ARGENTO VIVO - IL REGISTA NON VUOLE EREDI: “ANCORA NON SONO MORTO, COME DICEVA SERGIO LEONE ‘DEI MIEI PRESUNTI ALLIEVI NON VOJO SAPE’ NIENTE’” - IL FILM CON VERONICA LARIO E ANJA PIERONI: “CON BERLUSCONI LO VEDEMMO SEDUTI SUI GRADINI DEL CINEMA”

Malcom Pagani per il "Fatto quotidiano"

Nella casa romana in cui Dario Argento basta monacalmente a se stesso, divani e poltrone rosse non alterano l'ascetismo di fondo: "Ho bisogno di poco. Qui ho ufficio e alcova. Penso, scrivo, lavoro, dormo e spignatto felice come ai tempi in cui facevo il giornalista, tornavo alle quattro di mattina e aspettavo l'alba mangiando spaghetti in silenzio per non disturbare nessuno".

Settantaquattro anni a settembre, il tabacco nel cestino, una tosse sorda che accompagna la conversazione: "Sono diventato asmatico per ‘sto cazzo di inquinamento e fumare non posso più", il regista della nostra malata irrazionalità è un signore apparentemente meno inquieto delle storie che racconta. L'ex studente degli Scolopi non beve mai, parla senza enfasi e tiene le mani - le stesse che nei suoi film, con riflesso tra ironia e feticismo - riprendeva per armare l'assassino, giunte al petto.

Sembra assente, ma quando ricorda una data, riflette su un'occasione persa: "Gli amori finiscono e ricominciano, ma sono sempre uccisi da abitudine, convivenza o gelosia" o ragiona con la linea d'ombra che la sua visione del terrore obbliga a superare, si appassiona nella spiegazione: "Quando faccio i miei film torno bambino, a un'età in cui ero ancora puro, non corrotto dalla cultura o dalla politica, in definitiva più libero.

A quindici anni scappo di casa e vado a Parigi. Ragazze, curiosità, ostelli. Un po' lavoricchio e un po' non faccio niente. Avevo qualche soldo in tasca, ma a un certo punto il denaro finisce. Allora mi ricordo che un collega di mio padre Salvatore, produttore per Unitalia, ha un ufficio di corrispondenza in città. Mi procuro l'indirizzo di Unifrance. Il mio uomo mi riceve, si mostra amichevole, chiacchieriamo del più e del meno. Dopo qualche frase vuota, vado al punto: "Ho qualche inatteso problema di liquidità, ma papà mi ha assicurato che lei avrebbe fatto fronte a qualunque mia esigenza".

Risposta?
"Papà ti ha detto proprio così?". Poi si alza: "Telefono alla banca e te li ordino". Torna dopo dieci minuti e mi stacca un assegno molto più generoso del previsto. Aveva parlato con mio padre: "Devo darglieli davvero?", "Daglieli, daglieli, così almeno torna a Roma".

Lei tornò?
Dopo qualche altra lieta settimana, non c'era fretta. Passavo i pomeriggi alla Cinémathèque, Parigi era meravigliosa. Ma a differenza di mio fratello, rimasto per anni in famiglia, per me conquistare l'indipendenza economica era importante. A Roma, passata la sbornia, iniziai a scrivere da critico su un giornale specializzato. L'Araldo dello spettacolo. Il direttore ed editore, Ugoletti, conosceva mio padre e dopo qualche mese da praticante a costo zero, iniziò anche a pagarmi.

Lei poi emigrò a Paese Sera.
Fino a quel momento ero stato soprattutto un ragazzo timido che aveva scoperto la letteratura a undici anni trascorrendo a letto mesi e mesi per una febbre reumatica. Il giornalismo mi fece ammalare di nuovo. Aprì improvvisamente uno spazio vuoto. Una prateria vergine. Potevo riempirlo con passioni e sogni. L'ambiente di Paese Sera era vivace. Un chiasso continuo con due fazioni in lotta. I vecchi, dogmatici, seriosi, politicamente assai duri. E i giovani. Aperti alle novità, agli Stati Uniti, agli esperimenti. Il direttore, Coen, mi mandava pizzini severi: "Il cinema americano è solo vacuo passatempo".

Litigavate?
Discutevamo. Ci si poteva accapigliare su Malcolm X come su Sergio Leone. In quella redazione c'erano scontri personali anche violenti, ma si cresceva in fretta. Il bello di Paese Sera era amare le contrapposizioni. Considerarle ricchezza, dialettica, spunto critico.

"Scusi lei è favorevole o contrario", la sua prima sceneggiatura, è del 1967.
Poi, con Bernardo Bertolucci, scrissi il soggetto di C'era una volta il west. A pensare di riunirci e metterci a un tavolo fu Sergio Leone. Io non avevo ancora esordito e Bernardo aveva girato qualche piccolo film tra cui Prima della Rivoluzione, ma era preoccupato per il suo futuro. L'incontro con Leone diede coraggio a entrambi. In tre anni lui preparò Il Conformista, io L'uccello dalle piume di cristallo.

L'aneddotica su Leone lo pretende duro e a volte brutale.
Sergio era secco e diretto, ma non aggressivo. Con i giovani era generoso. Voleva sapere cosa pensassero della vita e del cinema. Non parlando inglese, mi invitava a cena quando andavano a trovarlo all'Eur i produttori stranieri. Era spiritoso, amava la battuta greve, la compagnia degli altri, la risata. Nel '66, quando l'Arno straripò, andammo con le nostre mogli a Firenze per vedere l'alluvione con i nostri occhi. Ci impressionò. Trovammo la devastazione e nel caos, una missione collettiva. Spalare il fango. Ripartire. Dimenticare.

A lei è capitato?
Dopo qualche tradimento lavorativo, anche se la vita corre più in fretta di qualunque rancore e prima di pensarci intensamente sei già altrove, capita sempre. Ripartire poi è un'esigenza intima. Spinto dalle ragioni più varie, io viaggio moltissimo. Sono andato dappertutto. Una volta anche ad Haiti, a studiare il Voodoo perché durante una sosta, nella capitale di Portorico, salì a bordo dell'aereo un pittore naïf con i suoi quadri arrotolati. Iniziammo a parlare . Mi incuriosii. Mi affascinò.

L'iconografia nei suoi film ha un ruolo centrale.
Ho lavorato su Freud. L'ho studiato. È il mio mito. Il mio feticcio. Non sono mai andato sul lettino, ma è come se fossi in analisi da sempre. Spesso immagino il mio film nel dormiveglia. Il mio momento più ondivago e creativo. Sogno concatenati in modo cronologico i fatti che mi sono accaduti nella giornata o situazioni che se non diventano nebbia portata via dalle prime luci del mattino, rielaboro in scene ed emozioni. Quando sto per girare, poi, mi aiuta il subconscio. Mi vengono in mente cose impressionanti. Spaventose. A ridosso di un lavoro, l'attività onirica spesso si trasforma in incubo.

Le sue paure?
Profonde, trascendentali, quasi esoteriche. Dettate dalla mia parte oscura. Ce l'abbiamo tutti, nessuno escluso. So di provocare turbamento con le mie immagini e so anche che qualcuno mi considera una specie di pazzo con idee orribili e fantasie perverse. Me ne frego. Ognuno, giusta o sbagliata che sia, si fa dell'altro l'opinione che preferisce. Ed è raro che qualcuno scinda opera e autore. Che pensi che i miei film siano solo una fantasiosa creazione che con me non ha nulla a che vedere. Anche Edgar Allan Poe ipotizzava scenari orribili, ma tra inquietudini e droghe, conduceva veramente un'esistenza terrificante. Volevo omaggiarlo con un documentario sulla sua vita. Andai sui suoi luoghi natali. Trovai smarrimento, perdizione, disperazione. Alcool e oppio.

Lei nel 1985 fu trovato con pochi grammi di hashish dalla Guardia di Finanza. Prima di accompagnare i militari per l'identificazione, reagì con umorismo: "Mò nun famo che appena giro le spalle qualcuno se fuma la robba mia".
Fatico a considerare il fumo alla stregua di una droga, ma una qualche forma di dipendenza, superata con molta facilità, in due distinti e non lunghissimi periodi, l'ho avuta con la cocaina.

Era giovane?
Avevo circa quarant'anni. La cocaina che non uso più da decenni, non mi ha aiutato creativamente e la droga, in assoluto, è un vizio. Una piccola malattia che non ti aiuta perché alimenta paranoie e fantasie che non servono a niente. Bukowski avrebbe scritto comunque libri memorabili e Maradona disegnato le stesse magie anche senza polvere bianca.

Legge ancora molto come un tempo?
Moltissimo. In questi mesi sono proiettato sul passato. Sto scrivendo un'autobiografia per Einaudi, forse si intitolerà Paura . Ho ripensato a mio zio Elio, che mi prende in braccio urlando "È il primo Argento della nuova generazione" e ritrovato le lettere di mia madre, Elda Luxardo. Fu bellissima modella e grande fotografa di costume. Prima poi finirò di cercare tracce e costellazioni e troverò il coraggio di chiuderlo. Non manca molto.

Invecchiare la avvilisce?
Vado a nuotare quasi tutti i giorni. C'è un circolo sul Tevere. Una cosa semplice. Metto gli occhiali, la cuffia, entro, esco, faccio la doccia, nessuno mi chiede niente. C'è un senso di pace nell'acqua.

Con le sue figlie, Fiore e Asia, va d'accordo?
Abbiamo buoni rapporti che negli anni si sono forzatamente raffreddati. Ci si sposa, si fanno i figli, e anche se è giusto evadere dall'influenza paterna, purtroppo ci si allontana. Fiore e Asia sono cresciute con me, hanno vissuto felicemente a casa mia, per anni ho fatto il mammo portandole a scuola e diventando giorno dopo giorno più loro amico che padre.

Asia ha seguito le sue orme.
Per anni con Asia nel tempo siamo stati come fratellini. Viaggi, avventure, cose belle. Abbiamo fatto cinque film insieme, un percorso fondamentale per entrambi. Lei e Fiore mi somigliano, quando ci incontriamo non c'è il tipico imbarazzo degli estranei. Abbiamo sempre qualcosa da dirci.

La politica la appassiona ancora?
Voto ancora se è questo che intende e Matteo Renzi mi piace. All'Italia serve un ribaltamento di prospettiva, ma non la confusa rivoluzione proposta da Grillo. Lui sì che è un mezzo pazzo, ma in questa miscela di aggressività puerile e pericolosa demagogia, non ho capito cosa voglia davvero. Se ci fa o ci è. Se il delirio è una messa in scena o un dato di fatto. "Bisogna spaccare tutto" dice, ma è un concetto che potrebbe esprimere anche un bambino di 12 anni.

Anche Renzi incita alla rottamazione.
Ma parla di vecchie figure del suo partito. Sappiamo anche a chi si rivolgeva, a quale dirigente.

Lei per il partito di Massimo D'Alema, a fine anni '90, affrontò anche una campagna elettorale.
Non presi tantissimi voti, ma neanche così pochi. Mi proposero di candidarmi alle comunali e fortunatamente accettai. Stavo preparando Il fantasma dell'opera . Feci i sopralluoghi e poi per due settimane diedi il rompete le righe e congedai tutti. Battei tutta la periferia. Nel partito non ci voleva andare nessuno. Fu un'esperienza straordinaria. Conobbi le tante città fantastiche che vivono dentro Roma.

Torre Maura, Tiburtino III, Tor Bella Monaca, San Basilio. Certe atmosfere, certe archeologie industriali le misi senza esitare ne Il cartaio. Ebbi anche avventure al limite. A Ostia, in un centro sociale, venni quasi aggredito da due ceffi: "Buffone, miliardario, porco, potente, togliti dai coglioni". Volevano passare alle vie di fatto. Intervenne un mio amico, un architetto. Li riconobbe. Erano i figli di ricchissimi padroncini del posto. È proprio vero, i più radicali non di rado sono i più privilegiati.

Da ragazzo ha peccato di ideologia?
Sono stato grato ai miei genitori. Erano libertari, anche se mio padre, in oscillazione perpetua tra liberali e repubblicani, era disturbato dal mio esser di sinistra. Ho guardato con molta simpatia a Potere Operaio e collezionato l'intera raccolta di Lotta Continua, ma l'appello contro Calabresi non l'ho firmato e quando l'Italia attraversa i suoi anni più complicati, io non sto in piazza, ma sul set.

Il partito degli anni '70 è diviso tra apologeti che ne esaltano l'importanza catartica e detrattori che considerano il decennio tra i più cupi del secolo scorso.
Gli anni '70 sono finiti in un bagno di sangue, ma malgrado le Stragi di Stato, Brigate Rosse e collettiva sbandata per armi ed eversione, nonostante tutto, me li ricordo lieti, cinici e spensierati. Si sbeffeggiava la realtà, ci si illudeva, si parlava d'amore libero e coppie aperte. Poi magari scoprivi che i più laici, quelli che sventolavano convinzioni d'avanguardia sulla normalità del sesso a tre, si struggevano per la fidanzata e si rodevano nelle pene d'amore fino a star male. Nel calderone di quel decennio c'era spazio per ogni contraddizione.

Negli anni '80 lei conobbe Silvio Berlusconi.
Ci incontrammo nel suo ufficio: "Noi siamo qui per imparare da lei, ci spieghi, parli, noi apprenderemo rapidamente". Era entusiasta e sul cinema aveva idee bizzarre. "Un film non dovrebbe andare in troppe sale, ma essere proiettato in pochissimi luoghi e restare inamovibile per un anno o più".

Lei assoldò Veronica Lario per un ruolo in Tenebre.
La scelsi tra mille senza avere inizialmente idea che fosse la compagna di Berlusconi, così come ignoravo che Anja Pieroni, pure nel cast di Tenebre, come poi mi dissero, avesse una storia con Bettino Craxi. Veronica proveniva da una famiglia politicamente impegnata. Era bella, colta, intelligente, silenziosa, tormentata e consapevole. Con lei e Berlusconi andammo a vedere la prima al cinema Astra di Milano. Ci attardammo a parlare prima dell'inizio del film e non ci accorgemmo che i posti si andavano esaurendo. Al momento del buio in sala, per noi non c'era più una sedia.

Usciste?
Berlusconi si appoggiò per terra: "Se un film è bello, è bello anche senza comodità". E così, gelandoci il culo sui gradini, con la schiena a pezzi, trascorremmo un'ora e mezza sul pavimento dell'Astra. Il direttore del cinema, a film concluso, passò un brutto quarto d'ora.

Anche Veronica Lario. In Tenebre , vietato ai 18, lei le fa tagliare un braccio.
Berlusconi non eccepì né protestò neanche per un secondo. Era cinema, non realtà. E lui lo conosceva. Diceva di aver visto i miei film e sono certo non mentisse. Era un imprenditore dinamico, fino a quando non assistetti alla fondazione di Forza Italia avevo persino pensato fosse di sinistra. Poi si rivelò per essere altro o forse, vai a sapere, era sempre stato lo stesso.

Che cosa?
L'aspirante padrone d'Italia. Un dittatore. Un caudillo. Il famoso ventennio berlusconiano ha trascinato con sé detriti seri. Danni enormi. La disaffezione per la politica, l'involgarimento generale, la fine del nostro cinema. La tv ha imposto le sue regole, ha modificato a 360 gradi il palinsesto, ha creato nuove categorie dell'essere. Se ci rifletto mi sembra quasi peggio di una legge ad personam.

Nei suoi duri appunti su Berlusconi lei non evoca mai il sesso.
Il lato privato non mi interessa. Le cose importanti, i reali cambiamenti dovuti al lungo dominio di Belrusconi sono altri. Scopare non è un peccato. È una cosa sana, bella, giusta, pulita. Da quel punto di vista, nei costumi, a casa mia sono stati sempre più che comprensivi. Si aprivano le porte alle ore più improbabili, entravano fanciulle, si accettava la felicità del corpo in una diversa, mai censoria, declinazione della parola libertà. Insieme a talento, il mio termine preferito.

Vede molto talento tra i suoi emuli?
Ci sono molti ragazzi che potrebbero rigenerare il filone a cui mi sono applicato, ma avrebbero bisogno di un aiuto. Delle possibilità che in un'epoca diversa da questa, a noi vennero offerte senza difficoltà. Il talento è talento. Non ha bisogno di investimenti miliardari. Solo di ascolto. Oggi nessuno ascolta più nessuno. Ed è un peccato. Ho incontrato qualche giovane regista a Courmayeur durante il Noir in Festival. Erano arrabbiati, delusi, scoraggiati, ma lucidi. Se avessero un'occasione la ripagherebbero con gli interessi.

Potrebbero essere i suoi eredi.
Aridaje. Non sono morto, ma non aspiro neanche all'eternità. Devo scegliere tra tre progetti e curerò presto la produzione esecutiva di un interessante horror affidato a un giovane regista americano. Non credo agli eredi né agli allievi. Sono cresciuto alla scuola di Leone: "Non ho seguaci, non ho una cattedra e dei miei presunti allievi, non vojo sapè niente".

 

 

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