biennale di venezia padiglione kenya di michael soi

LA CINA SI CUCINA LA BIENNALE - SOMMERSO DALLE PROTESTE, IL GOVERNO DEL KENYA SI RITIRA DA VENEZIA: NEL PADIGLIONE CI SONO SEI ARTISTI CINESI, UN ITALIANO CHE VIVE A MALINDI (L'ARREDATORE DI BRIATORE) E UNA KENYOTA CHE VIVE IN SVIZZERA

 

1. IL KENYA SI RITIRA DALLA BIENNALE DI VENEZIA - RESTERÀ IL PADIGLIONE, SENZA LOGHI NÉ BANDIERE

Da “la Stampa

 

biennale di venezia padiglione kenya di michael soibiennale di venezia padiglione kenya di michael soi

«Il governo del Kenya ha ufficialmente ritirato la propria partecipazione alla 56aEsposizione della Biennale di Venezia. A noi lo ha comunicato la Fondazione della Biennale con un email di poche righe, e questo ha provocato non pochi problemi a chi ha lavorato al padiglione, compreso la sottoscritta»: lo ha detto a Roma Paola Poponi, commissario del Padiglione del Kenya, in una conferenza stampa a cui ha partecipato anche Sandro Orlandi Stagl, il curatore di Creating Identities, la mostra che avrebbe dovuto rappresentare il Paese africano a Venezia.

 

La decisione, presa dal governo a pochi giorni dall’apertura ufficiale dell’esposizione (il 9 maggio), sembra essere stata provocata dalle polemiche relative non solo alla nazionalità degli artisti invitati a esporre - un’unica rappresentante del Kenya, Yvonne Apiyo Braendle-Amolo, residente da tempo in Svizzera, insieme con 6 artisti cinesi e a un italiano -, ma anche a presunte pressioni cinesi sul Paese africano. In ogni caso la mostra si farà, senza bandiera del Kenya e senza il logo della Biennale.

 

 

armando tanzini  armando tanzini

2. LO SGABUZZINO DELLE PORCHERIE ALLA BIENNALE DI VENEZIA

Igiaba Scego per www.internazionale.it del 16 aprile 2015

 

Questa è la cronaca di un pasticcio.

Un pasticcio in salsa coloniale.

 

O meglio, come l’ha definito Sylvia Gichia, direttrice del Kuona trust, centro per le arti visive di Nairobi, “un pugno nello stomaco”.

 

Non c’è un vero inizio in questa tragicommedia che vede coinvolti Kenya, Cina e Italia. Però si può farla cominciare simbolicamente il 15 giugno 2013.

 

yvonne apiyo braendle amolo in svizzerayvonne apiyo braendle amolo in svizzera

In quel giorno sono stati esposti alla biennale di Venezia cinque scatti del fotografo-acrobata cinese Li Wei. Giorni prima l’artista con il suo staff si era recato all’isola di San Giorgio proprio per scattare quelle foto e per usufruire della vista mozzafiato su piazza San Marco. Grazie a un ingegnoso sistema di cavi e corde Li Wei si è librato come una farfalla sui cieli veneziani creando geometrie giocose che hanno coinvolto i monumenti della città lagunare.

 

yvonne apiyo  braendle amoloyvonne apiyo braendle amolo

Nel 2013 nessuno però notò che Li Wei era “ospitato” nel padiglione del Kenya, paese alla sua prima esperienza in biennale. Il padiglione del paese africano proponeva quell’anno solo due artisti keniani, accanto a otto artisti cinesi, un italiano (Armando Tanzini) e un italobrasiliano. La faccenda fu liquidata in fretta, senza nessuna polemica. Anche perché in Kenya sia gli artisti sia gli operatori culturali ignoravano che il loro paese stesse partecipando alla biennale. Nessuno li aveva avvertiti, né tantomeno invitati.

 

Nel 2015, come nella migliore tradizione delle farse, la storia si è ripetuta. I curatori Sandro Orlandi e Paola Poponi (entrambi italiani) e il curatore aggiunto Ding Xuefeng (cinese) hanno selezionato per il padiglione del Kenya quasi esclusivamente artisti cinesi, aggiungendo come variazione sul tema una ragazza originaria del Kenya e residente in Svizzera (Yvonne Apiyo Braendle-Amolo) per darsi una patina di colore nazionale e un italiano (sempre Armando Tanzini) che abita da molti anni a Malindi.

li wei a venezia nel 2013li wei a venezia nel 2013

 

L’arte, si sa, non viaggia con le carta d’identità e poi, in un mondo mescolato come il nostro, le nazionalità e le facce non hanno una reale corrispondenza con gli immaginari nazionali. Ma nel caso del padiglione del Kenya 2015 gli artisti cinesi in questione, come del resto Li Wei nel 2013, non solo non sono keniani, ma non hanno nemmeno alcun legame con il paese in questione. Non conoscono la sua scena culturale contemporanea e non hanno il Kenya al centro delle proprie opere. Lo stesso vale per il curatore aggiunto Ding Xuefeng.

 

armando tanziniarmando tanzini

Un discorso a parte merita invece Armando Tanzini. Livornese, definito da più parti il ras di Malindi, ovvero l’inventore del Kenya dei grandi alberghi, dei safari, della Sharm el Sheikh dell’Africa orientale, colui che ha arredato la villa keniana di Briatore e che non ha mai nascosto la sua grande passione per le donne.

 

Architetto e scultore, nelle sue opere ritrae un’Africa nostalgica in stile neocoloniale con statuarie donne nude dai seni eretti ed elefanti dalla grande proboscide. Un immaginario ottocentesco che vede l’Africa come brodo primordiale di purezza esotica. Un’Africa da proteggere e penetrare, un’Africa un po’ retorica che è quella contro cui si battono da una vita molti artisti keniani della scena contemporanea.

armando tanzini armando tanzini

Ecco perché, al contrario del 2013, la polemica questa volta è scoppiata feroce e, grazie ai social network, è diventata virale.

 

L’artista keniano Michael Soi, che da tempo ha messo al centro della sua poetica la relazione Cina-Africa, appena saputo della storia del padiglione ha messo mano ai pennelli e ha creato due quadri che esemplificano al meglio la situazione. In Shame in Venice 1, Soi dipinge una serie lunghissima di uomini e donne cinesi in primo piano, interrotta solo da un uomo bianco ritratto di profilo e da una donna nera riccia che spunta con difficoltà da una posizione volutamente marginale. Il secondo Shame in Venice 2, è più esplicito, la scritta biennale di Venezia domina il quadro e dal padiglione del Kenya spuntano facce e scritte cinesi.

 

biennale di venezia  padiglione kenya di michael soibiennale di venezia padiglione kenya di michael soi

A ben pensarci Michael Soi poteva essere uno dei nomi su cui puntare per il padiglione keniano nella biennale 2015. Come ha ben ricordato Valentina Mmaka in Corriere delle migrazioni, sono molti gli artisti che potevano essere “arruolati” per Venezia, basti pensare a Thom Ogonga, Naomi Wanjiku Gakunga, Patrik Mukabi. In tutto questo le autorità keniane hanno deciso di rimanere in silenzio, di fare le classiche orecchie da mercante e aspettare la fine della tempesta.

 

yvonne apiyo braendle amoloyvonne apiyo braendle amolo

Ma questa volta gli artisti hanno deciso di lottare. Lo scrittore Binyavanga Wainaina, insieme ad altri intellettuali, ha chiesto un incontro con il ministro dello sport, dell’arte e della cultura Hassan Wario Arero, per smuovere un po’ le acque. Il ministro naturalmente non si è presentato all’appuntamento. È stata anche lanciata una petizione per ritirare la partecipazione del Kenya da questa edizione della biennale e preparare la partecipazione a quella del 2017 con dei criteri che tengano conto del merito e della rappresentatività. Le iniziative di resistenza culturale si sono moltiplicate in tutto il paese. Come anche lo sgomento di veder spacciato per multiculturalismo qualcosa che è sfacciatamente coloniale. Ma basta il colonialismo culturale per spiegare un pasticcio simile?

 

armando tanzini   armando tanzini

Certo una visione coloniale, che vede il Kenya (e in generale l’Africa) come subalterno, c’è eccome. Ma forse quello che emerge da questa squallida storia è che dietro a tutto ci sono scambi di favori e affari che vedono il Kenya come terreno di gioco tra più attori. Il Kenya ha una classe politica tra le più corrotte al mondo e sta svendendo parte del suo territorio agli imprenditori cinesi, ma non solo.

 

resort briatore malindiresort briatore malindi

Invece di tutelare e far progredire i suoi talenti artistici, li sta sacrificando in nome del profitto. Il padiglione, visto sotto questo aspetto, è solo una grande metafora di quello che succede nel paese. E in quest’ottica diventa anche chiaro l’estremo ritardo (sette ore) con cui la polizia keniana è intervenuta nell’università di Garissa, dove il 2 aprile 148 persone sono morte in un attacco terroristico del gruppo jihadista Al Shabaab. Il paese fa acqua da tutte le parti e la politica è sempre meno limpida e decifrabile. E naturalmente quando le acque diventano torbide, come nel più puro stile coloniale, c’è sempre chi se ne approfitta.

 

paolo barattapaolo baratta

Ennio Flaiano nel suo romanzo Tempo di uccidere, premio Strega nel 1947, scrisse: “L’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza”. In fondo, il padiglione del Kenya non è altro che uno sgabuzzino delle porcherie, uno dei tanti, che insudiciano il continente.

 

 

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