“SE CHINI LA TESTA NON AVRAI SCAMPO” – ANTONIO PADELLARO RACCONTA I SUOI VENT’ANNI AL “CORRIERE” (1971-1990) A USO E CONSUMO DI FONTANA (E DI SE STESSO) – DAL SANTONE SPADOLINI ALLA RIVOLUZIONE DI OTTONE, FINO AGLI ANNI DELLA P2 CON FRANCO DI BELLA

Antonio Padellaro per il “Fatto Quotidiano”

l addio di ferruccio de bortoli al corriere della seral addio di ferruccio de bortoli al corriere della sera

 

Non so come sarà il prossimo Corriere della Sera con la nuova direzione ma nel commiato del direttore uscente, Ferruccio de Bortoli, tra le tante mi ha colpito una frase: “Con il tempo ho imparato che i giornali devono essere scomodi e temuti per poter svolgere un'utile funzione civile. Scomodi anche quando sono moderati ed equilibrati come il Corriere ”.

 

Certo, forse noi del Fatto abbiamo del concetto di “scomodità” una visione diversa da quella “moderata”del Corriere anche se la radice professionale e civile è in qualche modo la stessa. Ne sono convinto perché in quel grande giornale (che per me resta sempre il più grande giornale italiano) ho lavorato per quasi un ventennio, dal 1971 al 1990, e con Ferruccio di quegli anni così terribili e affascinanti abbiamo conservato una memoria comune.

 

corriere della seracorriere della sera

Non credo di fare un torto a nessuno ricordando che il giorno in cui entrai in punta di piedi nel portone di via Solferino 28, a Milano, non mi sembrò affatto un giornale scomodo (temuto certamente sì) quanto piuttosto una cattedrale dove si celebrava ogni giorno una solenne messa cantata, e guai a steccare. Ebbi una sedia in un angolo del mitico tavolo Albertini (disegnato sul modello del Times di Londra) e subito il capo servizio (che se il brusio della redazione superava il consentito faceva toc toc con un righello: altri tempi) mi diede da titolare la notizia di un incidente stradale, con morti e feriti. Fedele alla scuola dell’Ansa (dove avevo appreso il mestiere) pensai bene di specificare marchio e modello dell'auto coinvolta: una Fiat 127.

 

GIOVANNI SPADOLINI 
GIOVANNI SPADOLINI

ALLA VISTA DELL'ELABORATO il cerbero con la bacchetta inorridì e con una grossa matita blu cancellò Fiat e scrisse bene in evidenza: utilitaria. La cazziata mi fu d'insegnamento: mai e per nessun motivo il nome della gloriosa fabbrica torinese doveva essere accostato a sciagure, sinistri o eventi comunque negativi.

 

A firmare la mia lettera d'assunzione era stato Giovanni Spadolini, storico e cattedratico illustre che dirigeva il Corriere con la stessa affabilità con cui mazzolava gli studenti. A quei tempi gli avventizi non potevano essere ammessi al cospetto del nume ma per me si fece un'eccezione.

 

Aspettai a lungo la luce verde del semaforo montato sulla porta, e quasi stabilmente sul rosso per scoraggiare i disturbatori, soprattutto durante il parto particolarmente complesso degli editoriali spadoliniani. Entrai ma Egli non mi degnò di uno sguardo: scrutava un bozzone tenendolo appeso tra indice e pollice come fosse la radiografia di un brutto tumore, mentre il redattore addetto tratteneva il respiro. Costui congedato con un cenno si allontanò mostrando una leggera zoppìa, al che il perfido mostrò di accorgersi della mia esistenza in vita, scosse la testa e sentenziò, arrotando la erre: “Vede cavo Padellavo come siamo ridotti qui al Corriere ...”. Come se per lavorare nel giornalone occorresse correre i cento metri.

Piero Ottone Piero Ottone

 

Ovvio, che l'arrivo di Piero Ottone fu accolto dai più giovani come una sorta di primavera del Corriere , ma non da Indro Montanelli che accusando il nuovo direttore di criptosinistrismo se ne andò a fondare il Giornale portandosi dietro molte eccellenti firme. I “comunisti” avevano dunque occupato via Solferino? Sì e no.

 

Accadeva che l'influenza “politica” del Consiglio di fabbrica (a maggioranza rossa) si facesse sentire, indebitamente, sull'organizzazione del giornale. Così come è un fatto che a battersi per l'autonomia dei giornalisti da qualunque influenza esterna c'era l'allora leader del Cdr, Raffaele Fiengo, spesso descritto ingiustamente come un giacobino. Anche io portai la mia pietruzza al conformismo di sinistra quando sostenni davanti al direttore che il ruolo dei giornali era quello di “formare” più che di informare. Una bestialità di cui mi vergogno ancora.

RAFFAELE FIENGORAFFAELE FIENGO

 

Nel '75, Ottone, in piena campagna referendaria antidivorzista mi spedì in Sicilia al seguito del segretario della Dc, Amintore Fanfani, il paladino dell'indissolubilità del matrimonio, sceso al Sud per rinfocolare gli antichi valori cristiani e contadini e le mai sopite pulsioni sanfediste.

 

Accadde che nel gremitissimo teatro comunale di Caltanissetta il cavallo di razza dc, forse stravolto dal caldo e dalla fatica, imbizzarrisse. Fu così che a un pubblico, composto per la maggior parte da adulti regolarmente baffuti e con coppola, Fanfani propinò la favola depravata di un'Italia divorzista, “dove un giorno finirà che vostra moglie scapperà con la giovane cameriera”.

 

fanfani fanfani

Ora, a parte l'attonito contesto agro-pastorale in cui venne pronunciata, la frase conteneva una tale carica sessuofobica di perversione domestica (il morbosissimo rapporto lesbico serva-padrona) e di azzardata lungimiranza (dopo il divorzio l'aborto e dopo l'aborto le unioni gay, profetizzavano i savonarola dell'Azione cattolica) da risultare strepitosa.

 

FRANCO DI BELLA, BARBIELLINI AMIDEI E BERLUSCONIFRANCO DI BELLA, BARBIELLINI AMIDEI E BERLUSCONI

L'esclusiva (non c'erano altri cronisti presenti) venne adeguatamente valorizzata dal Corriere filodivorzista. Il giorno dopo fu ripresa sull'Unità, in prima pagina, nei corsivi del popolare Fortebraccio: il che quivaleva per molti giornalisti “borghesi” a una sorta di medaglia al valore.

 

OTTONE RINFORZÒ la squadra dei mitici inviati del Corriere con il meglio in circolazione: da Giampaolo Pansa a Lietta Tornabuoni a Gaetano Scardocchia. Mise in prima pagina gli scritti deflagranti di Pier Paolo Pasolini, con scandalo dei benpensanti. A cominciare dal celebre: “Io so. Ma non ho le prove”. L'Italia delle trame nere, delle bombe nelle banche e sui treni descritta come un mondo occulto, eterodiretto dai servizi segreti e dalla Cia. In troppi se la legarono al dito.

 

ROBERTO CALVI CON LA MOGLIE CLARA ROBERTO CALVI CON LA MOGLIE CLARA

Quel Corriere così “scomodo” resistette fino al 1977 quando seppi in anteprima della giubilazione di Ottone e dell'arrivo di Franco Di Bella (apprezzato capocronista e traghettatore verso l'ignoto) direttamente da Giampaolo Cresci, democristiano e piduista col botto. Si voltò pagina e per il Corriere rischiò davvero di essere l'ultima. Per carità, noi umili redattori all'inizio nulla sapevamo dei sabba del maestro venerabile Licio Gelli con il banchiere dell'Ambrosiano Roberto Calvi e il sovrintendente alla Loggia di via Solferino, Bruno Tassan Din.

 

LICIO GELLI E ANDREOTTI LICIO GELLI E ANDREOTTI

Malgrado Di Bella ci tranquillizzasse sulla natura di quelle ombre sfuggenti, un certo odore di zolfo si avvertiva anche nelle cantine del giornale. Non un giornale qualsiasi ma pur sempre il Corriere della Sera costretto a tenere bordone ai golpisti e torturatori argentini Videla, Massera & C., e a veicolare progetti criptofascisti di rinascita nazionale.

 

Giovandosi certamente dell'omertà di chi sapeva e dell'indifferenza di chi preferiva chiudere gli occhi. Fu così che una mattina del 1981 rientrai nella sede dell' Ufficio romano di corrispondenza con l’elenco degli iscritti alla P2, a cui in quelle ore il governo Forlani aveva tolto il sigillo di segretezza. Era in corso il collegamento con Milano e subito si udì, inconfondibile, la voce di Di Bella: “Allora Antonio dicci, chi c'è in questo elenco?”. Deglutii e invece di girarci attorno sputai il rospo: “Veramente direttore, c'è anche il tuo nome”.

 

Silenzio. Poi, Di Bella borbottò qualcosa come: “Mi raccomando, scrivete tutto...”. Nel pomeriggio diede le dimissioni.

 

Alberto  Cavallari Alberto Cavallari

L'arrivo del galantuomo Alberto Cavallari fu propiziato dallo stesso Sandro Pertini che dal Quirinale vigilava sulle sorti di un quotidiano ridotto alla canna del gas. Non so se Cavallari abbia salvato o no il Corriere dalla chiusura. Certamente, per tre lunghi anni riuscì a mandarlo ogni giorno in edicola, malgrado le crescenti difficoltà economiche (spesso mancavano i soldi per la carta) e le piccole e grandi mascalzonate perpetrate contro la sua direzione. E fu davvero un mezzo miracolo anche perché la redazione era spaccata a metà. Chi appoggiava il direttore come unica speranza per evitare il disastro definitivo (io ero tra questi).

 

E chi remava contro. Magari in buonafede, accusando Cavallari di essere un docile strumento del Pci. O per ingraziarsi l'arrembante Bettino Craxi che odiava Alberto di cui pure era stato amico. Succedeva di tutto. Una notte la gerenza del giornale scomparve misteriosamente, e soltanto un intervento in extremis dell'allora procuratore generale di Milano, Antonio Corrias, evitò che il quotidiano venisse sequestrato in tutta Italia, con effetti letali per una testata già pericolante.

BETTINO CRAXI E GIANNI AGNELLI BETTINO CRAXI E GIANNI AGNELLI

 

FINÌ CHE CAVALLARI fu condannato da un tribunale romano a un risarcimento record per avere reagito con un editoriale, certo non tenero (“Meglio i carabinieri dei ladri”) a una provocazione dell'Avanti craxiano. Una mattina di luglio del 1998 eravamo in tanti sul sagrato della chiesa di Bettola di Piacenza a dare l'ultimo saluto al grande direttore, e in prima fila c'era Ferruccio de Bortoli.

 

Di Piero Ostellino non ho grandi ricordi. Cortesemente mi degradò sul campo. Mi consolò dicendo che il Corriere è come un club e che io ne avrei sempre fatto parte. Poi, in sintonia con il nuovo avanzante mi sostituì con Giuliano Ferrara nel ruolo di notista politico. Qualche anno dopo e in crisi di vendite la nuova proprietà degli Agnelli chiamò a via Solferino, Ugo Stille, che a sua volta mi nominò capo dell'Ufficio romano. Ferrara continuò regolarmente a scrivere, si occupava meno del suo amico Bettino e ci regalava splendidi reportage sulla crisi del Pci.

 

PIERO OSTELLINO - Copyright PizziPIERO OSTELLINO - Copyright Pizzi

Stille, grandissimo corrispondente dall'America, fu il direttore del definitivo ritorno del Corrierone ai fasti di un tempo. Personaggio geniale e dalla simpatia contagiosa aveva una regola: non apriva mai la corrispondenza quando sentiva puzza di grane. In materia possedeva un sesto senso. Quando decisi di lasciare il Corriere per l'Espresso gli scrissi una lunga lettera spiegandogli che con il cuore spezzato ero costretto a questo passo soprattutto per gli attacchi craxiani da cui non mi sentivo abbastanza tutelato.

 

ugo stilleugo stille

Ma quando andai per congedarmi, Stille cadde o finse di cadere dalle nuvole e giurò di non aver mai ricevuto alcuno scritto a mia firma. Resto convinto che subdorando qualcosa quella busta se la sia tenuta chiusa in tasca. E che, in modo o nell'altro mi avesse detto la verità.

 

Sui miei direttori al Corriere ho ricordato solo pochi flash che certamente non colgono il senso di un'esperienza unica nella sua complessità. Le loro vicende dimostrano che, come per qualunque altro giornale o giornalista, essere scomodi e temuti fa comunque bene anche se il potere non te lo perdonerà. Però, se chini la testa non ti darà scampo.

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