L’ARCO DI UNA VITA – “CHI TIRA CON L’ARCO MIRA A SÉ STESSO - MA, AL TEMPO STESSO, NON MIRA A SÉ STESSO - E COSÌ FACENDO CENTRA FORSE SÉ STESSO - MA NON CENTRA SÉ STESSO” SCRIVE HERRIGEL NELLE PRIME PAGINE DEL SUO CELEBRE TRATTATO SULLO ZEN, AGGIUNGENDO CHE CHI TIRA CON L'ARCO È “CONTEMPORANEAMENTE COLUI CHE MIRA E IL BERSAGLIO, E COLUI CHE COLPISCE E COLUI CHE É COLPITO” – LA NUOVA EDIZIONE DEL LIBRO DI CULTO “LO ZEN NELL’ARTE DEL TIRO CON L’ARCO”, CHE NON PARLA DI ARCIERI, MA DI DISCIPLINA E DI VITA – IL CONSIGLIO DEL MAESTRO: “DEVE TENERE LA CORDA TESA COME IL BIMBO TIENE IL DITO CHE GLI VIENE OFFERTO…”
ARCO
Da “Letterina”, la newsletter di Stefano Mirti
«Chi tira con l'arco mira a sé stesso - ma, al tempo stesso, non mira a sé stesso - e così facendo centra forse sé stesso - ma non centra sé stesso» scrive Herrigel nelle prime pagine del suo celebre trattato sullo zen aggiungendo che quindi chi tira con l'arco è «contemporaneamente colui che mira e il bersaglio, e colui che colpisce e colui che é colpito».
UN TIRO CON L’ARCO AL CUORE DI SÉ STESSI
Estratto dell’articolo di Andrea Gentile per “il Sole 24 Ore – Domenica”
L’arte dell’editoria è anche quella di saper concepire libri nuovi, anche quando quei libri sono stati scritti decenni fa. Quest’arte […] coincide anche con un lavoro editoriale che ripensa completamente l’oggetto-libro, e ne fa un’esperienza nuova.
Prendere in mano, allora, la nuova edizione de Lo zen nell’arte del tiro con l’arco di Eugen Herrigel pubblicato da Ubiliber invita a cantare un inno alla felicità. A chiunque sia già capitato di leggere questo libro di culto, e a chi invece non l’abbia mai letto, potrà giungere il desiderio di possederlo, e di attraversarlo.
Eugene Herrigel - Lo zen nell’arte del tiro con l’arco - Ubiliber
Lo zen nell’arte del tiro con l’arco è il primo numero della collana Nemo, appena lanciata dall’editore […]: è pensata per chi, come recita l’editore, «riconosce il valore di un libro non solo nei contenuti ma anche nell’oggetto in sé». E lo fa, sorprendentemente, in formato tascabile, e a un prezzo economico.
Ulteriore, e forse inedita, peculiarità della collana è quella di far illustrare - non solo le copertine, ma anche gli interni del libro - a un unico artista per tutti i dieci volumi dell’anno.
Ed è così che quest’edizione del classico di Herrigel è illustrata - così come i successivi libri - dai dolci e ipnotici acquerelli di Nicola Magrin. Con un simile oggetto, e con una nuova traduzione, è dunque un grande piacere rileggere questo classico, portato in Italia da Adelphi nel 1975 (e sempre in commercio con la traduzione di Gabriella Bemporad) e pubblicato in Germania, per la prima volta, nel 1948.
L’essenza del libro è sempre più viva: si parla di tiro con l’arco, ma naturalmente la disciplina si fa simbolo non solo di una antica tradizione contemplativa, ma ancora di più di un modo di concepire il mondo e sé stessi in relazione al mondo.
«Chi tira con l’arco mira a sé stesso - ma, al tempo stesso, non mira a sé stesso - e così facendo centra forse sé stesso - ma non centra sé stesso» scrive Herrigel nelle prime pagine aggiungendo che quindi chi tira con l’arco è «contemporaneamente colui che mira e il bersaglio, [e] colui che colpisce e colui che è colpito».
Che siamo di fronte a una pratica spirituale, l’autore lo chiarisce sin da subito, e immediatamente denuncia la sua difficoltà di occidentale di comprendere come lo zen rappresenti «una pura immersione mistica nel divino». Il problema è proprio in quel verbo, comprendere».
Perché non c’è nulla da comprendere, c’è solo da vivere, c’è solo da sentire. Ed è così che la possibilità di insegnare storia della filosofia all’Università imperiale del Tohoku di Sendai diventa, per l’autore, l’inizio di una grande esperienza di apprendimento del tiro con l’arco; dunque, di una grande esperienza spirituale.
Nel rapporto tra maestro e allievo sta sicuramente il cuore del libro. L’autore continua a voler essere un perfetto tiratore, a volere essere concentrato, a voler centrare il bersaglio, a voler migliorare, continua a volere, volere, volere… pian piano il maestro […] smonta questo attaccamento all’immagine di sé.
«Lei deve tenere la corda dell’arco tesa più o meno come il bimbo tiene il dito che gli viene offerto. Un bambino piccolo stringe il dito così tanto che ogni volta ci si meraviglia della forza del minuscolo pugno. E quando lascia il dito, ciò accade senza il minimo scatto.
Sa per quale ragione? Perché il bimbo non pensa (…) È del tutto senza riflettere e senza intenzione alcuna che passa da una cosa all’altra, e potremmo dire che egli gioca con le cose, se non fosse altrettanto corretto sostenere che le cose giocano con il bimbo» dice il maestro.
In questa iniziazione all’esercizio pratico - che si fa spirituale e cosmico - le parole del maestro si fanno verità assolute: «Il giusto tiro nel giusto momento non si presenta perché lei non si libera di sé stesso. Lei non mira al compimento, bensì attende di fallire». […] Perché, parlando di zen, è di arte che si parla, e cioè dell’arte di vivere, il più possibile, nel momento presente: l’unica cosa che abbiamo e dunque – come scrisse Marco Aurelio – l’unica che può esserci tolta.






