“SAREBBE NECESSARIO PROTEGGERE BASI COME ALI AL SALEM IN MANIERA PIÙ ROBUSTA. ALTRIMENTI SI PRENDONO DELLE SBERLE” – GLI ANALISTI MILITARI CRITICANO LA SCARSA PROTEZIONE DELLA BASE ITALIANA IN KUWAIT, COLPITA DA UN DRONE IRANIANO (CHE HA DISTRUTTO UN DRONE DA 30 MILIONI E DANNEGGIATO DUE EUROFIGHTER) - I MILITARI ITALIANI NELLA BASE SI TROVANO ISOLATI E SONO COSTRETTI A PASSARE GRAN PARTE DEL TEMPO NEI BUNKER, SENZA UNA MISSIONE OPERATIVA CHIARA - LA BASE, NATA NEL 2014 COME HUB STRATEGICO PER LE OPERAZIONI CONTRO L’ISIS, HA PERSO CENTRALITÀ NEL TEMPO DOPO CHE…
Estratto dell’articolo di Francesco Grignetti per “la Stampa”
base militare italiana di Ali Al Salem in Kuwait
I resti del drone Predator sono in terra. Era costato più di 30 milioni di dollari e ora alle nostre forze armate ne restano solo cinque esemplari. Due Eurofighter non possono decollare perché danneggiati dalle schegge. Sono gli effetti dell'ultimo attacco iraniano. Gli ultimi avieri presenti, intanto, passano la maggior parte del tempo chiusi nei bunker per evitare danni peggiori. Ormai non hanno più nemmeno una missione da svolgere. Eppure da lì è impossibile andare via. […]
Sono le scene quotidiane di quel che accade ai circa cento militari (su trecento che erano prima dell'attacco israelo-americano all'Iran) asserragliati nella base aerea Ali al Salem in Kuwait, dove siamo approdati nel 2014. Per come è andata a finire, con i preziosi velivoli lasciati alla mercé dei droni e dei missili iraniani, gli analisti militari non riescono a crederci.
IL DRONE ITALIANO DISTRUTTO NELL ATTACCO ALLA BASE DI ALI AL SALEM IN KUWAIT
Scrive ad esempio Piero Batacchi, direttore di Rivista italiana di difesa: «Sarebbe necessario proteggere basi come Ali al Salem in maniera più robusta. Vanno bene i Patriot, ma occorrono anche sistemi più leggeri ed economici, artiglieria antiaerea di diverso tipo e calibro, anche poco sofisticata, e jammer per il disturbo dei segnali di controllo e guida dei droni. Una difesa deve essere sostenibile, costo-efficace, e idonea ad affrontare un'ampia tipologia di minacce. Altrimenti si prendono delle sberle».
E poi c'è la questione della protezione passiva degli assetti, ovvero shelter induriti e hangar in cemento armato. «Completamenti assenti ad Ali al Salem, come anche reti antidrone e altri stratagemmi low cost che abbiamo visto in Ucraina. Si poteva e si doveva fare di più».
militari italiani nella base aerea militare di ali al salem in kuwait 2
Della base in Kuwait, peraltro in condominio con gli americani, e perciò inevitabilmente finita tra i target iraniani, si cominciò a parlare nel 2014, con il governo Renzi. Era comparso sulla scena mondiale il Califfato. E il Kuwait divenne il perno attorno a cui far ruotare militari e mezzi per le nostre missioni presenti nell'area, in Iraq come in Afghanistan, e poi in Kurdistan. […] Non avremmo partecipato a combattimenti, ma avremmo formato i peshmerga. Dal Kuwait, poi, avremmo garantito un vigile occhio con il drone Predator e aerei specializzati.
base aerea militare italiana di ali al salem in kuwait 2
[…] Con la fine della missione afghana e il collasso del Califfato, però, l'importanza della base Ali al Salem si è fortemente ridotta. Epperò non siamo andati via perché nel frattempo sono subentrati gli affari. I kuwaitiani nel 2016 scelsero infatti la società Leonardo per comprare ben 28 jet Eurofighter, i cui primi due velivoli sono stati consegnati nel 2021. Un contratto 8 miliardi di euro. E così accanto ai militari si cominciarono a vedere i civili addetti alla manutenzione.
Non a caso l'Aeronautica, che già aveva iniziato a formare a Grosseto i piloti kuwaitiani sugli Eurofighter, proprio nel 2019 – quando a Kuwait city arrivò anche la ministra Elisabetta Trenta – avvicendò i mezzi aerei. Gli Eurofighter presero il posto dei piccoli Amx, che fino a quel momento avevano effettuato 6mila ore di volo e fotografato oltre 17mila obiettivi.
base aerea militare italiana di Ali Al Salem in Kuwait
Scriveva all'epoca lo Stato maggiore: «Per gli Eurofighter si tratta della prima missione con il compito di ricognitori, grazie all'utilizzo di particolari tecnologie che consentono di effettuare sortite di ricognizione, sia di giorno sia di notte, da media e alta quota, su punti di interesse segnalati dall'Intelligence, in particolare nelle zone desertiche dell'Iraq, dove si annidano le ultime sacche di resistenza del Califfato. Permetteranno successivamente alle truppe della coalizione di studiare le dovute contromisure e intervenire con azioni chirurgiche». […]