IL CAINANO RIUSCIRÀ A TRASFORMARE IL PLACIDO GIOVANNI TOTI NELL’ANTI-RENZI? - PROSEGUE IL RESTYLING DI “FARSA ITALIA” CON LA NOMINA DEI SETTE CAPI REGIONALI - MA DENTRO E INTORNO AL PARTITO GIRANO LE STESSE MUMMIE

Paola Di Caro per ‘Il Corriere della Sera'

Un primo passo è compiuto. Con la nomina di sette coordinatori regionali - invocati, quasi supplicati da un partito che sul territorio ha assoluto bisogno di rimettersi in moto dopo la rottura con Angelino Alfano -, Silvio Berlusconi accende la macchina di Forza Italia da oltre un mese ferma ai box.

Nomine attesissime, anche se solo parziali. Le altre, recita una nota, arriveranno «nei prossimi giorni», sia a livello regionale che nazionale. E se sulle prime c'è da scommettere, dopo il lunghissimo incontro di ieri ad Arcore tra il Cavaliere e Verdini che ha portato alla prima tranche di promozioni sul campo, che in breve saranno varate, sulle seconde è difficile dire se Berlusconi vorrà giocarsi la carta della sua «operazione rinnovamento» subito e in ogni caso, o se lo farà solo quando avrà la certezza che si sta per andare al voto.

È infatti ancora in corso il braccio di ferro tra lui e la pancia forzista sul come, quanto e chi debba rappresentare il cambiamento in un partito che teme mosse azzardate e rottamazioni. In verità escluse dall'ex premier. Anche nelle nomine di ieri, infatti, di rivoluzioni e tagli di teste non si è vista grossa traccia. Ci sono conferme importanti e attese come la nomina in Lombardia di Mariastella Gelmini, gradita a tutto il partito (e salutata anche dall'alfaniano Formigoni con l'invito a confrontarsi «visto che siamo alleati»).

Ci sono scelte all'insegna del tranquillo moderatismo come quella di Sandro Biasotti in Liguria, altre di chiara indicazione di partito (ovvero di fedeli verdiniani) come Massimo Parisi in Toscana, altre ancora legate al riconosciuto merito tecnico come Sandra Savino in Friuli e Massimo Lattanzi in Valle d'Aosta, e ci sono invece novità che dividono FI tra assolutamente favorevoli e qualche scettico come quella in Veneto di Marco Marin, deputato di prima nomina, candidato a sindaco di Padova, olimpionico di scherma molto gradito - dicono - ai moderati e alla borghesia della regione: «Sarà utilissimo per contendere consensi e uomini ad Alfano».

C'è però anche chi fa storcere il naso a parecchi nel partito, ed è quel Claudio Fazzone, potente «colonnello» di Fondi e signore dei voti nel Lazio, che alla fine, sembra per esplicito volere del leader, ha superato al rush finale il contendente Giro.

Insomma, sul territorio il Cavaliere ha scelto di affidarsi a uomini e donne variamente «nuovi» ma tutti di partito, capaci di affrontare una campagna elettorale (sicuramente quella delle comunali) e di aprirsi, grazie ai vice, anche a forze emergenti. A livello nazionale invece molto deve ancora giocarsi.

L'uomo sul quale continua a puntare Berlusconi è Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto e del Tg4, da tempo ormai attivo, presente, operante nelle riunioni ristrette e decisionali del partito. Il Cavaliere lo vorrebbe anche a capo del suo movimento con un ruolo di primo piano, convinto com'è che serva dare una risposta a Renzi con volti nuovi anche ai vertici di Forza Italia.

Per questo il suo schema preferito resta quello di tre vicepresidenti, uno appunto Toti con delega per il partito e tutta l'area comunicativa, uno Tajani per gli affari internazionali e una figura femminile (Bernini, Carfagna) per i rapporti con il Parlamento. Ma un po' le resistenze del gruppo dirigente uscente (che insistono per non modificare lo statuto che prevede un solo coordinatore), un po' il suo dubbio nel giocarsi le carte al momento giusto, hanno ancora frenato il varo di un nuovo organigramma.

Il problema infatti è che nessuno sa se davvero si stia andando a un'accelerazione verso il voto dopo le aperture di Renzi sulla legge elettorale e le mine lanciate al governo, o se prima del 2015 le urne resteranno un miraggio.

In questo caso, Berlusconi potrebbe attendere prima di giocarsi la carta della «rivoluzione» nuovista subito, proprio per il rischio che l'effetto freschezza svapori in fretta. Viceversa, se «entro gennaio» si capisse che si sta procedendo a grandi passi verso il voto, ecco che verrebbero calate le carte a sorpresa.

Con Toti, ma giurano non solo lui, in posizione privilegiata, purché - come ripete da settimane il direttore Mediaset - ci sia davvero «la possibilità di cambiare il partito, rinnovandolo nel profondo» per renderlo competitivo con Renzi, e purché si passi dal falchismo che ha caratterizzato molti degli ultimi passaggi a una linea liberale ma moderata capace di riconquistare tutti gli elettori che fecero vincere il centrodestra.

 

 

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