GLI ULTIMI GIORNI DELL’EURO - ORMAI È SEMPRE PIÙ LARGO E COMPATTO IL FRONTE ANTI-TEDESCO - SOLO LA MERKEL VORREBBE UN’USCITA DELLA GRECIA, MENTRE ITALIA E FRANCIA NE SONO TERRORIZZATI - IL 14 GIUGNO RIGOR MONTIS INCONTRERÀ HOLLANDE PER STABILIRE UNA LINEA COMUNE E POI, INSIEME A RAJOY, TENTERÀ DI FAR RAGIONARE LA CANCELLIERA - DUE GIORNI DOPO, ATENE VOTA E SE LA SINISTRA VINCE E’ FUORI…

Marco Conti per "Il Messaggero"

«La Grecia deve restare nell'euro». È diventato ormai un refrain quello che Mario Monti ha ripetuto anche ieri mattina nel corso del colloquio avuto con il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius e che ha preceduto il vertice bilaterale con il presidente francese Hollande che si terrà a Roma giovedì prossimo.

Un ritornello, o forse anche un modo per esorcizzare uno scenario che circola con insistenza in questi giorni nelle cancellerie e che atterrisce allo stesso modo palazzo Chigi e l'Eliseo. Ovvero che Berlino continui a mostrarsi irremovibile nell'attesa che Bruxelles e Francoforte si convincano a mettere in piedi le procedure in grado di mettere fuori Atene dalla moneta unica subito dopo le elezioni politiche di metà mese che si svolgeranno in Grecia.

Un'uscita che per il governo tedesco varrebbe non solo da esempio per paesi poco virtuosi come il nostro, ma consentirebbe all'Unione di approntare e sperimentare - con un paese di relativa consistenza - meccanismi che attualmente non sono previsti in nessun trattato o accordo comunitario.

Solo dopo l'uscita della Grecia la Merkel potrebbe ammorbidire la propria posizione concedendo ciò che per ora negano il Bundestag e l'elettorato tedesco. «Scenario da incubo ad altissime incognite - lo definiscono a palazzo Chigi - con conseguenze tutte ancora da immaginare anche sotto il profilo politico» e che non impedirebbe il contagio.

Malgrado il pressing sulla cancelliera tedesca abbia ormai raggiunto livelli da semi-isolamento della Germania, non si intravede - a meno di ventidue giorni dal decisivo Consiglio europeo di fine mese - una via d'uscita. Il vertice bilaterale che Monti avrà il 14 con il presidente francese Hollande contribuisce non poco ad alimentare la pressione e conferma un asse oramai di ferro tra Roma e Parigi in difesa della moneta unica e dell'integrazione politica.

L'Europa all'appuntamento con il G20, che seguirà il bilaterale Italia-Francia, rischia di presentarsi non solo in ordine sparso, ma come principale imputato della crisi economica e finanziaria che sta investendo anche paesi, come Cina e Brasile, che vedono crollare il proprio export.

E' per questo che Monti e Hollande giovedì prossimo ufficializzeranno una linea comune, sulla quale far convergere anche Londra, e certificare l'isolamento di Berlino che ieri ha messo in discussione anche la fattibilità del «redemption fund», il fondo comune pensato per mutualizzare i tassi dei debiti dei paesi dell'eurozona. Prima del Consiglio europeo del 28 giugno, Monti e Hollande avranno a disposizione, con il summit a quattro di Roma al quale parteciperà anche lo spagnolo Rajoy, solo un'altra occasione per spingere la Merkel a prendere in considerazione progetti ambiziosi come la prospettiva di un'ulteriore rinuncia alle sovranità nazionali in materia di bilancio, la centralizzazione della sorveglianza bancaria, la garanzia unica per i depositi e il possibile accesso diretto ai fondi Esm da parte degli istituti di credito.

Anche se gli eurobond per ora restano sullo sfondo, per Monti si tratta di proposte «in grado di dare nuove basi all'Unione», ma che i tedeschi continuano a guardare dall'alto in basso in attesa che altri terremoti finanziari costringano ad intervenire l'Eurotower. La Bce di Draghi sembra però ormai soffrire l'incapacità della politica e le passate iniezioni di liquidità non sembrano aver spinto i governi dell'eurozona verso riforme in grado di dare una svolta all'Unione.

Senza un accordo in grado di rilanciare la moneta unica e aprire prospettive alla crescita, a rischiare, e non solo in Italia, è la ratifica del fiscal compact. Le preoccupazioni di Monti per la crisi dell'eurozona si sommano a quella per le crescenti tensioni interne esistenti dentro la strana maggioranza in grado di alimentare una spirale perversa.

Per rilanciare l'azione del governo, Monti ha bisogno che lo spread scenda in maniera consistente, ma il nervosismo che serpeggia nel Pd e nel Pdl si è ieri accentuato con la notizia del buco di oltre 4 miliardi nelle entrate tributarie. Per ora Bersani, Alfano e Casini riescono a tenere a bada il nervosismo esistente nella maggioranza, ma il presidente del Consiglio sa che se dovesse rendersi inevitabile l'aumento dell'Iva i tre leader avrebbero difficoltà a spiegare al proprio elettorato il senso dei sacrifici richiesti.

 

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