luigi ontani

LUIGI ONTANI SI CELEBRA SULL’ALTARE DEL PROPRIO IO – A BERGAMO LE “PERFORMANCE FISSE”, I “QUADRI VIVENTI” E LE RIPRODUZIONI FOTOGRAFICHE A GRANDEZZA NATURALE DI UNA IMMAGINAZIONE DECADENTE E SURREALE

Ilaria Bombelli http://www.domusweb.it

 

luigi ontani, vanita, 1997luigi ontani, vanita, 1997

Nato a Vergato, paesello dell’Emilia Romagna già “patria di Guido Reni, ai piedi del Montovolo, nel letto del fiume Reno”. In un’intervista afferma, con suadente voce pitonesca dalla “esse” romagnola: “I miei paesaggi sono gli stessi Appennini tosco-emiliani di Morandi. La città di riferimento Bologna, dove ho vissuto come un ospite pendolare”.

 

A quattordici anni è impiegato alla Maccaferri, un’industria locale che fabbrica fil di ferro. Nel 1963 va a Torino a fare il soldato, e a cercare conforto tra anime a lui affini nella galleria di Luciano Pistoi. S’inebria degli scritti di Apollinaire, Savinio, Palazzeschi, Pirandello, Comisso. Non frequenta accademie di belle arti, solo un corso di nudo.

 

Allo Studio Bentivoglio di Bologna registra i suoi primi film Super 8. S’inventa gli Oggetti pleonastici (calchi in scagliola colorata di scatole di cioccolatini e uova, barattoli di borotalco e cipria; sculture in cartone e gommapiuma rosa-azzurra). Pubblica poesie infarcite di neologismi e calembour sul quotidiano Il Resto del Carlino.

 

luigi ontani, san sebastiano indiano, 1976luigi ontani, san sebastiano indiano, 1976

A ventisette anni si lascia convincere dalle sue migliori pedine, si licenzia, e da Vergato ruzzola a Roma, dove prende in affitto una casa con Sandro Chia. Si fa più diafano. Con artifici da carnevale ubriaca gli incauti e tinteggia con tralci di vite i muri di feltro della vita reale. Viaggia in Paesi esotici come Bali. Veste in modo bizzarro (“Mi piacciono i colori, e non potendo trasformarmi in un camaleonte mi vesto di stoffe acquistate in India e in Thailandia dove vivono i miei sarti preferiti”).

 

Nel 1974 i suoi ronfi di flauto si fanno più acuti nel garage dell’Attico di Fabio Sargentini, dove la sua “esse” romagnola si stampa sul costume rosso-blu del padre di tutti i supereroi (Superman), fino a trasformarsi in un’unica nota prolungata (l’urlo di Tarzan) nel parcheggio sotterraneo di Villa Borgese, sede piuttosto outrée della mitica “Contemporanea” di Achille Bonito Oliva.

 

È in quest’ansa del fiume biografico di Luigi Ontani (ma nulla come lo sciabordio sonnolento di una biografia grigiastra e vizza può inquadrare in una qualche cornice l’istrionismo strabordante del personaggio) che può essere collocato l’inizio di quella recherche che lo porterà alle “performance fisse”, ai “quadri viventi” e alle riproduzioni fotografiche a grandezza naturale, oggetto esclusivo di questa personale alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, intitolata, con singolare ironia, “er” “SIMULACRUM” “amo” (i giochi di parole sono le formule del suo circo).

luigi ontani, san sebastiano d'apre??s guido reni, 1970luigi ontani, san sebastiano d'apre??s guido reni, 1970

 

Un mot-valise che richiama alla mente un’insegna al neon (“Bergamo”) con alcune lampade rotte, dove nel vuoto di una sillabazione prende posto tutto il senso e il peso di quella “verità che nasconde il fatto che non ne ha alcuna” – sì, Baudrillard.

 

Ontani non ha gusto che per se stesso, per la messinscena, l’artificio, la cosmesi. Negli ultimi quarant’anni ha spremuto sino all’ultima goccia il limone della sua immaginazione, maturando il desiderio di andare a picco senza inciampi di fronte all’altare del proprio io, cercando rifugio nella cadenza impudente che l’ha reso famoso. “Viva l’arte”, canta la segreteria telefonica della sua casa romana, che fu studio di Antonio Canova, dove una radio sempre accesa rovescia nell’aria musica classica a tutte le ore.

 

Terribilmente eccentrico, ma anche amaro, ambivalente, buffo, brutale, sconcio, raffinato, colto, incantevole, misterioso, decadente, surreale, tragicomico, Ontani dà tutta l’impressione di essere riuscito a conservare, nell’ossessionante instabilità della sua identità, quel ponte di fanciullezza da cui guardare il mondo con meraviglia, riuscendo, va da sé, a far meravigliare.

luigi ontani, garibaldi onore, 2003luigi ontani, garibaldi onore, 2003

 

“Gli invidio di passare sulla terra con quelle scarpe di boa dall’enorme suola con infinita leggerezza e ironia”, dirà di lui Goffredo Parise. Il travestimento è il suo più antico flirt. Nulla lo diverte quanto vestire i panni altrui, che siano quelli di Pinocchio, di Dante Alighieri, di Giacomo Casanova, Garibaldi, Georges de La Tour, Narciso, Bacco, San Sebastiano, Adamo ed Eva, Cupido, San Luca, San Girolamo, l’arcangelo Gabriele, Gesù, e si potrebbe continuare per un bel pezzo.

 

 “Guardarsi allo specchio, che dice: ci hai creduto, faccia da velluto”. L’opera di Ontani consiste quasi interamente in questa battuta, prova ne è la mostra alla GAMeC, congelata in pose da film muto e gremita di simulacri come una chiesa di fedeli la domenica (“Stereotipi del sapere e dell’obliare”).

 

Qui, più e più volte la medesima faccia, con l’inconfondibile neo sulla guancia destra, si ripete come le virgole in un lungo periodo: Ontani con la corona di spine (Ecce Homo, 1970). Ontani con un serpente in bocca (Stravizi capitalistici, 1970). Ontani angelo senz’ali con il giglio in mano (Annunciazione, 1973).

 

luigi ontani, ecco homo, 1970luigi ontani, ecco homo, 1970

Ontani re delle clessidre con una civetta, un gabbiano, un pavone, un coccodrillo (Le Ore, 1975). Ontani coronato d’alloro; con lo scettro e le folgori; l’arco e le frecce; l’elmo e la spada; il mantello e il tridente (Olimpo, 1975). Ontani con una testuggine in testa (Pure’zza, 1996), con una falena in bocca (Distrazione, 1997), con un copricapo di narcisi (VanITA, 1997). Ontani con i gemelli Romolo e Remo (Lapsus Lupus, 1998).

 

Ontani con un teschio di scimmia come scettro (SanGerolaMonkey, 2000), vestito d’Arlecchino (CiniComico, 2007) o completamente svestito e sdoppiato (DaviDRatto, 1974-2008), infine quasi nudo, nella posa che fu di De Chirico (SenilSemiNudo, 2011). “Ho impugnato il ferro da stiro per togliere le rughe dal gigantesco corpo in cui vivo da tempo. Una farfalla per i bei colori mi ha distratto per un poco”.

 

Luigi Ontani, San Sebastiano Indiano, 1976

È in questa salamoia umana che si definisce tutta l’arte di Luigi Ontani, uomo abitato dall’irrealtà, inconquistabile, una x che tende all’infinito. “Nel suo genere, un sultano” (sempre Parise). Al pianterreno, nella sala d’ingresso del museo, una fotografia di discreta extravagance, di quelle lenticolari che spiritosamente cambiano d’aspetto secondo l’incidenza della luce dando l’illusione del movimento (Bolle di sapone, 1968), si lascia contemplare a bocca aperta come un feu follet.

 

domus ontani purezza 1996domus ontani purezza 1996

Un quadretto di una bellezza distensiva e soignée, che di questa mostra anticipa e assorbe la crepuscolare poesia, vivificandone l’incantesimo. Un giovane Ontani, frusciante in un abito bianco-talco e come afflitto da una mancanza di coordinamento muscolare, si muove con rapidi scatti su un fazzoletto di boscaglia di un azzurro inamidato che ricorda un quadro di fine Ottocento di Corot. Con un’angolazione appena diversa, si osserva l’artista cambiare posa e profilo, destra-sinistra, su-giù, come un girasole che non sa dove girare.

 

La testa ruota di qua e di là, mentre il respiro va moltiplicando cascatelle di bolle d’acqua e sapone come i conigli di un prestigiatore. A una a una, le magiche sfere di schiuma opalina riversano nell’aria il loro sciroppo colorato e girano e girano e corrono in una gara senza traguardo. E, per un istante, si ha la sensazione di vederle scivolare silenziosamente oltre la cornice dorata, e di riconoscere, fra i tremuli balenii rosa-verde-viola-turchese, l’immagine inconscia e infranta di Ontani folleggiare come un principe fatato in un arcobaleno liquefatto.

 

 

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