SOTTO RETE, FINO ALLA FINE - L’ULTIMA SFIDA DI VIGOR BOVOLENTA, CHE A 37 ANNI VOLEVA CONTINUARE A GIOCARE - PRIMA DI MORIRE IN CAMPO A MACERATA, SOLO NEGLI ANNI ’90 AVEVA AVUTO DELLE AVVISAGLIE DI PROBLEMI AL CUORE, CHE PERÒ NON SI ERANO PIÙ RIPRESENTATI - DAI FASTI DELLA NAZIONALE CON VELASCO ALLA B2, DOVE AVEVA SEGUITO IL FORLÌ PER UN POSTO DA DIRIGENTE E PER REGALARE UN PO’ DI STABILITÀ ALLA FAMIGLIA...

Francesco Piccolo per “il Corriere della Sera”

È andato sulla linea di battuta, ha colpito la palla lanciandola con più forza e precisione possibili nel campo degli avversari e poi, chiedendo aiuto, si è accasciato. Così è morto un campione. Era stato il più giovane, e forse il più spudorato, di quella nazionale di grandi talenti che l'Italia intera aveva seguito esultando e soffrendo nelle notti olimpiche, di Coppa del mondo: la nazionale di volley di Julio Velasco.

Vigor Bovolenta aveva 37 anni, era alla fine di una carriera lunghissima e piena di vittorie, aveva seguito Forlì in B2, perché gli era stato promesso un futuro da dirigente e anche per evitare alla sua famiglia l'ennesimo trasloco per seguirlo chissà dove.

Qualche giorno fa, Eddy Merckx, uno dei più grandi ciclisti di sempre, dichiarava che il suo cuore batteva in modo strano, e se avesse corso oggi, forse lo avrebbero fermato. Lo diceva quasi con furbizia, perché tutti i campioni hanno dalla loro parte sia la passione per lo sport che sanno praticare, sia un senso di schiavitù: non riescono a farne a meno.

Da qui arriva la loro ostinazione, quella voglia di sfidare tutto, anche la sorte che si mette contro. Prendete Bovolenta: ha cominciato a giocare ai massimi livelli a quindici anni, e dopo più di vent'anni era ancora lì, a infilare ginocchiere, a mettere fasciature, a sentire l'odore degli spogliatoi, a lottare per un punto, per un set, per una partita. Era sposato a Federica Lisi, anche lei nazionale di pallavolo. È il mondo in cui ha vissuto tutta la giovinezza, non voleva staccarsene se non il più tardi possibile.

In qualche modo, ti consente di restare attaccato a ciò che ami, e anche alla giovinezza. Per questo sei disposto ad andare a giocare in una serie minore, lontano dalle luci dei migliori. Perché ti importa, più di ogni altra cosa al mondo, continuare a uscire dal tunnel degli spogliatoi e sentire l'urlo dei tifosi che ti accolgono, la tensione per il punto decisivo, il rumore stridente delle scarpe che spingono sul campo, la fine di un time out quando i compagni ti trasmettono la rabbia di vincere. È a questo che rimani legato, ancora più che alla medaglia olimpica. Vuoi continuare a svegliarti la mattina della partita, e sapere che c'è ancora una partita.

Ora rimangono solo le domande, e l'immagine incomprensibile di qualcuno che muore in un campo colorato, dopo una battuta. Verrà presto il momento in cui bisognerà capire di chi è la colpa, come sia possibile che un atleta muoia mentre gioca una partita. Bovolenta era stato già fermato per qualche mese, negli anni Novanta, perché il suo cuore batteva troppo forte.

Quindi si sapeva che aveva avuto problemi. Ma poi si era lasciato alle spalle tutte le paure. Anche perché il suo cuore, dicono, era stato rassicurante, lo aveva seguito senza più stranezze, negli ultimi anni. Quindi, il destino si poteva continuare a sfidare. E del resto, si può sempre sfidare, fino a quando non accade.Francesco Piccolo per "il Corriere della Sera"

È andato sulla linea di battuta, ha colpito la palla lanciandola con più forza e precisione possibili nel campo degli avversari e poi, chiedendo aiuto, si è accasciato. Così è morto un campione. Era stato il più giovane, e forse il più spudorato, di quella nazionale di grandi talenti che l'Italia intera aveva seguito esultando e soffrendo nelle notti olimpiche, di Coppa del mondo: la nazionale di volley di Julio Velasco.

Vigor Bovolenta aveva 37 anni, era alla fine di una carriera lunghissima e piena di vittorie, aveva seguito Forlì in B2, perché gli era stato promesso un futuro da dirigente e anche per evitare alla sua famiglia l'ennesimo trasloco per seguirlo chissà dove.

Qualche giorno fa, Eddy Merckx, uno dei più grandi ciclisti di sempre, dichiarava che il suo cuore batteva in modo strano, e se avesse corso oggi, forse lo avrebbero fermato. Lo diceva quasi con furbizia, perché tutti i campioni hanno dalla loro parte sia la passione per lo sport che sanno praticare, sia un senso di schiavitù: non riescono a farne a meno.

Da qui arriva la loro ostinazione, quella voglia di sfidare tutto, anche la sorte che si mette contro. Prendete Bovolenta: ha cominciato a giocare ai massimi livelli a quindici anni, e dopo più di vent'anni era ancora lì, a infilare ginocchiere, a mettere fasciature, a sentire l'odore degli spogliatoi, a lottare per un punto, per un set, per una partita. Era sposato a Federica Lisi, anche lei nazionale di pallavolo. È il mondo in cui ha vissuto tutta la giovinezza, non voleva staccarsene se non il più tardi possibile.

In qualche modo, ti consente di restare attaccato a ciò che ami, e anche alla giovinezza. Per questo sei disposto ad andare a giocare in una serie minore, lontano dalle luci dei migliori. Perché ti importa, più di ogni altra cosa al mondo, continuare a uscire dal tunnel degli spogliatoi e sentire l'urlo dei tifosi che ti accolgono, la tensione per il punto decisivo, il rumore stridente delle scarpe che spingono sul campo, la fine di un time out quando i compagni ti trasmettono la rabbia di vincere. È a questo che rimani legato, ancora più che alla medaglia olimpica. Vuoi continuare a svegliarti la mattina della partita, e sapere che c'è ancora una partita.

Ora rimangono solo le domande, e l'immagine incomprensibile di qualcuno che muore in un campo colorato, dopo una battuta. Verrà presto il momento in cui bisognerà capire di chi è la colpa, come sia possibile che un atleta muoia mentre gioca una partita. Bovolenta era stato già fermato per qualche mese, negli anni Novanta, perché il suo cuore batteva troppo forte.

Quindi si sapeva che aveva avuto problemi. Ma poi si era lasciato alle spalle tutte le paure. Anche perché il suo cuore, dicono, era stato rassicurante, lo aveva seguito senza più stranezze, negli ultimi anni. Quindi, il destino si poteva continuare a sfidare. E del resto, si può sempre sfidare, fino a quando non accade.

 

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