acqua nel vino 2

NOI JE DIMO E NOI JE FAMO, CI HAI MESSO L’ACQUA E NUN TE PAGAMO - LA COMMISSIONE EUROPEA VUOLE AUTORIZZARE LA VENDITA DEL VINO ANNACQUATO - LA PROPOSTA SERVE AD ABBASSARE O RIMUOVERE DEL TUTTO LA GRADAZIONE ALCOLICA DELLA BEVANDA E A FAVORIRE LA VENDITA IN NUOVI MERCATI, SPECIALMENTE ASIATICI - MA VORREBBE DIRE LEGALIZZARE UNA PRATICA CHE OGGI COSTITUISCE IL REATO DI FRODE IN COMMERCIO...

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Carlo Ottaviano per “il Messaggero”

 

Il trigolo - spiega il dizionario - è l' incontro di tre piazze e tre vie.

Nei palazzi dell' Unione europea è il

 momento di confronto tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Il prossimo trigolo sulla politica agricola - fissato per il 23 maggio - potrebbe portare l' Europa enologica su una strada estremamente tortuosa permettendo di definire vino una bevanda senza alcol. 

 

Un miracolo di Cana all' incontrario col nettare di Dio che diventa acqua. Il tema è in discussione dal 2018, ma in Italia - come spesso capita - si scopre la minaccia solo all' ultimo minuto. A sostenere la proposta è la Presidenza portoghese del Consiglio all' interno del Piano d' azione per la salute e nell' ambito dei negoziati sull' Organizzazione comune dei mercati agricoli che entreranno in vigore nel 2023. 

 

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Finora il Parlamento Europeo si è espresso nettamente contro, «pur comprendendo le opportunità commerciali dei vini a basso tenore alcolico e alcol-free», ha precisato ieri l' eurodeputato Pd Paolo De Castro. Salvatore De Meo, di Forza Italia, parla di «ennesimo accanimento verso un' eccellenza del made in Italy», mentre Luisa Regimenti della Lega si augura «che la proposta venga subito archiviata».

 

LE INSIDIE DI BRUXELLES 

 

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«L' annacquamento del vino - denuncia Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - va ad aggiungersi ad altre insidie decise a Bruxelles, dove è stata già legalizzata l' aggiunta dello zucchero per aumentare la gradazione del vino prodotto nei paesi del Nord Europa, nonostante lo zuccheraggio sia sempre stato vietato nei paesi del Mediterraneo».

 

 In tema di bevande più o meno alcoliche, l' Ue aveva dato il via libera lo scorso anno anche al vino senza uva ottenuto dalla fermentazione di frutta. La preoccupazione è che con la scusa (legittima) della tutela della salute e dell' apertura a mercati in cui l' alcol è vietato, il vino annacquato diventi una truffa e che si perda il fascino della millenaria tradizionale del fare e gustare vino. 

 

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O meglio, vini al plurale perché il piacere cambia secondo i vitigni, la cultura del territorio (il famoso terroir, per dirla alla francese), la sapienza e l' esperienza dell' enologo, l' invecchiamento. Il vino senza alcol non sarebbe più il prodotto naturale che conosciamo ma frutto di trattamenti e i consumatori potrebbero cadere nel tranello di pagare a caro prezzo un bicchiere d' acqua.

 

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Quindi - se proprio si vuole permettere la produzione di vino senza o con meno alcol - si usi un altro nome. «Bevanda a base di vino», suggerisce Luca Rigotti, coordinatore del settore per Alleanza Cooperative (circa il 50% della produzione italiana).

 

Pur nella distinzione delle posizioni, la levata di scudi contro il vino dealcolato è stata ieri pressochè unanime a partire da Coldiretti secondo cui siamo di fronte all' ennesima «mina comunitaria che rischia di compromettere la principale voce dell' export agroalimentare nazionale che vale oltre 11 miliardi di euro».

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L' ipotesi di autorizzare l' aggiunta di acqua vuol dire «legalizzare una pratica che oggi costituisce il reato di frode in commercio», afferma Dario Stèfano, presidente della Commissione politiche dell' Unione europea del Senato.

 

In Italia è perfino vietato anche solo tenere in cantina contenitori di acqua. Il produttore rischia pesanti sanzioni perché nel Testo unico del vino l' acqua è considerata sostanza idonea alla sofisticazione.

 

I MERCATI ASIATICI 

 

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Articolata la posizione dell' Unione italiana vini, una sorta di Confindustria del settore. «Dobbiamo evitare afferma il segretario generale Paolo Castelletti - che i vini a basso tasso alcolico possano divenire business di altre industrie estranee al mondo vino e fare invece sì che siano le imprese italiane a rispondere alle richieste di mercato (specialmente di alcuni Paesi asiatici)».

 

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Pronti a salire tutti sulle barricate, invece, per vietare la pratica con le denominazioni protette Doc e Igp, frutto di rigorosissimi disciplinari a tutela della qualità e unicità dei vini.

 

 

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