vincenzo susca

NEL LIBRO "BELLO DA MORIRE" IL SOCIOLOGO VINCENZO SUSCA INDAGA LA METAMORFOSI DELL’ARTE, DEL GUSTO E DELL’IMMAGINE NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA: “SE IL KITSCH È L’OMICIDIO DELL’ARTE, TENTATO E MAI COMPLETAMENTE CONSUMATO, IL WOW È LA SUA APOTEOSI PORNO, UNA GOLDEN SHOWER SULL’ARTE (IL MATRIMONIO TRA JEFF KOONS E CICCIOLINA. LA BANANA DI CATTELAN VENDUTA PER 100MILA DOLLARI E SUBITO DIVORATA DA UN PERFORMER AFFAMATO. L’OPERA DI BANKSY CHE, AUTODISTRUGGENDOSI ALL’ASTA, RADDOPPIA IL PROPRIO VALORE…) - TRA FILTRI DIGITALI, CHIRURGIA ESTETICA, SOCIAL E IMMAGINI GENERATE DALL’IA, LA BELLEZZA SI FA GASSOSA, ELETTRICA, ALGORITMICA. UNA BELLEZZA TOSSICA, CHE CHIEDE ALL’INDIVIDUO CONTEMPORANEO UNA FORMA SOTTILE DI SACRIFICIO: UN 'SÉ-CRIFICIO'...

 

In esclusiva per Dagospia alcuni passaggi del nuovo libro di Vincenzo Valentino Susca Bello da morire. L’arte e il pubblico dal kitsch al wow, Mimesis, in libreria dal 21 marzo. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222320922

 

Vincenzo Valentino Susca è professore ordinario di sociologia dell’immaginario e mediologia all’Università di Montpellier Paul-Valéry

vincenzo susca 2

 

Da oltre un secolo, a cominciare dalle provocazioni di Marcel Duchamp e dalle performance dada, il bello è trasbordato dalle cornici in cui era stato custodito per secoli, scivolando lungo i rivoli dell’esistenza ordinaria.

 

Nel frattempo, le roccaforti dell’arte accademica hanno cominciato a mostrare segni di cedimento, denunciate dalle avanguardie del Novecento – dada, surrealisti, futuristi, situazionisti – in quanto dispositivi obsoleti, autoreferenziali, da oltraggiare e oltrepassare.

 

Codesto movimento di dislocazione ha trovato eco ed è stato corroborato nei linguaggi della cultura pop e urbana, dalla stagione punk fino alle scene hip hop ed elettroniche, che hanno eroso i confini fra cultura alta e bassa, fra centro e margine. L’arte è diventata esperienza diffusa e spettacolare, sprofondando nelle spaziature dell’abitare.

 

Accanto all’ombra del comunismo, nel cuore ovattato del Vecchio continente, tra i suoi bagliori sublimi, si aggira un altro spettro a cavallo dell’Ottocento: lo spettro del kitsch.

jeff koons cicciolina

 

Il cuscino ricamato dalla nonna con motivi floreali, la candela incastrata dal bricoleur in una conchiglia, i quadretti commemorativi ornati di corone con capelli intrecciati: ecco le prime performance di emancipazione estetica della gente comune. Sono prove generali dell’estetizzazione dell’esistenza che avvolge la vita contemporanea dalla culla alla tomba, occupando ogni interstizio del quotidiano.

 

*

La bellezza che battezza il mondo nuovo non è né rurale, né domestica. Non compiace l’ordine naturale delle cose, e neanche quello trascendente e astratto. Va contro la terra e contro il cielo. È contagiosa, virale. Si produce e si consuma.

 

Dal Diciannovesimo secolo fino al presente, è la bellezza di panorami ottici e manichini, filtri ed emoji, animali impagliati e automi, like e trend, tableaux vivants e meme, unicorni compresi.

 

A mo’ di quella che rischiara i passage e innerva la nostra cultura, è una bellezza a gas, elettrica, elettronica e infine digitale – dalla quale il soggetto è sedotto e alterato per sempre. Vi accede come individuo, ne esce altro da sé: non più donna né uomo, già postumano. Entra. E non torna più indietro.

This is the end, Beautiful friend, The Doors

banana cattelan

 

 

*

La bellezza contemporanea si usa e consuma, viene freneticamente celebrata mentre è dissipata – come accade ai nuovi Adamo ed Eva che, senza colpa né rimorso, addentano il frutto proibito non più per ribellarsi a Dio, ma per partecipare alla festa del mondo.

 

La loro ultima punizione suona quasi come un premio: non l’espulsione dal Paradiso, ma l’accesso illimitato al regno degli abbonamenti premium, da Netflix a Spotify.

 

Non più angeli caduti, ma utenti connessi, precipitano negli inferi della terra, lontani dal cielo ma abbagliati da una nuova luce – quella riflessa dagli ornamenti dorati dei passage parigini, dai padiglioni delle esposizioni universali, da Hollywood e, infine, da TikTok, Grinder e Vinted.

 

Altrettante stelle cadenti, cadute e intermittenti, le masse dei clienti di Harrods a Londra, del Bon Marché a Parigi o del Wertheim di Berlino – prima di trasformarsi in influencer e streamer, o di godere e perdersi nei tritacarne di PornHub e OnlyFans, passando per il quarto d’ora di celebrità promesso da Andy Warhol – sono accese e investite dai fuochi artificiali del consumo.

 

Brillano nell’atto stesso di consumare e di consumarsi.

Brillano come gli astri, come le star e come le bombe.

Wow!

 

*

vincenzo susca bello da morire cover

Le maschere Sephora per far risplendere la pelle di un effetto glow, la blefaroplastica, le protesi e le extension capillari per “essere wow”, sono le versioni analogiche dei filtri di Snapchat e di Instagram, degli avatar dei videogiochi, delle memoji di Whatsapp e degli sticker di Telegram.

 

Estetiche per eccellenza della cultura contemporanea – con tanto di story, tweet, selfie, snap e live – si fondano su una medesima grammatica: esporre se stessi come forma d’arte, dono gratuito, in un sacrificio estremo e festivo dell’individuo. Un sécrificio.

 

L’opera d’arte dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri non dimora più stabilmente nella sua residenza originaria. È costantemente fuori porta. Spaesata e spaesante, sfugge dalla propria cornice. Diretta altrove rispetto al punto di partenza, abbraccia e contagia ciò che le è estraneo.

 

Assegnando voce e corpo a sensibilità incontenibili entro le pareti museali – e da esse storicamente escluse – le nuove forme estetiche della società di massa, per citare il prezioso libro scritto da Alberto Abruzzese nel 1973, cospargono il mondo moderno di un’altra bellezza.

 

vincenzo susca

Una bellezza apparentemente innocua, interessante, cute, quasi naif, che nel suo flirt con la vita quotidiana inscena una progressiva e sotterranea insurrezione contro il mondo dell’arte.

 

Le sue luci artificiali – aurora dei flash fotografici, dei pixel, del glow cosmetico e digitale – baluginano come bagliori ambigui della cultura industriale: adombrano l’aura delle opere custodite al Louvre, agli Uffizi o alla British Gallery, eccitano nuove e antiche barbarie, risvegliano divinità silenti, relegate ai margini del sistema.

 

Ne scaturisce una bellezza divenuta performance, oggetto di culto. Così l’estetica pop incorona, con forme imprevedibili, ciò che Georg Simmel definisce “il re clandestino” della storia: il sovrano occulto, non ufficiale, ma irresistibilmente operante in ogni epoca. In un’ovazione di “wow”, esclamazione estetica ed estatica per eccellenza del sentire contemporaneo.

 

Se il kitsch è l’omicidio dell’arte, tentato e mai completamente consumato, in nome della bellezza spettacolare del quotidiano, inscenato in un’atmosfera giocosa, ironica, sensuale e festiva, per congedare l’eterno in ossequio all’effimero, il wow è il suo apogeo ebbro, la sua apoteosi porno, il suo delirio estetico.

 

Una golden shower sull’arte.

banksy

 

Il matrimonio tra Jeff Koons e Cicciolina.

 

La banana di Cattelan venduta per centomila dollari e subito divorata da un performer affamato.

 

L’opera di Banksy che, autodistruggendosi all’asta, raddoppia il proprio valore.

 

Un esercito di Labubu travestiti da principesse Disney all’assalto delle vetrine globali.

In una sudorazione generalizzata, l’onda del “wow” sommerge tutto. Annulla ogni distanza critica tra le opere e il pubblico, il corpo e il paesaggio, il mezzo e il messaggio. Induce uno stato di beata demenza lasciandoci senza parole, a bocca aperta, stupefatti.

Ultima forma di verità dopo la Verità, siamo creatori e creature di un’arte inedita e inquietante, irresistibile e fatale. Bella da morire.

selfie con l ambulanza blefaroplastica 6blefaroplastica 5vincenzo susca

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