ALIERTA STA ALLERTA - CHE COSA FARE, COME E CON CHI IN TELECOM DOPO LA RISTRUTTURAZIONE DI TI MEDIA? L'AZIONISTA SPAGNOLO ASPETTA LE MOSSE DI BERLUSCONI PRIMA DI MUOVERSI SULLA RETE - 20 MILA ESUBERI?.
Massimo Mucchetti per il "CorrierEconomia" del "Corriere della Sera"
A questo punto dello sviluppo tecnologico, con le reti a banda larghissima per le telecomunicazioni fisse e anche per le mobili all'ordine del giorno, che cosa è destinata a diventare Telecom Italia? La ristrutturazione di Telecom Italia Media, che ha suscitato la reazione polemica delle star de La 7, può rivelarsi un semplice, e magari incompleto, taglio dei costi oppure può essere il preliminare di un ben più generale intervento sugli organici del gruppo dove, secondo le stime dell'ex presidente Pasquale Pistorio, le posizioni in eccedenza superano le 20 mila unità. Certo è che il ridimensionamento delle costose ambizioni televisive dice che la nuova gestione non crede a una Telecom Italia che si fa media company.
È questa una scelta apprezzata prima di tutto dai soci spagnoli di Telefonica che considerano le imprese di telecomunicazioni non come animali anfibi, per metà dediti alla trasmissione di voce e dati in modi sempre più evoluti e per metà intermediari o produttori di contenuti (informazione, spettacoli, sport) allo scopo di allungare la tradizionale catena del valore. Cesar Alierta, in verità, si era spinto ben più avanti di Telecom Italia. Aveva comprato Endemol, produttore di format tv di successo mondiale, ma poi, pentito, l'ha rivenduto a un operatore classico dei contenuti qual è Mediaset. Ma Telecom Italia Media rispetto a Telecom Italia è come un lillipuziano di fronte a Gulliver e non è ancora detto che l'evitare distrazioni televisive basti a focalizzare l'ex monopolio su una nuova missione industriale all'altezza dei tempi.
Nell'incontro di Madrid del 30 aprile tra Gabriele Galateri, Franco Bernabé, Alierta e Julio Linares, la nuova gestione ha ricevuto pieno sostegno nella correzione della prima linea manageriale nella quale stanno saltando, uno alla volta, i manager di estrazione pirelliana. Gli azionisti spagnoli, ma anche Mediobanca che in origine era divisa su Bernabé, non faranno mancare il loro sostegno nel taglio dei costi. Ma questa è solo una parte della questione. L'altra parte - che cosa fare, come e con chi - sarà materia dei prossimi mesi. Le banche d'affari hanno lamentato, a ragione, di non capire dove Telecom alla fine andrà a parare. Il nuovo azionista pesante, Marco Fossati, che sembra dire ad alta voce quello che gli spagnoli pensano, chiede un nuovo piano industriale entro l'estate e la fusione con Telefonica appena possibile.
Ma in questa fase, con l'investimento strategico nelle Ngn da fare o da rinviare, nessuna decisione seria può essere presa senza prima capire se il nuovo governo Berlusconi abbia in mente il modello americano, che da noi si tradurrebbe nella riscoperta del monopolio, o se invece possa varare una politica degli incentivi su questi investimenti a ritorno economico differito per l'operatore e a grande beneficio per l'economia. In particolare, resta da capire come il nuovo responsabile delle Comunicazioni definirà il servizio universale nelle next generation networks, possibile chiavistello per aprire la porta a sussidi mirati alla maniera di Tokio, ovvero rafforzando l'ex monopolio tal quale, o a quella di Singapore, ovvero sostenendo una società indipendente dell'infrastruttura avanzata di telecomunicazioni.
Quest'ultima opzione, sulla quale gli spagnoli sono freddissimi, è la preferita dalle banche d'affari e pure da quello che potremmo chiamare il partito degli ingegneri. In teoria, si potrebbe arrivare persino a ipotizzare una scissione di Telecom in una società per la rete fissa e mobile proiettata verso le Ngn e in un'altra società commerciale che offre il servizio. La prima società sarebbe una utility in regime di sostanziale monopolio controllato da Agcom, l'altra una telecom in competizione perfetta con le altre ma con ben altra base di partenza. Il nodo irrisolto di questa ipotesi, che al momento è di scuola, sta nel dove allocare le piattaforme tecnologiche. Certo è che un simile rimescolamento delle carte ridisegnerebbe l'Italia delle telecomunicazioni e potrebbe consentire a Telecom come sistema di imprese una doppia focalizzazione e ai suoi soci una spinta sui due titoli.
Dagospia 12 Maggio 2008
A questo punto dello sviluppo tecnologico, con le reti a banda larghissima per le telecomunicazioni fisse e anche per le mobili all'ordine del giorno, che cosa è destinata a diventare Telecom Italia? La ristrutturazione di Telecom Italia Media, che ha suscitato la reazione polemica delle star de La 7, può rivelarsi un semplice, e magari incompleto, taglio dei costi oppure può essere il preliminare di un ben più generale intervento sugli organici del gruppo dove, secondo le stime dell'ex presidente Pasquale Pistorio, le posizioni in eccedenza superano le 20 mila unità. Certo è che il ridimensionamento delle costose ambizioni televisive dice che la nuova gestione non crede a una Telecom Italia che si fa media company.
È questa una scelta apprezzata prima di tutto dai soci spagnoli di Telefonica che considerano le imprese di telecomunicazioni non come animali anfibi, per metà dediti alla trasmissione di voce e dati in modi sempre più evoluti e per metà intermediari o produttori di contenuti (informazione, spettacoli, sport) allo scopo di allungare la tradizionale catena del valore. Cesar Alierta, in verità, si era spinto ben più avanti di Telecom Italia. Aveva comprato Endemol, produttore di format tv di successo mondiale, ma poi, pentito, l'ha rivenduto a un operatore classico dei contenuti qual è Mediaset. Ma Telecom Italia Media rispetto a Telecom Italia è come un lillipuziano di fronte a Gulliver e non è ancora detto che l'evitare distrazioni televisive basti a focalizzare l'ex monopolio su una nuova missione industriale all'altezza dei tempi.
Nell'incontro di Madrid del 30 aprile tra Gabriele Galateri, Franco Bernabé, Alierta e Julio Linares, la nuova gestione ha ricevuto pieno sostegno nella correzione della prima linea manageriale nella quale stanno saltando, uno alla volta, i manager di estrazione pirelliana. Gli azionisti spagnoli, ma anche Mediobanca che in origine era divisa su Bernabé, non faranno mancare il loro sostegno nel taglio dei costi. Ma questa è solo una parte della questione. L'altra parte - che cosa fare, come e con chi - sarà materia dei prossimi mesi. Le banche d'affari hanno lamentato, a ragione, di non capire dove Telecom alla fine andrà a parare. Il nuovo azionista pesante, Marco Fossati, che sembra dire ad alta voce quello che gli spagnoli pensano, chiede un nuovo piano industriale entro l'estate e la fusione con Telefonica appena possibile.
Ma in questa fase, con l'investimento strategico nelle Ngn da fare o da rinviare, nessuna decisione seria può essere presa senza prima capire se il nuovo governo Berlusconi abbia in mente il modello americano, che da noi si tradurrebbe nella riscoperta del monopolio, o se invece possa varare una politica degli incentivi su questi investimenti a ritorno economico differito per l'operatore e a grande beneficio per l'economia. In particolare, resta da capire come il nuovo responsabile delle Comunicazioni definirà il servizio universale nelle next generation networks, possibile chiavistello per aprire la porta a sussidi mirati alla maniera di Tokio, ovvero rafforzando l'ex monopolio tal quale, o a quella di Singapore, ovvero sostenendo una società indipendente dell'infrastruttura avanzata di telecomunicazioni.
Quest'ultima opzione, sulla quale gli spagnoli sono freddissimi, è la preferita dalle banche d'affari e pure da quello che potremmo chiamare il partito degli ingegneri. In teoria, si potrebbe arrivare persino a ipotizzare una scissione di Telecom in una società per la rete fissa e mobile proiettata verso le Ngn e in un'altra società commerciale che offre il servizio. La prima società sarebbe una utility in regime di sostanziale monopolio controllato da Agcom, l'altra una telecom in competizione perfetta con le altre ma con ben altra base di partenza. Il nodo irrisolto di questa ipotesi, che al momento è di scuola, sta nel dove allocare le piattaforme tecnologiche. Certo è che un simile rimescolamento delle carte ridisegnerebbe l'Italia delle telecomunicazioni e potrebbe consentire a Telecom come sistema di imprese una doppia focalizzazione e ai suoi soci una spinta sui due titoli.
Dagospia 12 Maggio 2008