PIAZZA AFFARI NEL PALLONE – TROPPE SPESE, INCERTEZZE SUI DIRITTI TV E LA LEGGE SUGLI STADI FERMA AL PALO: IL BUSINESS MANCATO DEI CLUB QUOTATI CI INCHIODA AL RUOLO DI CENERENTOLA D’EUROPA

Ettore Livini per "Affari&Finanza-La Repubblica"

Piazza Affari (e a dire il vero un po' tutto il calcio italiano) vanno nel pallone. Una rondine - leggi lo sbarco di Erick Thohir al timone dell'Inter - non basta a far primavera. La Serie A continua a perdere colpi, per audience e redditività, rispetto al resto d'Europa. E il listino milanese è lo specchio più fedele dello stato di salute surreale e un po' precario del nostro football: i titoli di Juventus, Roma e Lazio - le uniche tre squadre quotate - la settimana scorsa sono andati in tilt. «Il calcio in Borsa non è raccomandabile a vedove e orfani», ammoniva Victor Uckmar, ex presidente del Covisoc.

Le ultime sedute, però, hanno messo a dura prova anche le coronarie dei trader più scafati. Le azioni dei giallorossi sono volate da 49 centesimi a 1,67 euro per poi ricrollare. Sull'ottovolante, tra risalite e discese ardite, sono finiti pure bianconeri e biancazzurri, con voci di rastrellamenti di misteriosi "Mister X" degne più di un libro di John Le Carré che del listino di un paese civile. La roulette di Piazza Affari è il simbolo di un calcio italiano che stenta ancora a crescere. La spada di Damocle del Fair Play finanziario - la regola voluta dalla Fifa secondo cui chi non avrà i conti in ordine nel 2013-2014 non potrà partecipare alle coppe europee - è servita a poco.

È vero che il bilancio 2012 della Serie A è andato in archivio con un passivo di "soli" (si fa per dire) 200 milioni, 150 milioni in meno dell'anno precedente. L'Italia del pallone però - malgrado le tre Coppe del Mondo e le molte Champions in bacheca - resta la Cenerentola d'Europa. I ricavi sono cresciuti dell'1% contro il + 11% del Vecchio continente. La legge sulla costruzione dei nuovi stadi è ancora al palo. E la struttura delle entrate dei club tricolori, con il 60% del fatturato garantito dai diritti televisivi, li rende vulnerabili ai capricci della tv. Il nostro palmares non basta più.

Ai Mondiali di Rio non saremo nemmeno teste di serie. E siamo diventati una provincia pure nel risiko economico mondiale del calcio, un impero che sta allargando i suoi confini (vedi l'arrivo di Thohir) verso i paesi emergenti. I numeri dicono tutto: la Emirates versa al Milan dodici milioni annui. Tanti o pochi? Basta guardare al borsino europeo delle sponsorizzazioni per rendersi conto che siamo in serie B: la stessa compagnia di Dubai paga 40 milioni all'Arsenal e al Real. Etihad paga 50 milioni al Manchester City e quando il Barcellona dopo 13 anni ha deciso di affittare lo spazio sulla sua maglietta, la Qatar Foundaternazionalition ha firmato senza batter ciglio un assegno da 30 milioni. I soldi, insomma, ci sono.

Il football europeo fa gola ai tycoon stranieri e chi riesce a intercettare questo fiume d'oro - in cui noi fatichiamo - trasforma il mondo del pallone in un discreto affare. L'ultimo rapporto della Uefa sullo stato di salute finanziario del calcio continentale - complice anche in questo caso il fattore Fair-play - sprizza ottimismo. I conti dei 237 club che quest'anno partecipano alle Coppe (pari a un giro d'affari di 8,1 miliardi) si sono chiusi con un miglioramento di 600 milioni del risultato. I debiti arretrati sono calati del 70%, un segnale molto positivo e il mix di entrate di questo campione più che significativo - tanto per dire la distanza siderale dalla Serie A - è fatto di un 25% di diritti tv, 24% sponsor e 20% di biglietti. E il 60% di questi quattrini, meno degli anni passati, serve a pagare gli stipendi ai calciatori.

Il Milan, per dire, è la società tricolore più attiva sul fronte dei ricavi commerciali (ha 17,7 milioni di fan su Facebook e 1,52 follower su Twitter) ma genera a questa voce la miseria di 80 milioni l'anno. Per ora, dunque, si fa di necessità virtù. E la stanza dei bottoni del pallone di casa nostra - alias una Lega divisa in bande - si sta accapigliando, non a caso, nella delicatissima partita per il rinnovo dei contratti sui diritti tv 2015-2018, il piatto forte dei conti tricolori. Un primo risultato è stato portato a casa: Infront, l'advisor che ha seguito il vecchio contratto, ha già messo sul piatto un minimo garantito di 5,5 miliardi in sei anni.

Un po' meno del miliardo incassato quest'anno, ma comunque una bella cifra, visto che in molti - alla luce della frenata di abbonamenti di Mediaset Premium e Sky - temevano offerte al ribasso. La prossima settimana la Lega tornerà a incontrarsi per valutare il da farsi. Ma resta sul tavolo anche la proposta di aprire una sorta di pay-tv gestita in proprio dalla Serie A, soprattutto per far crescere i ricavi all'estero, fermi nel 2013 a 117 milioni.

Il Biscione e la pay-tv di Rupert Murdoch, su questo campo, giocano una partita tutta loro. Sky si è lamentata più volte negli ulti anni per la sperequazione del contratto in corso: Santa Giulia ha pagato la bellezza di 561 milioni per 380 partite mentre Cologno (grande elettore del presidente della Lega Maurizio Beretta) ne ha spesi 268 per 324. Il tycoon australiano spinge per un riequilibrio e si vedrà cosa riuscirà a portare a casa.

Di sicuro il duopolio tv della penisola non giova. Le nazioni con sistemi televisivi meno ingessati del nostro hanno garantito al calcio un forte incremento degli incassi, grazie soprattutto all'ingresso in campo dei colossi delle tlc. La sfida Dt-Sky in Germania ha spinto al rialzo del 69% gli incassi della Bundesliga. Quelli della Premier sono cresciuti del 52% quando British Telecom ha lanciato la sua tv sportiva minacciando la leadership di BSkyB. Resta da vedere se - una volta portati a casa i rinnovi - la Serie A riuscirà a muovere anche qualche passo in direzione di una maggior democrazia distributiva.

Nel 2012 la forbice tra chi prendeva di più (la Juventus con 90 milioni) e chi prendeva di meno (il Pescara, circa 20) era altissima. Distanze siderali rispetto, ad esempio, alla Gran Bretagna dove tra il Manchester United (71 milioni) e il fanalino di coda Queen's Park Ranger (47) ballavano solo 23 milioni. C'è un modo per far girare il vento? I guru dicono di sì. Se solo i club italiani si dotassero di strutture manageriali meno arcaiche e - soprattutto - potessero gestire stadi in proprio. La Juventus è stata la prima a muoversi in questo senso e i risultati, al di là degli alti e bassi in Borsa, si vedono sia sul campo che nel bilancio.

Un recentissimo studio sui benefici finanziari dello Juventus Stadium è chiaro: la disponibilità dell'impianto ha regalato nello scorso Campionato entrate extra per 23 milioni alla squadra (grazie soprattutto alla valorizzazione dei posti a maggiore redditività) e nove milioni di profitti. Poco ancora, per carità. Ma restano ancora da sfruttare una serie di iniziative commerciali costruite attorno alla struttura che daranno frutti negli anni prossimi.

La strada però è lunga. Lo stesso Andrea Agnelli, con gran dispiacere dei tifosi bianconeri, ha detto che oggi come oggi la società non potrà dire di no davanti a offerte da mille e una notte per Paul Pogba. Business is business. I tempi in cui il fenomeno Ronaldo e le altre stelle facevano anticamera per trovare un posto in Serie A sono lontani. E, purtroppo per il calcio italiano, è difficile che tornino tanto presto.

 

GABRIELE BASILICO FOTOGRAFA CATTELAN IN PIAZZA AFFARI PIAZZA AFFARIsansiro CATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANOsansir x GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTù A RIO DE JANEIROandrea agnelli foto mezzelani gmt de laurentis galliani foto mezzelani gmt adriano galliani milanRUPERT MURDOCH E WENDI DENG de laurentiis beretta fot mezzelani gmt ERICK THOHIR

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