1. OGGI ANCHE “REPUBBLICA” NON RISPARMIA BERNABÈ E C’È CHI DIETRO L’ATTACCO ODIERNO VEDE LO ZAMPINO DI GALATERI, COMPAGNO DI BANCO DI ALIERTA E REGISTA DEL DOSSIER TELECOM-TELEFONICA, CHE È DIVENTATO INTIMO DI CARLO DE BENEDETTI (HANNO TRASCORSO L’ESTATE CON LE RISPETTIVE CONSORTI IN UNA VACANZA INDOCINESE) 2. LA STORIA NON È FINITA E BERNABÈ DICE CHE SUL CAMPO RESTERANNO MORTI E FERITI 3. NELLA COLONNA SONORA DEL FILM “I PREDATORI DELL’ITALIA PERDUTA” CHE HA PER PROTAGONISTI GLI SPAGNOLI DI TELEFONICA, I FRANCESI DI AIRFRANCE E TRA POCO MAGARI ANCHE I COREANI DI DOOSAN, MANCA UN VOCE. È QUELLA DI SQUINZI DI CONFINDUSTRIA 4. ACEA, MARINO CONTRO CALTARICCONE CHE LO MASSACRA TUTTI I GIORNI SUL “MESSAGGERO” 5. A NEW YORK ERANO COSÌ ANSIOSI DI CONOSCERLO CHE LO HANNO CHIAMATO “MARIO LETTA”!

1. IL SILENZIO DELL'"ANALOGICO" SQUINZI
Nella colonna sonora del film "i predatori dell'Italia perduta" che ha per protagonisti gli spagnoli di Telefonica, i francesi di AirFrance e tra poco magari anche i coreani di Doosan, manca un voce.

È quella di Confindustria e del suo presidente bergamasco Giorgio Squinzi che ieri sera ha goduto come un pazzo per il pareggio della sua squadra Sassuolo con il Napoli di De Laurentiis. Dopo la valanga di goal subita nell'incontro con l'Inter del thailandese Moratti, il patron di Mapei aveva urlato ai suoi giocatori che quel risultato era "una figura inaccettabile".

Qualcuno si aspettava che parole simili le pronunciasse anche di fronte al blitz degli spagnoli di Telefonica di cui sicuramente il mite Squinzi era più all'oscuro di Franchino Bernabè e Tonino CatricaLetta. Invece dai piani alti di Confindustria non è uscito uno straccio di analisi e nessun membro del direttivo si è azzardato a pronunciare parola.

Soltanto Giuseppe Recchi, il presidente dell'Eni che nell'Associazione degli imprenditori ha la delega per gli investitori esteri, ha chiosato due giorni fa che la mossa di Telco era un'operazione "di mercato" e ha aggiunto che lo Stato deve tutelare i suoi interessi strategici.

Anche nell'incontro che si è svolto ieri tra il vertice di Confindustria e i sindacati, l'affaire Telecom è stato messo in disparte rispetto al problema del costo del lavoro, un tema assolutamente nobile che non può essere disgiunto dalle preoccupazioni per i sicuri tagli di migliaia di dipendenti che sono previsti per l'azienda di Bernabè e l'Alitalia di Colaninno.

Sarebbe comunque sbagliato pensare che a tappare la bocca di Squinzi e dei suoi collaboratori ci sia un senso di colpa per la caduta verticale di credibilità che la categoria dei grandi imprenditori sta subendo in questi giorni. Certo, a viale dell'Astronomia non possono ignorare che la svendita dei gioielli italiani è uno spettacolo semplicemente scandaloso con il quale si dimostra il fallimento di una cultura di impresa che è stata messa nell'angolo dalla cultura della finanza che i big dell'industria hanno quasi sempre privilegiato per ingrassare e sopravvivere.

Ci sono però almeno altre due ragioni che paralizzano le corde vocali di Squinzi e dei suoi autorevoli colleghi. La prima è rappresentata dal fatto che dentro Confindustria si ritrovano accanto ai privati e ai vertici delle imprese pubbliche, colossi come Telecom e Finmeccanica che versano contributi vitali per la sopravvivenza dell'apparato. Da qui l'imbarazzo a prendere di petto personaggi come Bernabè, Tronchetti e quei patrioti che si sono cacciati nel buco nero di Alitalia sotto la guida di Colaninno, il padre del giovane Matteo (l'Harry Potter del Pd per l'economia).

La seconda ragione del silenzio di Squinzi e dei suoi compagni di palazzo è rappresentata dal fatto che Confindustria non ha mai avuto una linea di politica industriale nel settore delle telecomunicazioni. Per il patron del Sassuolo e di Mapei il mondo delle tlc e del digitale è una specie di nuvola, un "cloud" lontano anni luce dal mondo manifatturiero dove ha nuotato con successo.

Non a caso la materia e i problemi della modernità digitale ,che passa attraverso le reti e l'innovazione, è rimasta sempre ai margini. La dimostrazione più evidente è l'affollamento di associazioni e personaggi che dentro Confindustria si sbattono le chiappe intorno ai temi della banda larga e dell'information technology senza incidere minimamente sulla politica del governo.

Basta dare un'occhiata alle varie Confindustria Digitale e Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici alle quali bisogna aggiungere lo strano incarico a Massimo Sarmi per la diffusione dei servizi digitali. Questo per dire che forse è arrivato il momento per Squinzi di aggiungere alla sua agenda la priorità di un universo che tocca i servizi e le infrastrutture senza il quale la competitività italiana resterà per sempre un'araba fenice.

Se a Milano stanno crollando i salotti buoni della finanza, a Roma bisognerebbe suonare la sveglia e accendere riflettori più attenti su ciò che avviene intorno a Telecom e a un settore dove la presenza straniera è già fortissima e rischia di colonizzare per sempre il sistema Italia.

2. NELL'INCONTRO DI MARTEDÌ NELLA SALA DEL COUNCIL OF FOREIGN RELATIONS DOVE CON UNA GAFFE CLAMOROSA È STATO PRESENTATO ALLA PLATEA DEGLI INVESTITORI CON IL NOME DI MARIO LETTA
Enrichetto Letta sta rientrando da New York e dalla missione che lo ha portato prima in Canada e poi nel floor di Wall Street.

Ieri pomeriggio alle 15,30 il giovane premier ha suonato la campanella che apre le contrattazioni alla Borsa americana ma per una maledetta coincidenza poche ore più tardi si è sentito il rintocco funebre del suo governo. Nonostante questi segnali Enrichetto ha ostentato serenità perché convinto che l'operazione "destinazione Italia" potrà attrarre altre risorse e investimenti stranieri nel nostro Paese.

La soddisfazione più grossa l'ha avuta durante il pranzo a Bloomberg News dove si è trovato accanto ai massimi esponenti della comunità economica newyorkese. Al tavolo erano seduti il segretario al Tesoro e i boss di Goldman Sachs, Lazard, Blackstone, Coca Cola, il novello sposo George Soros, e il ciccione messicano Carlos Slim.

Nessun corrispondente della stampa italiana è riuscito a capire se con l'uomo più ricco del mondo che governa i telefoni dell'America Latina, Enrichetto ha parlato di TelecomItalia e dell'assalto spagnolo. D'altra parte la vaghezza del suo pensiero era già emersa nell'incontro di martedì nella sala del Council of Foreign Relations dove con una gaffe clamorosa è stato presentato alla platea degli investitori con il nome di Mario Letta.

3. "LA REPUBBLICA" SPAGNOLA DI GALATERI-DE BENEDETTI
Quando i bambini arrivano all'età di cinque anni non credono più alle storie dei vampiri.
E quindi è facile immaginare che i membri della Commissione del Senato ai quali Bernabè ha raccontato ieri mattina la favoletta dei predatori spagnoli, abbiano soffocato le risate. Nessuno di loro, a cominciare da Massimo Mucchetti fino all'innocente Raffaele Ranucci, ha creduto per un solo attimo che il capo di Telecom abbia appreso dai giornali che il vampiro Telefonica ha succhiato il sangue di Telecom nella notte tra domenica e lunedì.

Se la favoletta fosse vera dimostrerebbe semplicemente che agli occhi dei soci forti di Telco come Mediobanca, Generali e Intesa, il manager di Vipiteno non conta un cazzo e per questa ignoranza merita di essere cacciato.

A costo di fare una figuraccia Franchino ha fatto la parte dell'uomo caduto dal pero, ma sia i bambini che i senatori cominciano a pensare che con la sua dichiarazione da scimmietta che non sente e non vede, Franchino abbia voluto provocare un'accelerazione sul tema dello scorporo facendo scattare le corde dell'italianità in modo da precostituirsi un alibi per uscire di scena nel modo migliore qualora l'assalto spagnolo andasse a buon fine.

Sullo sfondo resta più credibile la tesi che il capo di Telefonica, Cesar Alierta, abbia saputo muoversi con la "discreciòn" che meritano operazioni del genere, e abbia fatto leva sulla storica amicizia con il conte Gabriele Galateri di Genola che conosce alla perfezione il dossier Telecom.

Oggi anche il quotidiano "Repubblica" non risparmia la presunta innocenza di Bernabè e c'è chi dietro l'attacco odierno vede lo zampino di Galateri che è diventato intimo di Carlo De Benedetti. A quanto si dice il nobile e fortunato piemontese e l'ingegnere hanno trascorso l'estate con le rispettive consorti in una non memorabile vacanza Indocinese.

Negli stessi giorni lo spagnolo Alierta se ne stava chiuso nel suo ufficio di Madrid e leggeva i giornali italiani e spagnoli che cominciavano a tracciare uno scenario sul futuro di Telco e di Telecom. Quando finalmente ha capito che il suo investimento avrebbe avuto un epilogo disastroso, ha chiamato Galateri (compagno di università alla Columbia) per chiedere spiegazioni e arginare l'ondata.

Poi è scattato il blitz e il vampiro di Saragozza, giocando d'anticipo, ha calato l'asso dentro Telco. La storia non è finita e ,come tutti dicono, sul campo resteranno morti e feriti.

4. ACEA, MARINO CONTRO CALTAGIRONE CHE LO MASSACRA TUTIT I GIORNI SUL "MESSAGGERO"
Perché il sindaco di Roma è così nervoso? Ieri ha preso carta e penna e ha inviato una lettera ai vertici di Acea, l'utility controllata dal Comune e da Caltariccone, sparando a zero sulla gestione "privatistica della società, orientata più al profitto che agli azionisti".

Nella missiva indirizzata al presidente Cremonesi e all'amministratore delegato, Paolo Gallo, Marino elenca una serie di problemi che riguardano le bollette pazze e il funzionamento del call center fino ad insinuare appalti truccati.

Il chirurgo genovese già il 15 aprile scorso si era presentato all'Assemblea di Acea con un pugno di azioni e aveva chiesto di ritardare le nomine nell'attesa delle elezioni comunali. Così non è avvenuto e oggi spara a zero sull'unica società che nel panorama disastroso delle controllate comunali porta utili al Campidoglio e agli altri azionisti.

Il merito è di Paolo Gallo, l'ingegnere torinese che dopo aver lavorato alla Fiat e in altre aziende elettriche (Edison, Edipower), è sbarcato a Roma dove circola con una 500 elettrica. I risultati della sua gestione si sono rivelati finora brillanti. A luglio ha chiuso la semestrale con ricavi in crescita del 6% e l'utile netto è balzato in avanti del 101% (70,6 milioni di euro). Dalla sua nomina avvenuta nell'aprile di quest'anno il titolo Acea è passato da 4,12 a 7,3 euro con un aumento superiore al 70%.

Questo spiega perché negli ambienti romani che non passano le serate a ingozzarsi di tramezzini, Gallo è considerato insieme a Gianluca Lo Presti (amministratore delegato dell'Ente Eur) uno dei migliori manager della Capitale.

C'è da chiedersi quindi il senso del suo affondo, e qualcuno pensa che sia una sorta di vendetta nei confronti del secondo azionista di Acea, Francesco Gaetano Caltariccone, che ogni giorno distilla dalle colonne del "Messaggero" pillole di cianuro contro la politica del Campidoglio.

 

 

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