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STORIE VERE - A POCHE SETTIMANE DALLA MORTE DI ANNEMARIE SAUZEAU BOETTI IL FIGLIO MATTEO IN UN LIBRO RACCONTA LASUA INFANZIA. TRA UN PADRE GENIALE E SCOMBINATO E UNA MAMMA INTELLETTUALE CHE SPACCA IL CAPELLO IN QUATTRO

Matteo Boetti prefazione al libro "Don’t tell my mum I’m a cowboy in the morning" da  "Il Manifesto"

 

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Da mio padre ho imparato la magia dei numeri, le segrete geometrie della mate­ma­tica, la sim­me­tria para­dos­sale tra mol­ti­pli­ca­zione e divi­sione, la ricerca di un impos­si­bile equi­li­brio tra caso, volontà e desi­de­rio.

 

Altro che Santo Graal. Eppure, come molti sanno, i suoi scritti hanno qua­lità alta­mente evo­ca­tive, una natura deci­sa­mente poe­tica. In una inter­vi­sta dichiarò «non so se sono un bravo arti­sta, ma spero di essere ricor­dato come un buon poeta». Il nostro Buko­w­ski ari­sto­cra­tico.

 

Mia madre invece mi ha inse­gnato a costruire il pen­siero, a strut­tu­rare un discorso, a dare corpo a un’idea, un sen­ti­mento. 70% tec­nica, chia­rezza, flui­dità e 30% con­cetto, per­ché se quel trenta ha una qual­che qua­lità basta anche il dieci. Infatti i suoi scritti – saggi, arti­coli, o testi cri­tici – sono sem­pre ful­mi­nanti, cal­vi­ni­sti, lucidi come serial kil­ler e para­dos­sal­mente fluidi, spesso iro­nici, facili da leg­gere (almeno per chi pos­siede il sesto senso boet­tiano: pen­sare).

 

Entrambi mi hanno incul­cato il valore della curio­sità, vero motore della cre­scita, delle neces­sa­rie meta­mor­fosi, dell’intelligenza, della crea­ti­vità. «It’s evo­lu­tion baby» can­ta­vano i Pearl Jam qual­che anno fa. Lo scia­mano sho­w­man e l’intransigente intel­let­tuale (la car­te­siana spac­ca­palle come la chia­mava affet­tuo­sa­mente Boetti) mi hanno con­ta­giato qual­cosa delle loro rispet­tive for­mae men­tis, diverse ma entrambe con un fondo mania­cale e com­pul­sivo.

 

BoettiBoetti

Come loro, sono inca­pace di fare qual­cosa solo per pia­cere o per pas­sa­tempo, come loro devo tra­sfor­mare tutto in lavoro, in impe­gno con sca­denze e doveri. La gab­bia dorata della pro­get­tua­lità e insieme la corona di spine della ricerca. Anne-Marie, come ogni brava madre, mi ha sem­pre spinto a cer­care la mia strada, mi ha inco­rag­giato con infi­nito affetto che non sem­pre ho ricam­biato. Il volume, rea­liz­zato con l’amico edi­tore Lon­dei e con gli arti­sti Bazan, Pic­colo e Pon­trelli, vuole essere un ten­ta­tivo di com­pen­sare con un po’ di poe­sia, ver­bale e visiva, le ingiu­ste durezze della vita. Mau­ri­zio è un edi­tore di indi­ci­bile finezza; Ales­san­dro, Donato e Gioac­chino sono arti­sti con cui lavoro da anni (…).

 

Per loro Anne-Marie ha scritto i testi cri­tici, nel con­te­sto di mostre da me curate o nelle quali c’era comun­que il mio zam­pino gal­le­ri­stico. Ho poi rac­colto alcuni miei versi, can­zoni e idee per cor­to­me­traggi scritti tra il ’90 e il ’96 (solo 7 anni come Rim­baud, che bla­sfemo…) e chie­sto ai tre arti­sti di com­men­tarle visi­va­mente. Ognuno di loro ha rea­liz­zato 27 dise­gni, per un totale per­ciò di 81 opere; inol­tre ogni volume con­tiene uno degli 81 dise­gni ori­gi­nali, da cui il per­ché della limi­ted edi­tion a 81 esem­plari. Alcuni dei miei scritti sono pale­se­mente dedi­cati a mia madre, per altri solo il tempo e l’esperienza delle dina­mi­che men­tali e affet­tive mi hanno per­messo di ricol­le­garli a lei.ù

Alighiero-Boetti-Roma-©-Gianfranco-Gorgoni-New-YorkAlighiero-Boetti-Roma-©-Gianfranco-Gorgoni-New-York

 

Solo la distanza, tem­po­rale e spa­ziale, mi ha fatto capire che l’impulso ori­gi­na­rio, la matrice incon­scia di que­sti slanci lirici fos­sero ricon­du­ci­bili a lei, al suo esem­pio, alle sue straor­di­na­rie qua­lità umane ed intel­let­tuali, al suo amore per me e al mio amore per lei. Un clas­sico caso edi­pico. Ricon­du­ci­bili, dicevo, a tutto ciò, ma anche alle sue stra­va­ganze, e que­sto è meno noto. 

 

Solo una matta poteva pre­sen­tarsi a casa dei suoi – pic­colo paese della pro­vin­cia fran­cese, anno 1959 — con un fidan­zato nero (e tre anni dopo spo­sare Boetti). Solo un’illuminata avven­tu­riera poteva deci­dere di seguire per amore il con­trab­ban­diere di cera­mi­che di Val­lau­ris attra­verso i vali­chi alpini ster­rati e non con­trol­lati a bordo di una Fiat 500 (sem­pre Boetti).

 

Anne-Marie-SauzeauAnne-Marie-Sauzeau

Solo una dadai­sta fol­go­rata poteva accet­tare di par­tire da Torino il giorno di Natale, dire­zione Istan­bul, per andare a bere un caffè come si deve (ancora Boetti, assieme a Salvo, con una DS Citroën da rot­ta­mare).

 

Anne Marie mi fece sco­prire Vian, Camus, Rim­baud, Ver­laine, Bre­ton, Hesse. Ma anche Col­trane, Davis, Cole­man, Joplin, Dylan e misco­no­sciuti blues dei Rol­ling Sto­nes tipo I’m going home. Nella Sau­zeau appare tal­volta que­sto inso­spet­ta­bile risvolto da cat­tiva ragazza che può farle dire «in fondo i Bea­tles erano dei fighetti snob» oppure «dammi una siga­retta che sono anni che non fumo».

 

Era lei a por­tarmi in giro per mostre, non Boetti. Fu lei a por­tarmi a vedere la Madonna del Parto a Mon­ter­chi, nel pic­colo cimi­tero dove è sepolta la madre di Piero della Fran­ce­sca. Negli anni più bui della nostra fami­glia era lei la colonna, la garan­zia di una par­venza di nor­ma­lità.

Annemarie-Sauzeau-con-il-figlio-Matteo-BoettiAnnemarie-Sauzeau-con-il-figlio-Matteo-Boetti

 

Nel ’77, in viag­gio da soli mio padre ed io, non la chia­mammo per giorni, Ali­ghiero chiuso in hotel a pro­get­tare, oppure in una Opium House a «ammaz­zare il tempo». Io tutto il giorno a cavallo per le strade di Kabul, dico Afgha­ni­stan non Por­to­fino. Ci dava per dispersi, ma stra­na­mente non chiamò l’Interpol, aveva una strana fidu­cia in quell’uomo e un’enorme dose di otti­mi­smo. Sau­zeau è sem­pre stata corag­giosa, deter­mi­nata mal­grado i mille dubbi che affio­rano solo nelle menti intel­li­genti.

 

Negli stessi anni in cui fonda la Casa Edi­trice Edi­zione delle Donne firma con Boetti l’ambizioso Con­cept Book "I mille fiumi più lun­ghi del mondo". Poco tempo dopo lascia l’uomo della sua vita, troppo inca­si­nato e fati­coso, per amore di noi figli, mia sorella Agata ed io, per pro­teg­gerci. (…) Che bello fu saperti orgo­gliosa e felice dei miei primi suc­cessi musi­cali e di gal­le­ria, l’algida rigo­rosa intel­let­tuale fran­cese diven­tava più tifosa e chias­sosa di una matrona napo­le­tana. Che bella che eri con il tuo caschetto di capelli neri e quei mini vesti­tini di zip mul­ti­co­lori di cui dise­gna­sti un’intera col­le­zione che destò scal­pore nella con­for­mi­sta Torino della metà degli anni 60.

 

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Quelle foto in bianco e nero di te e Ali, dav­vero vestiti solo di bianco e di nero, tu appesa al suo brac­cio, lui bef­fardo e sghi­gnaz­zante, sul serio la cop­pia più sexy di que­gli anni. Solo la Deneuve e Mastro­ianni si sono un po’ avvi­ci­nati al vostro livello di stile. (…) Qual­che giorno fa, stu­diando una bella carta di Boetti in archi­vio, abbiamo deci­frato un suo pic­colo com­mo­vente testo (ovvia­mente scritto con la sini­stra) dis­si­mu­lato per pudore in uno dei col­lage dell’opera.

 

Dopo un lungo e far­ra­gi­noso conto mate­ma­tico da lui scritto per crip­tare l’anno di ese­cu­zione si legge «estate orri­bile», seguito da pen­sieri e con­si­de­ra­zioni varie, e si con­clude con «addio Sau­zeau amore mio». Volevo chia­marti per dir­telo, ma poi ho pen­sato che sen­tire un qua­ran­ta­cin­quenne con tre figli grandi sin­ghioz­zare al tele­fono come un bimbo sarebbe stato quan­to­meno disdi­ce­vole, non appro­priato. Sono pur sem­pre il Conte Boetti…eccheccazzo. (…) Quando poi arri­verà il momento del tuo tra­sloco defi­ni­tivo non pre­oc­cu­parti, sono sicuro che ci ha visto bene Wil­liam Blake: «sarà come alzarsi e andare in un’altra stanza». Pro­ba­bil­mente ti rag­giun­gerò in un lasso di tempo che imma­gino non troppo lungo. Sai bene che, da Gio­van Bat­ti­sta «Cheick El Man­sur» Boetti fino a tuo marito, i Boetti maschi non cam­pano poi tanto.

 

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Siamo fatti così, punk da secoli, live fast die young. E ci va anche bene, stiamo più con­cen­trati. Mi acco­glie­rai sulla tua nuvo­letta, stile un po’ Klee un po’ Matisse, con un tocco di Rothko, un bri­ciolo di Cézanne, uno spruzzo di Monet, il tutto con­dito di tes­suti Uzbe­chi. Mon­ta­gne di libri ovun­que. Dalle fine­stre ammi­re­remo dei Con­sta­ble e dei Tur­ner. Mi pre­pa­re­rai del tè, il pro­fumo di siò chai afgano e gel­so­mino si span­derà nell’aria, il sole farà risplen­dere la mon­ta­tura dorata dei tuoi occhia­lini e mi addor­men­terò al dolce suono del tic­chet­tio delle tue dita sui tasti dell’Olivetti 64. Non esi­ste suono che io ami più di quello.

 

Quel bal­letto mec­ca­nico denso di pause e sospen­sioni è per me quanto di più sino­nimo ci sia dell’idea asso­luta di «mamma». È la mia «made­leine». (…) Ultima cosa, pro­ba­bil­mente qual­che pet­te­golo ha già spif­fe­rato tutto, ma devo con­fes­sar­telo uffi­cial­mente: io la mat­tina fac­cio il cow­boy. Ti voglio bene Sozò.

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