PERCHE’ SOLO DOPO DUE GIORNI SONO ARRIVATE LE PROTESTE DI BERLINO PER IL CAV – IL PRESIDENTE DEL PPE DAUL VOLEVA LASCIAR PERDERE: FI È DETERMINANTE – MA DOPO IL 25 MAGGIO VIA ALLA PROCEDURA D’ESPULSIONE DI FI DAL PPE - DECISIVO IL PRESSING DELLA MERKEL

1. IL FRONTE ANTI-SILVIO NEL PPE "DOPO IL 25 MAGGIO PROCEDURA D'ESPULSIONE"
Alberto D'Argenio per "la Repubblica"

«Di Berlusconi ne parlerò con i colleghi del Partito popolare europeo, le sue parole sono semplicemente inaccettabili». L'incredulità per la sparata sui tedeschi che, a dire di Berlusconi, non riconoscono l'esistenza dei lager nazisti, con il passare delle ore si tramuta in rabbia. E la frase che apre il dossier Forza Italia in seno al Ppe - la prima forza nell'Europarlamento nei sondaggi in vista delle elezioni del 25 maggio - è di Volker Kauder, potente capogruppo al Bundestag della Cdu, il partito di Angela Merkel. Un percorso che nei prossimi mesi per gli azzurri potrebbe tramutarsi in un naufragio a Strasburgo.

«Non ora, in questo momento non possiamo rinunciare ai voti dei berlusconiani, ma dopo le elezioni tutto potrà essere regolato con grande precisione», spiega un deputato tedesco vicino alla Cancelliera. A Berlino sono letteralmente infuriati per un insulto giudicato inaudito. E come a Berlino in molte altre capitali, specialmente del Nord Europa, i leader del Ppe vorrebbero farla finita una volta per tutte con Berlusconi. La voglia di dire basta all'ex premier italiano non è certo nuova.

Di una sua espulsione del Ppe si era già parlato quando uscirono gli insulti alla Merkel pronunciati al telefono dall'allora presidente del Consiglio, poi in coincidenza della deriva euroscettica e populista presa nella campagna elettorale del 2013 e infine dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset. Ma a frenare i bollenti spiriti erano stati il pragmatismo, la consapevolezza di avere bisogno dei voti di Fi per vincere le europee e il sollievo per una condanna che ha tenuto Berlusconi lontano dai summit dei leader popolari come Merkel, Barroso e Juncker.

La tesi, spiegava qualche mese fa un premier a margine di un vertice Ue, era: «Ci prendiamo i suoi voti senza doverci far vedere in campagna elettorale al suo fianco, circostanza che per ognuno di noi sarebbe imbarazzante e dannosa dal punto di vista elettorale».

Ma poi è successo l'inaspettato, Berlusconi che torna sulla scena, almeno in Italia, e le sue frasi sull'Olocausto. E questa volta ci saranno conseguenze. Una fonte qualificata della Cdu molto vicina alla Merkel a condizione di rimanere anonima la spiega così: «È arrivato il momento di chiarire che dopo queste parole la situazione non è più come prima, quelle di Berlusconi sono frasi che attaccano e diffamano non un singolo Paese o una singola famiglia politica, ma i valori costitutivi europei che tutti insieme abbiamo deciso di condividere.

Questa volta non si può proprio far finta di niente». La situazione dunque è seria e imbarazza i leader popolari: i sondaggi al momento danno il Ppe in vantaggio sul Pse di soli nove seggi a Strasburgo e chi vince prende anche la presidenza della Commissione europea, posto chiave per guidare l'Unione. Andrà a Schulz se a spuntarla saranno i socialdemocratici, a Juncker se arriveranno primi i popolari.

E questi ultimi non possono tacere di fronte alle affermazioni «nauseanti » di un loro affiliato, se non altro per non esporsi agli attacchi degli avversari e per non perdere voti in patria dove, specialmente nei paesi del Nord, la connivenza con Berlusconi è vista male. Da qui la reazione di Juncker, sollecitata anche dalla Cancelleria di Berlino, che ingiunge a Berlusconi di scusarsi. Ma al momento, anche se in molti vorrebbero regolare i conti subito, i popolari non possono rinunciare ai seggi (15-20) di Forza Italia, determinanti per l'esito delle elezioni.

Conferma il quarantenne eurodeputato Cdu Andreas Schwab: «Ci sono state diverse incomprensioni tra Italia e Germania che in campagna elettorale non possono essere risolte, ma le parole di Berlusconi sono quanto meno inadeguate». Corollario, si risolverà la questione dopo il voto e dopo la spartizione delle presidenze tra Ppe e Pse (Commissione, Consiglio, Parlamento).

Allora, come spiega il luogotenente della Cancelliera a Strasburgo Elmar Brock, si deciderà «se espellere o meno Forza Italia dal Ppe: dipenderà anche da cosa diranno i suoi nuovi eurodeputati che quanto meno dovranno condannare le posizioni di Berlusconi». Ma l'abiuro potrebbe non bastare a salvare Fi dalla cacciata e dal definitivo isolamento in Europa.

«Perché ormai troppa porcellana è stata rotta», afferma un alto dirigente del Ppe. Mentre a Roma i forzisti si schierano con Berlusconi, a Bruxelles è il commissario Ue Tajani a fiutare la tempesta e a cercare di limitare i danni spiegando che Fi è amica della Germania. Ma potrebbe non bastare: in autunno potrebbe scattare la procedura di espulsione su richiesta di tre partiti di tre paesi diversi. Toccherebbe poi all'ufficio politico del Ppe esprimersi definitivamente.

2. DUE GIORNI DI IMBARAZZO NEL PPE - DECISIVO IL PRESSING DELLA MERKEL - IL PRESIDENTE DAUL VOLEVA LASCIAR PERDERE: FI È DETERMINANTE
Marco Zatterin per ‘La Stampa'

La prima reazione è stato il pesante imbarazzo per un alleato di rilievo che aveva appena detto «cose improponibili». Per tutta la domenica fra i vertici del Partito popolare europeo, la famiglia centrista e cattolica che ospita anche Forza Italia, si sono rincorse le telefonate imbevute di malumore. C'era irritazione tangibile, questo sì, ma anche la volontà di evitare per quanto possibile un caso. Sino a un certo punto è prevalsa la linea del «lasciar correre». Poi la polemica è scoppiata pure in Germania, dove i socialisti hanno contestato lo «scandaloso» silenzio della Merkel. Allora la cancelliera ha rotto gli indugi e ha chiesto a Juncker, candidato Ppe alla guida della Commissione, di condannare senza termini le «nauseanti» parole di Berlusconi, al quale veniva chiesto apertamente di scusarsi.

Un passo indietro. Lette le notizie nel giorno del Signore, il presidente del Ppe, Joseph Daul - un uomo che ha dimostrato gran talento nel riuscire a non dire pubblicamente quello che pensa dell'ex Cavaliere - è sobbalzato sulla poltrona. Risulta che abbia chiamato l'amico e collega Antonio Tajani, candidato di punta di Forza Italia, vicepresidente popolare dall'europeismo sincero. Il francese voleva capire la portata delle dichiarazioni del suo capo, cercava una ragione per non essere sbigottito. I due si sono spiegati, e forse la cosa sarebbe rientrata se non fosse stato per l'ira della cancelliera, colpita nell'orgoglio e pressata a sinistra dalla sua colazione, che ha portato al comunicato furibondo di ieri mattina.

Di Daul si può dire tutto, ma non che sia imprudente. L'alsaziano è parlamentare da una vita e, come imprenditore agricolo, conosce l'uso della matematica ai fini pratici. Gli ultimi sondaggi attribuiscono allo schieramento popolare un margine di vantaggio di 10-15 seggi sui rivali socialisti nella lotta per la conquista della maggioranza relativa nell'emiciclo di Strasburgo. È una forbice che appare essere di grandezza inferiore al numero di scranni che le rilevazioni attribuiscono a Forza Italia. In altre parole, il Ppe è consapevole che senza gli uomini e le donne di Berlusconi rischia di perdere la corsa europea sul filo di lana.

Non è una questione di poco conto, visto che chi primo arriva ha la possibilità di essere il mossiere nel palio delle nomine europee. C'è già un accordo piuttosto controverso fra popolari, socialisti e liberaldemocratici che attribuisce al vincitore relativo delle elezioni la prerogativa di stabilire il colore politico del nuovo presidente della Commissione Ue che prenderà il posto del portoghese Barroso. I due big sono Juncker e Martin Schulz, con Verhofstadt a fare il terzo incomodo. Possibile che nessuno dei tre arrivi a destinazione, però sul metodo per la scelta della casacca politica pochi ostentano dubbi. Chi vince, sceglie. Ecco perché persino il «nauseato» lussemburghese ha un maledetto bisogno di Berlusconi per avere delle chance personali.

A sinistra si invoca l'espulsione del magnate di Arcore dal Ppe. Difficile che accada, l'unità fra il leader e il partito è tale non rendere impraticabili anche i possibili provvedimenti ad personam. Nello staff di Daul si ricorda che, per tutta la passata legislatura, gli eurodeputati sono stati «leali» con gli orientamenti di famiglia e che - in fine dei conti - «queste sono solo stranezze di un leader in campagna elettorale».
Ieri pomeriggio, è stato ancora Tajani a mediare coi popolari tedeschi che, in buon numero, hanno chiamato inorriditi Roma. In serata l'assenza di scuse di Berlusconi ha ancora agitato le acque. L'offesa ai tedeschi - non certo la prima - ha lasciato un palese solco nelle anime del Ppe. Profondo, certo, ma non abbastanza da far dimenticare che Forza Italia serve per vincere. E che, a 27 giorni di un voto parecchio incerto, non resta che turarsi il naso, tenersi Silvio e rinviare la resa dei conti al futuro. Semmai.

 

 

SARKOZY E MERKEL RIDONO DI BERLUSCONI MERKEL BERLUSCONI NAPOLITANO BERLUSCONI CON ALLE SPALLE MERKEL E CAMERON AL G VENTI DI CANNES jpegRENZI VAN ROMPUY RENZI E BARROSONAPOLITANO A STRASBURGOstrasburgo-europarlamentoAntonio Tajani Joseph Daulschulz martin official portrait

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