daria bignardi (1)

È TEMPO DI CONFESSIONI - DARIA BIGNARDI: ‘HO SCOPERTO DI AVERE UN TUMORE ALLA FINE DELLE ‘INVASIONI BARBARICHE’. DURANTE L’ULTIMA CHEMIO, CAMPO DALL’ORTO MI OFFRE LA DIREZIONE DI RAI3’ - E PARLA DELLE CURE, LA PARRUCCA, GLI HATERS E IL SUO APPARIRE ANTIPATICA - ‘DALLE MIE DIMISSIONI NON HO MAI PIÙ RIACCESO LA TV. PUTROPPO LA RAI, COME QUESTO PAESE, È IRRIFORMABILE’ - E SUL MATRIMONIO CON LUCA SOFRI È SIBILLINA: ‘CHI AMA SARÀ PERDONATO’

gq daria bignardi

 

Malcolm Pagani per www.vanityfair.it

 

Genesi di un romanzo: «Era tutta la vita che volevo scrivere una storia dove fosse l’ansia a guidare il racconto. Come Lea, la protagonista, ho avuto una madre malata di ansia ossessiva e per anni, avendo detestato l’ansia di mia madre e adorato lei, ho rimosso l’idea di soffrirne. Poi ho capito che invece l’ansia dominava anche me, anche se me lo nascondevo e lo nascondevo agli altri. Alla fine mi sono arresa, l’ho accettata, l’ho usata, ho capito che era il motore di tutto quel che facevo.

 

FEDERICA SCIARELLI - DARIA BIGNARDI - STEFANO COLETTA

C’è un’ansia buona e una cattiva. Se la riconosci puoi cercare di usare la buona e combattere la cattiva. Ho capito che di tante cose per cui soffrivo non ero padrona. Era il mostro a guidarmi», dice ridendo Daria Bignardi.

 

«L’esperienza», continua mentre beve caffè in una casa dagli accesi bianchi che sembrano dialogare con il cielo di Milano, «significa anche lasciarsi andare». Dopo 40 mesi trascorsi a scrivere, cancellare e aggiungere, messo in soffitta un altro compleanno, il 57esimo, proprio oggi, la ferrarese Bignardi – «vengo da una città lenta, struggente, metafisica» – può osservare il canarino giallo sulla copertina della sua sesta opera, Storia della mia ansia: «Per me è il mio libro più importante», dice, con l’eccitazione vigile di chi è appena uscito da una gabbia.

CAMPO DALL ORTO BIGNARDI

 

Mentre scriveva dell’ansia «e di come condiziona una storia d’amore, disperato come sono certi amori quando uno ama di più, o almeno sente e soffre di più», le sono accadute molte cose. «Alcune le ho usate per il romanzo, altre no. Il cervello degli scrittori è come una rete da pesca. Ci rimane impigliato quel che hanno vissuto ma anche quel che hanno letto, ascoltato, rubato. Non racconti mai nulla a uno scrittore».

 

Perché?

«Perché prima o poi rischia di ritrovarlo in un romanzo. Per interpretare, gli attori devono ricordare o evocare emozioni: succede anche agli scrittori. In Storia della mia ansia ci sono personaggi completamente inventati e altri che somigliano a persone che conosco. E naturalmente ci sono anche io».

semprini e daria bignardi

 

La sua protagonista, Lea Vincre, combatte con l’ansia, con l’incomprensione di suo marito Shlomo e con un tumore al seno scoperto all’improvviso. E si imbatte in una nuova occasione d’amore. 

«In questa storia a Lea sarebbe potuto accadere di tutto: cadere in un dirupo, avere un incidente d’auto, essere fatta prigioniera dai talebani come succede a Brody in Homeland. Bisognava che a questa donna innamorata e divorata da un’ansia atavica succedesse qualcosa di molto forte. Un evento importante che cambiasse il tessuto delle sue giornate e dei suoi pensieri».

 

Perché alla fine ha scelto la malattia? 

rischiatutto fabio fazio con i concorrenti foto di daria bignardi

«All’inizio pensavo a un incidente, poi mentre scrivevo mi sono ammalata. “Nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore quando gli succede qualcosa di grosso”, ho scritto nell’aletta del libro. Qualunque cosa accada a uno scrittore, anche la più faticosa, lo troverà ad accoglierla con gli occhi illuminati perché attraversare un’esperienza forte è materiale per una storia. Prendere elementi dalla vita reale per la storia che stavo scrivendo è stato naturale».

 

Perché non ne ha mai parlato fino a ora? 

DARIA BIGNARDI

«Chi è ammalato considera la propria malattia il centro del mondo, ma anche se ho rispetto per chi sta soffrendo in questo momento, parlare pubblicamente della malattia in generale, o peggio ancora della mia, non mi interessa. Per tanti motivi: un po’ per pudore, un po’ per paura della curiosità o della preoccupazione degli altri, un po’ perché quando guarisci volti pagina e non hai più voglia di parlarne ancora. Ho superato una malattia seria, ma al tempo stesso molto comune. Si ammalano milioni di donne, a cui va tutto il mio affetto».

 

Quando ha scoperto di avere un tumore? 

luca sofri daria bignardi

«Facendo una mammografia di controllo, appena terminata l’ultima stagione delle Invasioni barbariche. Sei mesi dopo, a una settimana dall’ultima chemioterapia, mi è arrivata la proposta di Campo Dall’Orto per dirigere Rai Tre. Gli ho raccontato tutto. Mi ha chiesto soltanto: “Sei guarita?”. Gli ho risposto di sì. “Ti aspetto a Roma”, mi ha detto e io sono partita. Dopo sei mesi dentro a una bolla sono entrata dentro a un’altra bolla. Da un’esperienza totalizzante all’altra».

 

Che cosa le è rimasto dell’esperienza della malattia? 

«Ascolti: la chemioterapia fa schifo, ma serve. Curarsi o operarsi non è divertente. Non ho rimosso niente, ma ho elaborato tutto anche scrivendo questo libro. Non è un libro sulla malattia e non è un libro sul tumore, è una storia d’amore, e sul rapporto tra l’amore e l’ansia. Il cancro è soltanto un evento che lo attraversa».

 

La affatica parlare del tema? 

«Più che affaticarmi non mi interessa tanto. Ne ho scritto. Lei domanda e io rispondo, ma è la prima volta e anche l’ultima spero».

daria bignardi con le sorelle parodi

 

Perché non ne ha parlato quando la prendevano in giro per i capelli corti e grigi? In rete si parlava di «look horror» e alcuni scrivevano che con la direzione di Rai Tre voleva fare la radical chic milanese. Perché non ha detto la verità?

«Il giorno della nomina, quando c’è stata la conferenza stampa a Roma, avevo la parrucca. L’ho portata per diversi mesi, era molto carina, capelli identici ai miei, anzi più belli. Poi andando avanti e indietro in continuazione tra Milano e Roma, a gestire ’sta parrucca, a un tratto, non ce l’ho fatta più. Un bel giorno l’ho tolta dalla sera alla mattina e mi sono presentata al lavoro con i capelli corti e grigi che stavano ricrescendo sotto. Ma non ho dato spiegazioni, tranne che ai miei vicedirettori, coi quali eravamo diventati amici».

DARIA BIGNARDI IN TRAM

 

L’hanno ferita le critiche preconcette? 

«Ma no, sono vaccinata. Chiunque compare, soprattutto oggi, è oggetto di una tale massa di critiche che non bisogna esserne toccati davvero. In alcuni casi, le assicuro, mi dispiaceva per loro. Mi preoccupavo che rimanessero male se avessero saputo del cancro. Sono materna. E quindi rompiscatole. Vorrei fare da mamma a tutti».

 

L’impressione è che lei non abbia avuto molti amici. 

«Ho molti cari amici ma non fanno i giornalisti, tranne uno o due. I miei amici sono il mio compagno di banco del liceo, il mio vicino di casa. Ho un gruppetto di quattro amiche strettissime con le quali da 35 anni festeggiamo il Natalino e ci sentiamo ogni giorno, ma Barbara vive a Roma e fa l’artista, Cristiana a Londra e lavora in ospedale, Renata fa ricerche di mercato: solo Francesca, napoletana, lavora in tv, ma perché a un certo punto ha lasciato la pubblicità per lavorare con me.

 

daria bignardi

Non ho avuto tempo per coltivare tante amicizie, purtroppo. Sono stata concentrata su quel che facevo. I giornali, la radio, la tv, i libri. Quando hai figli e lavori tanto non hai tempo di fare nient’altro. Frequentare, farsi conoscere per quel che si è, è un’impresa. Ti defili, non telefoni e magari gli altri pensano che tu sia arrogante o presuntuoso.

daria bignardi luca sofri

 

A qualcuno sono stata antipatica? Può dispiacermi, ma fa parte del gioco. E non credo che il mondo sia diventato più aggressivo: è sempre uguale, solo che i media e i social amplificano le critiche, te le fanno arrivare. Poi guardi, le confesso una cosa, io non sono migliore degli altri. Tra amici, se vedo una persona che non mi piace in tv, dico anch’io: “Ma senti ’sto cretino”. Esattamente come i cosiddetti haters. Certo, io non gli scrivo insulti. Ma un pensiero malizioso magari sì».

MONTI DA DARIA BIGNARDI

 

Cosa ha rappresentato la tv vissuta dall’altra parte della barricata? 

«Parla di Rai Tre? Sbarcare a Roma, dove non avevo mai abitato, è stato come atterrare sulla luna. Cieli commoventi e persone simpatiche e interessanti, ma io non avevo mai lavorato nel pubblico e ho capito molte cose».

 

Quali? 

MONTI DA DARIA BIGNARDI

«Che le cose sono più complesse di quanto non si pensi e che il bianco e il nero non esistono. Alla Rai mi sono affezionata. Ho visto dall’interno questo pachiderma mosso da tanti omini generosi e coraggiosi contrastati da altri, delusi, cinici o nemici del cambiamento. Ma se vuole un bilancio, è molto positivo. Ho dato tutto quel che potevo e ho ricevuto in cambio molta stima.

 

Per un anno e mezzo ho vissuto un’esperienza totalizzante, quasi mistica, come dice l’ex direttrice di Rai Due, la mia amica Ilaria Dallatana. Lavoravamo almeno dodici ore al giorno. Poi a luglio mi sono dimessa e non ho più riacceso la televisione. Non so neanche cosa ci sia in tv adesso. È successo così anche con la malattia. Faccio tutto quel che devo e che posso, do tutto, poi volto pagina».

BARBARA D URSO LUCA SOFRI E DARIA BIGNARDI

 

Perché è finita con la Rai? 

«Sono entrata con Campo Dall’Orto e il pensiero, forse romantico e ingenuo ma sincero, di rivoluzionare la Rai. Non c’erano le condizioni per farlo come avevamo in mente noi e quindi non c’erano più le condizioni per continuare. Quando Antonio è andato via, ho deciso che mi sarei dimessa. L’ho comunicato a Mario Orfeo e lui, che è una persona molto affettuosa e intelligente, per più di un mese mi ha chiesto di ripensarci. Quando ha capito che era impossibile, mi ha chiesto di preparare almeno i palinsesti autunnali. “Certamente”  ho risposto. Ho lavorato a testa bassa e poi ho salutato».

 

bignardi selfie con giulia innocenzi

Campo Dall’Orto e i suoi, inizialmente descritti come fantocci governativi, hanno finito per pagare la loro autonomia dalla politica?

«Campo Dall’Orto è un manager etico e competente. Quindi, credo sia come dice lei, anche se molte cose non le ho vissute in prima persona perché Antonio faceva da parafulmine a tutti noi: a me, a Ilaria di Rai Due, ad Andrea Fabiano di Rai Uno. Lui a noi diceva: “Fate come credete sia giusto”.

urbano cairo daria bignardi

 

Poi se facevamo scelte che fuori non piacevano pagava lui. Credo che a Roma non ci fossero abituati. Ma se sui social qualcuno, per fortuna ormai pochi, mi scrive ancora “schiava di Renzi” non so se si sia capito bene come abbiamo lavorato. Magari avremo fatto anche degli errori, ma senza pensare mai a chi conveniva cosa. Una cosa però l’ho capita».

 

Quale? 

«Mi spiace dirlo, ma temo che questo sia un Paese irriformabile. Non penso che la politica sia brutta e cattiva, l’ho frequentata anche da militante quando ero al liceo ed eravamo idealisti e appassionati. Ma oggi è un luogo in cui è difficile mettere in pratica quel che si immagina di fare e, cosa ancor peggiore, è diventato molto difficile prendere decisioni impopolari fregandosene del consenso. Ma bisognerebbe farlo».

MATTEO RENZI DARIA BIGNARDI INVASIONI BARBARICHE

 

In tv tornerà? 

«Non penso, non credo. Fare bene televisione è molto faticoso e mi sembra che la direzione di Rai Tre sia stato un gran bel finale. È stato bello però. Mi sono divertita, soprattutto a lavorare in gruppo, coi miei delle Invasioni eravamo una macchina da guerra. Poi restano le soddisfazioni.

 

BIGNARDI GIULIANO FERRARA

Una ragazza che lavora a Rai Tre e non sentivo da mesi l’altra sera mi ha mandato una foto. C’era suo figlio, 13 anni, che nella sua cameretta rivedeva sul suo portatile una mia vecchia intervista a Mika e Dario Fo. “Dice che sei bravissima, Daria. E non sai quanto è critico di solito”, mi ha scritto. Mi ha fatto piacere. Se piaci a un tredicenne in un’intervista di quattro anni fa puoi essere soddisfatto del tuo lavoro».

 

Quindi farà solo la scrittrice? 

selfie daria bignardi

«Non me lo chiedo, faccio una cosa per volta. Ora sì. Magari in futuro potrei tornare in radio, ma scrivere mi piace e mi corrisponde più di tutto. Anche nei tempi del lavoro. Scrivi, correggi, riscrivi. Rifletti, pensi, cambi, aspetti. In tv non puoi, è tutto troppo veloce. Ho vissuto molte vite, non mi sono mai fermata. Ho corso tanto. Ora scrivo, vado più piano e sono contenta».

 

E adesso che ha fatto il giro largo, almeno con l’ansia ha trovato una tregua? 

«Un ansioso non potrà mai liberarsi dall’ansia, ma può imparare a riconoscerla, e magari a prendersi in giro».

 

E l’amore, il protagonista del suo romanzo, come va?

«Ieri mia figlia ha letto il cartiglio sulla bustina del tè che bevevo e ha commentato: “Sarai perdonata”. “Perché?”, le ho domandato, “Cosa c’è scritto?”. E lei: “C’è scritto: ‘Chi ama sarà perdonato’”».

daria bignardi attizzatadaria bignardi con suora e monsignoredaria bignardi grande fratellodaria bignardi luca sofri matteo renziDARIA BIGNARDIDARIA BIGNARDIDALLORTO BIGNARDIDARIA BIGNARDI MATTEO RENZI

 

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