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PRIMA DI EPSTEIN, C’ERA IL CORANO – GLI UOMINI DI FEDE ISLAMICA, OLTRE A POTER AVERE PIÙ MOGLI, HANNO SEMPRE AVUTO ANCHE UNA O PIÙ CONCUBINE, RAGAZZE DI SOLITO SCHIAVE, IDENTIFICATE NEL CORANO CON UN TERMINE SPECIFICO, MILK AL-YAMIN, CHE LETTERALMENTE  SIGNIFICA “CIÒ CHE LA MANO DESTRA POSSIEDE” – OGNI AREA DI PROVENIENZA AVEVA UN “COMPITO”, COME RACCONTA UN TRATTATO DELL’XI SECOLO: LE INDIANE “BUONE PER IL PARTO”, LE RAGAZZE BERBERE, IN PARTICOLARE SE  DOTATE DI “PELLE CHIARA”, LE MIGLIORI PER LA MATERNITÀ E IL PIACERE  SESSUALE, LE DONNE DELL’AZERBAIGIAN, LE GRECHE…

Estratto da “Monogamia. Storia di un’eccezione”, di Marzio Barbagli (ed. il Mulino)

 

Monogamia, storia di un’eccezione

[…] Gli uomini musulmani hanno sempre avuto anche una o  più concubine, ragazze di solito schiave, identificate nel Corano con un termine specifico, milk al-yamin, che letteralmente  significa «ciò che la mano destra possiede».

 

Poiché la riduzione  in schiavitù dei musulmani era proibita, esse provenivano da fuori  delle terre islamiche. Arrivavano, ancora bambine o adolescenti,  da quattro diversi canali.

 

Potevano essere figlie di schiave delle  famiglie musulmane, prigioniere di guerra, donne comprate nei  mercati, attivi in tutte le regioni confinanti con le terre islamiche  medievali, tributi, cioè scambi di persone nel contesto di accordi  politici. A esse erano attribuiti compiti diversi.  

 

Quali fossero questi ultimi, e come venissero valutate le  donne provenienti dai vari paesi, risulta evidente dal trattato  scritto nell’XI secolo da Ibn Butlun, un medico nestoriano  di Baghdad.

 

È lui che definisce le schiave originare dell’India  come «buone per il parto», quelle di Medina ideali per essere  addestrate come cantanti, le ragazze berbere, in particolare se  dotate di «pelle chiara», le migliori per la maternità e il piacere  sessuale, le «Zanj», probabilmente donne schiave dell’Africa  orientale, eccellenti nella danza e nel ritmo ma anche capaci di  sopportare lavori pesanti, le donne dell’Azerbaigian come più  adatte al servizio che al piacere, poiché affidabili, le donne greche  come le migliori amministratrici finanziarie perché meticolose, e  le armene le più adatte per il duro lavoro.

harem

 

Consentite in numero illimitato, queste donne facevano parte  dell’unità familiare islamica ed erano soggette a una regolamentazione giuridica identica a quella applicata a qualsiasi altra schiava.  

 

Un uomo e la sua concubina o le sue concubine costituivano già  di per sé un’unità familiare, poiché non vi era alcun bisogno che  l’uomo prendesse una moglie legittima, né ciò avrebbe modificato  sostanzialmente la struttura familiare. La sposa legittima non  esercitava alcuna autorità sulle concubine, poiché esse non erano  schiave sue, ma di suo marito.

 

Ella poteva comandare e disporre solo delle proprie schiave, e una sua schiava non avrebbe potuto  mai essere concubina del marito, perché non gli apparteneva.  Se la concubina rimaneva incinta, riceveva un nuovo nome,  umm walad o umm al-walad («la madre del figlio del padrone»)  e, una volta che il padrone riconosceva tale paternità, il suo status  giuridico cambiava.

 

VELO NON VELO

La schiava non doveva necessariamente portare a termine la gravidanza. Se avesse avuto un aborto spontaneo  o se il bambino fosse morto dopo la nascita, il suo status restava  comunque irreversibile, anche in assenza di una nuova gravidanza.  Nel frattempo, il padrone non poteva farla diventare una delle sue  quattro spose legittime, perché il proprietario di una schiava non  poteva mai sposarla se non dopo averla liberata, dandole così la  possibilità di scegliere.

 

La concubina-madre acquisiva una serie  di diritti inalienabili. Non poteva essere venduta né separata con  la forza dalla sua casa o dai suoi figli, né poteva essere costretta  a lavorare fuori dalla propria abitazione per un salario. Suo figlio  era considerato libero e legittimo, ed era membro a pieno titolo  della famiglia del padre, erede della sua proprietà, e legalmente  pari a qualsiasi altro figlio nato da moglie libera.  

 

Se diventavano umm walad, queste donne avevano la possibilità di salire la scala sociale. Prendiamo ad esempio il caso di  Khayzuran («canna sottile»). Rapita da un beduino in tenera età,  fu venduta in un mercato di schiavi vicino alla Mecca al terzo  califfo abasside al-Mandi, il sovrano di uno degli imperi più vasti  (che al suo apice copriva un’area di 11 milioni di km²), che si  innamorò di lei, la affrancò e la sposò nel 776. Khayzuran gli  diede due figli e una figlia e dopo aver ottenuto il titolo di umm  walad influenzò le nomine reali e dominò i cortigiani, il consorte  e i figli.

Khayzuran

 

Impegnò tutta sé stessa perché i suoi figli ereditassero  il titolo califfale, riuscendo a far escludere gli altri figli avuti da  al-Mahdi con la sua prima moglie, la cugina Rayta, figlia del  primo califfo abbaside. Riuscì a convogliare immense ricchezze  verso il proprio tesoro personale. Al momento della sua morte,  fu registrato che il suo reddito annuo assorbiva metà delle tasse  fondiarie dell’Impero.

 

I suoi beni comprendevano un enorme  palazzo con oltre 1.000 schiavi al suo servizio, oro, gioielli e  18.000 abiti in broccato di seta46.  Innumerevoli sono state le concubine schiave che hanno  conosciuto una forte mobilità ascendente. Nei cinque secoli del  califfato abbaside, forse solo tre califfi nacquero da donne libere. Gli altri erano figli di concubine straniere: donne catturate,

 

donate o acquistate da terre afghane, turche, slave, etiopi, greche  e persiane. Esse davano alla luce eredi musulmani al califfato e  svolgevano così un ruolo essenziale nel perpetuare la «nobiltà»  musulmana. […]

 

 

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