koons whitney

KOONS O KOONSFUSED? L'AMERICA ORA S'INTERROGA SULLA SUPER-ART-STAR E SUI VERI VALORI DI UNA MOSTRA DA 5O4, 2 MILIONI DI DOLLARI. E DAL WHITNEY PARTE IL GRIDO "MA E' VERA GLORIA?"

Stefano Bucci per La lettura- Corriere della Sera

 

 

Koons durante l'allestimentoKoons durante l'allestimento

Ispirazione o marketing? La folla di visitatori che assedia la storica sede del Whitney Museum sulla Madison Avenue per la più grande retrospettiva finora mai dedicata al profeta del neo-pop-kitsch, Jeff Koons, non sembra certo cercare risposte a questo dilemma da «addetti ai lavori», ma piuttosto certezze sull’attualità della trasgressione che ha trasformato l’artista statunitense in una star mediatica.

 

Il dilemma aleggia comunque nelle spoglie sale del bellissimo edificio brutalista progettato da Marcel Breuer nel 1966, anche perché la mostra che vede protagonista l’artista più costoso al mondo (grazie al suo Balloon Dog arancione venduto all’asta da Christie’s nel 2013 per 58,4 milioni di dollari) assume, premeditatamente o meno, i contorni di un’operazione di mercato: vale infatti in totale, secondo il price database di «Art-net», ben 504,2 milioni di dollari e inoltre l’elenco dei prestatori delle opere appare come un Who’s Who dei collezionisti più ricchi e potenti della terra. Un dilemma ben riassunto da Benjamin Sutton che, ancora su «Art-net», si è chiesto: «Può il denaro assicurare l’immunità critica?».

 

Selfie al WhitneySelfie al Whitney

 

Sono 150, divisi su quattro piani, i lavori messi insieme dal curatore Scott Rothkopf che ha puntato su un percorso nel mondo di Koons, dal 1978 a oggi, dalla rivisitazione del ready-made di Duchamp alla ironica celebrazione (e distruzione) dei miti della cultura di massa. Tecnicamente l’operazione appare riuscita, visto che al Whitney c’è in pratica tutto l’universo di Jeffrey (Jeff) Koons nato a York, Pennsylvania, nel 1955. Dagli aspirapolvere a Braccio di Ferro e all’incredibile Hulk, da Buster Keaton a cavallo di un asino a Michael Jackson con la scimmia, dai palloni da basket chiusi in una teca (con il marchio di fabbrica ben in evidenza) ai grandi pannelli e alle statue che celebrano le acrobazie erotiche dell’artista e delle sue partner, dalle copie dell’Ercole Farnese e della Venere di Willendorf al maxi cuore colorato, dalle spugne ai gonfiabili.

 

jeff_koons_michael_jackson_bubblesjeff_koons_michael_jackson_bubbles

Davanti a ognuno di questi lavori, tanti visitatori in preda a una incontenibile voglia di selfie, più interessati a fotografarsi che a ricordare i nomi dei singoli lavori o delle singole serie (Inflatables and Pre-New , 1978-79; The New, 1980-87; Luxury and Degradation , 1985; Equilibrium , 1983-93; Made in Heaven , 1989-91; Easy Fun , 1989-2000; Antiquity , 2008; Gazing Ball , 2013). L’impegno profuso dal Whitney Museum in questa mostra non ha però fatto colpo sui critici, sebbene si trattasse dell’esposizione che ufficialmente chiude la sede storica del museo prima del trasferimento nella primavera del 2015.

 

Definitivo è stato Andrew Russeth sul «New York Observer»: «La verità è che Koons è ormai fuori moda, l’arte oggi ha bisogno di una creatività incisiva e non effimera». Certo, le critiche e le polemiche non hanno mai spaventato Koons e nemmeno i suoi ammiratori che hanno persino costretto il Whitney a una apertura forzata per fare fronte alle richieste di biglietti. E trentacinque anni di una carriera costellata di scandali l’hanno immunizzato anche dai vandalismi: a fine di agosto Istvan Kantor alias Monti Cantsin, autodefinitosi «artista anarchico», ha schizzato vernice rosso sangue sulle pareti di una sala che accoglieva un coniglio gonfiabile di Koons.

 

 Koons da bookshop Koons da bookshop

Ma forse le critiche alla mostra sono il segnale della più generale confusione che regna nel mondo dell’arte contemporanea (per l’occasione è stato coniato il neologismo Koonsfused ): un mondo dove il Balloon Dog da 58,4 milioni di dollari diventa la decorazione di una borsa venduta da H&M (uno dei grandi sponsor della mostra) per soli 50 dollari; dove nel bookshop del Whitney si trovano puzzle da 38 dollari, vasi da 5 mila e servizi di piatti con Jacko e la scimmia da 475 tutti firmati da Koons.

 

E dove proprio negli stessi giorni della mostra, per la settimana della moda , l’emergente Tristin Lowe ha proposto nei Milk Studios un enorme elefante gonfiabile rosa degno di Koons. Eppure l’affondo finale all’universo di Jeff arriva, involontariamente, dallo stesso museo che con i suoi spazi rarefatti accentua la superficialità delle opere di Koons.

 

E che in contemporanea, nei mezzanini del quinto piano, propone tre piccole preziosissime esposizioni, ideale anteprima del Whitney che verrà: una su Edward Hopper e la fotografia, una su Alexander Calder, un’altra su cinque decadi di donazioni. Perché basta lanciare uno sguardo a A Woman in the Sun (1961) di Hopper, all’Object with Red discs di Calder (1931) o a Ethel Scull 36 Times di Andy Warhol (1963) per mettere a nudo tutta la fragilità del mito chiamato Jeff Koons.

 

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