1- CHI MUORE GIACE E CHI VIVE MANDA UN TELEGRAMMA: DA TRINCEE OPPOSTE, FELTRI E LERNER SPARANO SULLE ASSENZE ECCELLENTI AL FUNERALE DEL PRETE-À-PORTER 2- DAL BANANA A FORMIGONI, DA VERONICA LARIO A BARBARA BERLUSCONI, ALLE ESEQUIE SI SONO NOTATE DI PIÙ I VUOTI DELLE PRESENZE (ALBANO E CACCIARI, POZZETTO E FAZIO) 3- GAD AL VETRIOLO SU DE BORTOLI: "NEL GIORNO DELLA VILE DISERZIONE, SAREBBE INGIUSTO DIMENTICARE IL TEMPO RECENTE IN CUI AL FESTEGGIAMENTO DEI NOVANT´ANNI DI DON LUIGI VERZÈ PARTECIPARONO, DI FIANCO AL PREMIER BERLUSCONI, ANCHE PERSONALITÀ INDISCUSSE QUALI IL CARDINALE MARTINI E IL DIRETTORE DEL "CORRIERE DELLA SERA"” 4- FELTRI AL CETRIOLO: “IL DISASTRO DEL SAN RAFFAELE PROVOCATO DA CHI E DA CHE COSA? MACCHÉ BELLA VITA. A 91 ANNI IL PROBLEMA NON È IL BUNGA BUNGA. NÉ LA MANIA DI GRANDEZZA, CHE DON LUIGI PERALTRO NON AVEVA. SI VADA PIUTTOSTO A INDAGARE NEL NOVERO DEI FORNITORI E SI VERIFICHI SE SONO DIVENTATI RICCHI E COME. SI CONTROLLINO LE FATTURE, SE SONO PROPORZIONALI ALLA QUANTITÀ DI MERCE E DEI SERVIZI FORNITI”

1 - TUTTI IN FUGA DAL FUNERALE
Vittorio Feltri per "il Giornale"

Anche il proverbio invecchia: «Chi muore giace e chi rimane si dà pace». Bisogna aggiornarlo così: «... e chi rimane si dà alla fuga». Ai funerali di don Luigi Verzé, fondatore dell'ospedale San Raffaele, il migliore d'Italia, un'autentica eccellenza europea, i big della politica non c'erano. In effetti, si sono notate di più le assenze delle presenze, a dimostrazione che per chi finisce in disgrazia finiscono anche le amicizie.

Negli ultimi tempi il prete ultranovantenne, che aspirava ad allungare la vita (attiva) degli uomini, era stressato. Dopo mezzo secolo e passa di lavoro, dopo avere concepito e realizzato un'opera grandiosa, dopo avere aiutato una folla di ammalati, dopo avere intessuto relazioni con personaggi importanti di ogni campo, è stato abbandonato da tutti.

Peggio: denigrato, oltraggiato, sfottuto, fatto oggetto di satira meschina e volgare. Un comico gli ha augurato di tirare le cuoia, ignorando che l'evento più probabile della vita è la morte; se poi quella vita si è accesa nel 1920, e se da quattro-cinque mesi viene presa a sputi da una pubblicistica crudele, preconizzarne la conclusione non significa essere buoni profeti, ma iettatori, avvoltoi, sciacalli.

Don Verzé era angosciato perché i conti dell'ospedale erano in disordine, un buco di un miliardo. Un disastro provocato da chi e da che cosa? C'è poco da fantasticare. Non è il caso di pescare nell'inesauribile bagaglio della dietrologia come hanno fatto molti signori dell'informazione. Macché bella vita. A 91 anni il problema non è il bunga bunga o roba del genere. Né la mania di grandezza, che don Luigi peraltro non aveva. Si vada piuttosto a indagare nel novero dei fornitori e si verifichi se sono diventati ricchi e come. Si controllino le fatture, se sono proporzionali alla quantità di merce e dei servizi forniti.

Il sacerdote veronese non era un amministratore diffidente, ma fiducioso nel prossimo, e chissà quanti lo hanno fregato. Sia come sia, nel momento in cui è stato travolto dalla macchina giudiziaria e dai resoconti malignazzi dei gazzettieri, egli è piombato in una sorta di depressione, gli sembrava di subire un'ingiustizia. E di ingiustizia si trattava. Una creatura stupenda quale il San Raffaele non può essere dimenticata né sottovalutata solo perché è in difficoltà finanziarie. E il suo creatore non può essere considerato di punto in bianco un malfattore, trascurando che fino a ieri era portato in palmo di mano.

Se è vero che gli alberi si giudicano dai frutti, e gli uomini dalle opere, don Luigi non meritava di essere bastonato: ciò che ha fatto è lì da ammirare, un ospedale modello di efficienza anche nella ricerca oltre che nella cura degli ammalati. Niente da fare. Hanno deciso di dargli addosso e lo hanno massacrato, inventandosi perfino che fosse spretato mentre era stato semplicemente richiamato per avere celebrato una messa fuori dalla sua «giurisdizione». Capirai che «reato».

Circondato da una fitta siepe di balle, insultato e dileggiato da un crescente numero di metaforici lapidatori, il prete dei malati si è sentito solo e indifeso, e solo e indifeso è morto. Finito il 2011 è finito anche lui. Morire di crepacuore non è di moda. È un privilegio - o una condanna, dipende dalle opinioni- riservato a gente all'antica, galantuomini d'altra epoca impregnati di valori scartati come cascami retorici dal rampantismo globalizzato.
Non sono state esequie solenni.

Una cerimonia sbrigativa, pochi dolenti, alcuni quasi imbarazzati; il canto vibrante di Al Bano, che ha intonato l'Ave Maria,è stato l'unico omaggio genuino reso al prete dimenticato. Non da tutti però: Massimo Cacciari c'era e gli ha portato la sua testimonianza di collaboratore fedele; c'erano anche Vittorio Sgarbi, l'attore Renato Pozzetto, l'ex ministro Ferruccio Fazio, Guido Podestà, presidente della Provincia di Milano, e Vittorio Malacalza, consigliere d'amministrazione della Fondazione San Raffaele. Pochi ma buoni.

Sono mancati all'ultimo appuntamento con don Verzé troppi ex amici. Probabilmente colpiti dalla sindrome rancorosa del beneficato, assai diffusa tra gli umani inclini a considerare la gratitudine il sentimento della vigilia. Cosicché don Luigi è stato portato via in fretta come un qualunque curato di campagna. L'indagine su di lui si archivia. Ma il San Raffaele resta dov'è, a disposizione dell'umanità sofferente. E chi vi troverà sollievo si ricorderà di chi l'ha fondato.

Ieri si è svolto un altro funerale, quello di Mirko Tremaglia, detto il federale di Bergamo, politico buono e ingenuo, schietto e illuso, tra i fondatori del Msi. Suo figlio Marzio, morto di tumore anni fa, giovane intellettuale dal cervello fino, disse di lui una battuta folgorante: «Mio padre partì a 18 anni per la Repubblica sociale di Salò e non è ancora tornato». Un modo affettuosamente ironico per sottolineare che Mirko è stato fascista e non ha mai smesso di esserlo. Alle sue esequie hanno presenziato tutti gli orobici impegnati in politica. La prova che Tremaglia era stimato anche dagli avversari. Mancava solo Gianfranco Fini, in altre faccende affaccendato: oggi compie 60 anni e i compleanni si festeggiano; niente lacrime per i camerati morti.

2 - I POLITICI DISERTANO L´ADDIO A DON VERZÈ
Gad Lerner per "la Repubblica"

"Sic transit gloria mundi", sentenziò Silvio Berlusconi in morte dell´altro suo amico scomparso nel 2011, Muammar Gheddafi; da lui onorato con il medesimo baciamano in cui s´era già esibito con don Luigi Verzè. Troppo facile ironizzare sull´assenza del Cavaliere (vedrete che spunterà una buona scusa) - ma anche del padre-padrone della sanità lombarda Roberto Formigoni - alla camera ardente e al funerale del sacerdote fondatore del San Raffaele cui aveva appaltato perfino il ministero della Salute, nella persona di Ferruccio Fazio.

Fa più impressione notare che l´estremo saluto all´uomo che impersonò la dimensione più misteriosa del potere milanese è stato disertato in blocco dai suoi esponenti danarosi ma pericolanti: quasi che temessero di partecipare non solo alle esequie di un sodale caduto in disgrazia, bensì alla celebrazione della propria rovina imminente. La Milano che conta se l´è data a gambe annusando chissà quali rivelazioni prossime venture.

Già si sente orfana dell´altro grande vecchio di una stagione finita, Salvatore Ligresti, costretto a vendere i gioielli di famiglia nel tentativo di scongiurare il patatrac. E mentre attende tremebonda quali ammissioni possano fuoriuscire dal carcere in cui è detenuto il faccendiere ciellino Piero Daccò, subisce la violazione dell´omertà sulle "percentuali" che si dovevano pagare in ogni appalto importante, come testimoniato ieri dal costruttore Pierino Zammarchi recatosi in visita alla salma.

Non solo di uno scandalo e di un crac stiamo parlando, ma di un sistema opaco di arricchimento nel quale sono coinvolti potentati economici fino a ieri intoccabili, in una triangolazione di risorse che ha per epicentro la Milano degli affari ma che transita indistintamente per ambienti finanziari, ecclesiastici, politici, paradisi fiscali, senza escludere l´ipotesi del riciclaggio di proventi malavitosi.

La Milano dei Michele Sindona e dei Roberto Calvi non è certo nuova a questo genere di misteri. In passato si lasciò stregare da figure enigmatiche come Armando Verdiglione, poi cadute in disgrazia. Ma nel frattempo altri arricchimenti di dubbia origine si sono tradotti in solida egemonia nazionale - Berlusconi docet - mentre fenomeni socioculturali di ben altra consistenza, qual è Comunione e Liberazione, si strutturavano avvantaggiandosi anche di ramificazioni affaristiche.

Don Verzè lì in mezzo s´è affermato come promotore d´eccellenza, portatore di un´ideologia al tempo stesso scientista e religiosa, suggestiva per la sua vocazione modernizzatrice a snaturare il privato sociale con rifornimenti di denaro all´apparenza inesauribili. Una spregiudicatezza che certo non turbava la superbia intellettuale di un Massimo Cacciari - almeno lui c´era, ieri, non s´è tirato indietro - ma, ben di più, capace di prendersi l´anima della città: come se a un´altra Milano fosse impensabile aggrapparsi.

Nel giorno della vile diserzione, sarebbe ingiusto dimenticare il tempo recente in cui al festeggiamento dei novant´anni di don Luigi Verzè parteciparono, di fianco al premier Berlusconi, anche personalità indiscusse quali il Cardinale Martini e il direttore del "Corriere della Sera". Troppo facile, oggi, il ricorso alla categoria della "megalomania". Non ce la caviamo col sacerdote "luci e ombre" che purtroppo ha macchiato la sua impresa meravigliosa.

Se in tanti riconoscono che la disinvoltura di don Verzè nel maneggiare il denaro era palese e arcinota, bisognerà trarne le conseguenze: il potere ambrosiano non ne fu solo subornato, ma le tributò ammirazione, forse considerando che non vi fosse altra via, nella Milano contemporanea, per realizzare il talento. La bancarotta che impone un ricambio di classe dirigente perché non tornano più i conti economici, tanto che i potenti hanno paura a ritrovarsi insieme perfino a un funerale, si rivela così anche una bancarotta culturale. Com´era diverso, pochi giorni orsono, il funerale di Giorgio Bocca, coetaneo di don Verzè!

 

albano canta al funerale di don verze LA BARA DI DON VERZEarticle MASSIMO CACCIARI AL FUNERALE DI DON VERZE Il personale del San Raffaele al funerale di Don Verze Albano Carrisi canta lAve Maria al funerale di Don Verze Vittorio Malacalza che fa parte della cordata con lo Ior per acquisire il controllo dellospedale San Raffaele alla camera ardente di don Luigi Verze allospedale San Raffaele a Milano Unimmagine della camera ardente di Don Verze Renato Pozzetto arriva alla camera ardente di don Luigi Verze allospedale San Raffaele Lex sindaco di Venezia Massimo Cacciari nella camera ardente di Don Verze Larrivo del feretro di Don Luigi Verze Il feretro di Don Luigi Verze Corone di fiori nella camera ardente per don Luigi Verze Al Bano tra i primi ad arrivare alla camera ardente VerzeDon Verzè Barbara e Silvio BerlusconiFORMIGONI E DON VERZE jpeg

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