le radici e le ragioni della modernità di de Chirico.

 

DAVERIO

Ma questo gallerista, capace a volte, con molta disinvoltura, di spingersi oltre la spregiudicatezza, ma anche in grado di supportare le sue scelte con una produzione editoriale di prestigio (complice la prossimità di Paolo Baldacci), questo dandy culturalmente onnivoro e poliglotta non ebbe problemi, dopo questi esordi, a unirsi ai «barbari» leghisti della prima ora.

 

Se a Roma il suo omologo socialista Nicolini aveva introdotto nel gusto popolare l’effimero e le luminarie tra le arcate di Massenzio, lui portò tre le Cariatidi di Palazzo Reale stormi di uccelli variopinti per festeggiare il Carnevale ambrosiano, senza dimenticare il restauro del grigio PAC danneggiato da un attentato stragista ordinato dalla mafia.

 

DAVERIO

La mafia, appunto: indimenticabili certe sue invettive, come quando ricondusse alla foggia delle canne della lupara la forma del cannolo. Questo a seguito di questioni di basso profilo (un sospetto di conflitto d’interessi nordista in occasione di un concorso dedicato al «Borgo dei borghi» italiano, quando ribaltò, a favore di Bobbio, in provincia di Piacenza, di cui era cittadino onorario, il voto della giuria popolare che invece aveva premiato Palazzolo Acreide, nel siracusano) e delle contestazioni subite nel 2010 quando divenne consulente del sindaco di Palermo Diego Cammarata per il Festino di Santa Rosalia.

 

Altre volte si fece beccare in sortite sovraniste, come nel 2013 quando definì la Biennale di Venezia «un luogo artistico pagato con i soldi degli italiani e comandato da un pool di stranieri», salvo poi, più recentemente e più in linea con la sua anima europeista, lodare il ministro per i Beni Culturali Franceschini per il coraggio di aver chiamato degli stranieri a dirigere i musei italiani.

 

Philippe Daverio e Aldo Brachetti Peretti

Al corpulento gourmet e bon vivant con il papillon e i gilet variopinti, che non disdegnava ghette e bombetta, va poi riconosciuto l’intuito di avere identificato nella divulgazione editoriale e televisiva eccellenti canali attraverso i quali «porgere» l’arte a un pubblico che, dati delle mostre alla mano, risultava in forte crescita numerica. «Art’è» e «Passepartout», i suoi programmi televisivi più noti, hanno alfabetizzato alla bellezza un popolo stabilmente piazzato negli ultimi posti delle classifiche mondiali sulla diffusione della lettura.

 

Se nei suoi libri funziona l’accattivante esca del Grand Tour, nobilitante etichetta per un distratto turismo culturale di massa, se tra le sue molte pubblicazioni e nella stessa rivista «Art&Dossier», il filo conduttore è la rassicurante e fintamente selettiva compilation (Il museo immaginato) o la pedagogia bon ton (L’arte di guardare l’arteGuardar lontano, veder vicinoIl gioco della pittura),

Philippe Daverio e

 

in televisione Daverio diventa l’alfiere degli accostamenti tematici (con buona pace della filologia) e della demolizione delle cronologie nel nome di un eterno e antistorico presente a proposito del quale non è proprio il caso di scomodare il già citato Nietzsche. Più onesto parlare di divulgazione in cui la preziosità di alcune proposte di luoghi «minori» è spesso annullata da grossolane semplificazioni attraverso analogie troppo facili per essere credibili.

 

E basterebbe paragonare una sua trasmissione ai più «divulgativi» testi e conferenze di Federico Zeri (che finì anch’egli in televisione senza per questo dimenticare di essere uno studioso) per rilevare la debolezza di alcuni prodotti di Daverio, pure abilissimo nel cucire insieme luoghi, nomi e date in piacevoli patchwork.

 

Philippe Daverio

DAVERIO

Non era un connoisseur; ma era curioso e diligente, l’arte amava vederla da vicino, un’abitudine che lo spinse a postulare la sostanziale inutilità dell’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole. Il «ritorno alla pittura» negli anni Ottanta gli aveva aperto qualche varco nell’arte contemporanea (Jori e Cannavacciuolo tra gli artisti trattati), ma come altri della sua generazione e cultura, riuscì ad accettare e ad accostarsi ai leoni del secondo ’900 (Kounellis, tra gli altri) soltanto nel momento in cui la storicizzazione ne aveva apparentemente ammansito la ferocia.

 

DAVERIO 1

Questa è la ragione per cui i suoi racconti della Biennale di Venezia o addirittura dalla Fiera di Bologna hanno sempre quel sapore un po’ vernacolare (per non dire populista) che lascia intendere quanto il re sia nudo (anche quando non lo è affatto).

 

Era il prezzo da pagare alle esigenze di un copione che pretendeva un progressivo abbassamento di livello, ma anche l’inevitabile destino di un personaggio che non sarebbe dispiaciuto a Gogol, capace di rinnovarsi e mutare continuamente, di riciclarsi ogni volta con estrema abilità, di rinunciare persino a parte di sé pur di svolazzare disinvolto, come le sue mantelline e i suoi papillon, su quasi mezzo secolo di cultura e incultura italiane.

 

Philippe Daverio Philippe Daverio

DAVERIO FORMENTINI

giorgio de chirico sole sul cavaletto 1973

 

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