SALVATE ER CINESE A ROMA! - L’ULTIMO MAXXI-BLUFF TARGATO MELANDRI SI CHIAMA HOU HANRU: NON SI SA A CHE SERVE

Alessandra Mammi per L'Espresso

Non più «una Ferrari senza benzina», come disse Giovanna Melandri il giorno in cui fu nominata presidente. Ora il MaXXI museo di Roma, è diventato «un bocciolo di fiore pronto a schiudersi o un vulcano a cui va dato calore e fuoco». Il neo direttore artistico nel suo discorso della corona ha usato per il potente museo di Zaha Hadid più poetiche e orientaleggianti metafore.

Un cambiamento. Il primo sotto il segno del cinese Hou Hanru, che si pronuncia Ú (cognome) Anrù (nome), 50 anni, nato a Guangzhou ma vissuto ovunque ci fosse una mostra da organizzare o una biennale da curare. Ultimo domicilio conosciuto la Nuova Zelanda dove ha curato questa estate la quinta Triennale di Auckland. Penultimo: San Francisco Art Institute come curatore per le mostre e per la scuola fino al 2012.

Un globetrotter dell'arte che parla cinese, francese, inglese. Mentre sull'italiano, requisito richiesto secondo Melandri, gravano forti dubbi. «Attenti a quel che dite», ha avvertito la presidente, «perché capisce e parla la nostra lingua». Bah, qualche basica parola di cortesia, e poi, per il resto un lungo, interminabile, complesso discorso di insediamento in inglese.

Si aspettava parecchio l'Hou Hanru pensiero, per capire come mai fosse stato scelto proprio lui che di musei in realtà non ne ha mai diretto uno, ed è sempre stato più famoso per «essere uomo integro, gentile e aperto al mondo», come lo descrive Massimo De Carlo, gallerista tra i più influenti d'Europa. Lo conosce bene e sa quanto egli si sia «nutrito di quell'idealismo anni Novanta che vedeva l'arte come un pensiero culturale con varie anime, un evento migratorio che lo costringeva al nomadismo. Compagno di strada di Hans Ulrich Obrist o Stefano Boeri, i quali molto prima di lui si son lasciati convincere dalle istituzioni».

«Una persona bella e disponibile, di rara intelligenza», secondo Cristiana Perrella, sua compagna di banco nel biennio '91-92 alla scuola di curatore a Prato. «Era fuggito dalla Cina dell'epoca Tienanmen perché coinvolto nei movimenti artistici anti-regime e aveva messo radici a Parigi dove organizzava mostre nel suo piccolo appartamento: le aveva battezzate "Incontri in un corridoio"».

Mentre la prima caratteristica di Hou per il suo maestro di allora, Pier Luigi Tazzi, «è l'innata curiosità forse più intellettuale che estetica, che lo ha portato a traghettare, tra i primi, proposte che andavano sorgendo ai margini di un mondo in espansione. E che lui ha saputo cogliere al momento giusto mantenendo una modestia insolita, che un cursus honorum più che ragguardevole non ha minimanente alterato».

E qui si parla di progetti come Z.O.U. (che sta per Zone of Urgency) alla Biennale del 2003 o "Cities on the move" mostra itinerante in Asia ed Europa che registra trasformazioni, contaminazioni, distruzioni del vecchio tessuto di città che si stavano rapidamente trasformando in metropoli e megalopoli.

«Sono state le sue prove migliori e tappe fondamentali nella storia delle grandi mostre degli ultimi 15 anni», dice ancora Tazzi. Per questo c'era attesa. Per questo si voleva capire come mai il nomade per eccellenza avesse deciso di fermarsi proprio a Roma e in un museo "difficile" come quello costruito da Zaha Hadid. E si voleva infine dare risposta al perché, dopo mesi di ricerca affidata a un'agenzia di cacciatori di teste quale la Odgers Berndtson, la scelta fosse caduta proprio su di lui. Ma i quesiti restano ancora senza risposta.

Non sembra poi così credibile che sia stato l'unico ad accettare il "magro" stipendio di 4 mila euro netti al mese più benefit e viaggi pagati. Né che fosse l'unico a rispondere al briefing (mai reso pubblico, peraltro) della succitata agenzia. Forse è stato illuminante il suo programma, ma nel discorso della corona (il 29 agosto al MaXXI) Hou Hanru di tutto ha parlato fuorché di programma.

Ha citato nobili filosofi come Agamben e Gramsci dimostrando discreta preparazione sulla cultura italiana. Si è interrogato sul senso ultimo del concetto di "contemporaneità". Ha espresso dure critiche al neoliberismo che «sta sempre più erodendo la democrazia sociale e trasformando la comunità europea in un processo di negoziazione economico-finanziaria atta a fronteggiare i meccanismi di controllo e predominio del capitalismo globalizzato». Ha promesso di cercare «soluzioni creative per l'espressione di libertà individuali e dell'interesse comune» e «dar voce alle moltitudini».

Ma non ha parlato di budget, di mostre, di didattica, di collezioni e acquisizioni o di come intende interagire con i due musei di Architettura e Arti Visive che sono l'ossatura del MaXXI e hanno due direttori saldi in sella (rispettivamente Margherita Guccione e Anna Mattirolo): due musei che, come tutti i musei, hanno l'incarico non solo di programmare esposizioni, ma anche di tutelare, studiare e conservare patrimonio e archivi (che poi sono la prima "mission" di un museo e quello che lo distingue da una "kunsthalle").

Ma soprattutto non ha spiegato cosa ci faccia qui un "direttore artistico" definizione che arriva dal teatro o dal mondo della lirica, ma suona strana in un mondo museale dove esistono ovunque solo ruoli di direttori e curatori. Tranne al MaXXI dove i direttori crescono e i curatori scompaiono tra le maree dei contratti precari. Un museo che ha un ingorgo al vertice, dove sulla programmazione, a leggere il nuovo statuto, hanno voce in capitolo non solo i direttori ma anche la presidente e i membri del Cda: che sono Monique Veaute, presidente di Roma Europa festival che già si adopera per programmare ottime sinergie (la mostra di Jan Fabre o Digital Life), e Beatrice Trussardi.

Un museo sui generis dove non è ancora stato nominato un comitato scientifico, ma si è sentita l'esigenza di trovare per mari e monti un direttore artistico in carica per ben quattro anni. Insomma: cosa dovrà fare Hou Hanru esattamente? Sarà un super capo chiamato a commissariare le altre due direttrici? O un super curatore chiamato a organizzare una o due mostre l'anno di appeal globale per portare sponsor e accendere i riflettori del bel mondo dell'arte sul museo romano?

E nel secondo caso: era necessario assumerlo con contratto quadriennale? O non era più semplice dare incarichi a progetto? Infine: se caratterialmente Hou Hanru appare dalle testimonianze poco incline al ruolo di Generalissimo, professionalmente sembra portato più per mostre intelligenti, originali e taglienti che per blockbuster acchiappa sponsor.

«Hanru è figura che ha titoli e qualità per ridare slancio alla programmazione del museo e consentirgli di conquistare una posizione di primo piano nel circuito internazionale», dichiara generica ma entusiasta la presidente. E già annuncia per la primavera del 2014 un'altrettanto generica rassegna che parta da arte & architettura per poi spaziare fra le varie discipline. Mentre lui in un promemoria alla stampa aggiunge «che non si devono dimenticare le sfumature dell'immaginazione, della poesia, dell'umorismo persino».

Nessuno lo ha avvertito: con l'umorismo a Roma si rischia. E comunque, se è per questo, non si preoccupi, le battutacce sul tema già girano: «Ahó, chiama Hou! Ehh? Uuh! Chi? Houuu...». Salvate er cinese a Roma.

 

CONTAINER NEL MUSEO MAXXI Giovanna Melandri Giovanna Melandri HOU HANRU E MELANDRI

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