TELEGRILLINI DA “REPORT”: BEPPUZZO E LO SDOGANAMENTO DEI TALK-SHOW (RIABILITARE MASTRANGELI!)

Filippo Ceccarelli per La Repubblica

Si pensa così male dei talkshow - triste gallinaio, soporifero vaniloquio, risse fasulle - e ci si addormenta così spesso che dinanzi al ripensamento, e quindi alla eventualità che gli esponenti del M5S vi partecipino, la prima reazione si risolve nel sospetto: non è vero, non è possibile.

Ma come? Delle tante, delle troppe invettive di Beppe Grillo, quella sui danni arrecati dalla partecipazione ai salotti televisivi era senz'altro la più convincente, e non solo perché proveniva da un uomo di spettacolo e anche di televisione. Si ricorderà l'immagine abbastanza tosta del "punto G", l'orgasmo che procura il piccolo schermo.

E tuttavia, in un mondo politico dominato dalla smania di apparire a tutti i costi lì dentro, su quelle fatali poltroncine o nelle arene circensi, in un contorno di attricette, lavagnette, canzonette, lacrime, applausi, travestimenti, imposture, sondaggi e animali di famiglia, ecco che quel rifiuto trasmetteva e a suo modo restituiva alla politica un raro senso di decoro.

Poi sì, certo, codificato come un divieto, e anzi come una violazione a tal punto intollerabile da comportare processi ed espulsioni dalla setta degli adoratori della Rete, quel diniego era divenuto meno simpatico, e anche meno spontaneo.

Ma il dispositivo per cui i talkshow erano da evitare Grillo l'aveva certamente colto, e in modo fin troppo figurato, ma di sicuro avvincente, se n'era fatto interprete due mesi fa con i suoi parlamentari in una specie di parabola selvaggia e multiuso, per cui: "Come faceva Zanna Bianca, i conduttori televisivi portano le vittime nel bosco, a disposizione del branco".

A questo punto, abbandonata la metafora forestale, il "movimentista a cinquestelle, vero e presunto che sia, viene succhiato come un ghiacciolo e masticato come una gomma americana e quindi sputato dal conduttore, soddisfatto del suo lavoro di sputtanamento".

Si può immaginare come, in crescendo, Grillo sceneggiasse la triste sorte dell'incauto telegrillino. Neanche a dirlo, il conduttore era "pagato dai partiti". E su questo punto, come del resto sulla definizione che di frequente Grillo dà dei giornalisti come "pennivendoli", si consentirà di esprimere qualche riserva, essendo la questione un po' più complicata o meno sempliciotta di vendite e pagamenti, che pure ci sono.

Ora, sul diabolico intreccio instauratosi tra potere e intrattenimento esiste una fitta e anche ostica letteratura, in Italia resa ancora più vasta da vent'anni di berlusconismo reale e applicato, là dove Berlusconi, appunto, degli spettacoli politici è da considerarsi il Messia, impresario, regista, attore, dal cinepanettone al feuilleton strappalacrime, burlesque e vaudeville, maschera e mascherone, insomma tutto - e se Grillo ha potuto sfondare è perché a forza di fare i buffoni, è arrivato il Buffone vero come una specie di castigo di Dio.

Ma anche a prescindere da Debord e da altri mille pensatori, questa storia che adesso i grillini potrebbero interrompere il digiuno di tele-chiacchiere non è che torna tanto. "Valutando caso per caso", vabbè, ma intanto crolla un muro, e non si riesce a esultare pensando a Crimi da Vespa, o a Fico da Paragone, o a Sarti e Lombardi da Santoro o Del Debbio.

Così come non si capisce perché, dopo aver illustrato le magnifiche sorti e progressive del web 2.0 e aver dato vita e forma all'obiettivo avvicendamento che le piattaforme digitali stanno segnando rispetto alla tv come principale medium della contemporaneità, non passa giorno senza che Grillo se la prenda con questo o con quel personaggio televisivo, ora Floris, ora la Gabanelli;

che sanno benissimo difendersi da soli, ma la minaccia resta sempre minaccia, o editto bulgaro, o nota archeo-craxiana per l'irriverente barzelletta antisocialista recitata in prima serata, anche se a volte l'impressione è quella di un movimento che rischia di perdersi in Sorrisi e canzoni tv.

E saranno i risultati elettorali, che sempre determinano inconfessabili risposte, ma pare di avvertire qualcosa di insistito, forse il principio di un'ossessione, nel rapporto tra Grillo e la televisione. Eccolo ancora volteggiare sulle magagne Rai, che pure ovviamente non mancano, e sulla presidenza della Commissione di Vigilanza (su cui, dopo Storace-Epurator e la commedia di Villari, qualche grillino serio sarebbe persino auspicabile).

Per non dire dei corsi di televisione per deputati e senatori organizzati dalla Casaleggio & Associati, che solo a pensarli fanno un po' tenerezza, vent'anni dopo quelli che il primo Berlusconi affidava ai suoi manager dopo la discesa in campo.

E facciano un po' quello che vogliono, i Cinquestelle; partecipino o no ai salottini, si lascino o meno sfruculiare il punto G da Lilli Gruber o da Myrta Merlino. Ma a parte riabilitare il povero onorevole Mastrangeli, cacciato via per reiterata frequentazione dei divanetti di Barbara D'Urso, sappiano che il più interessante talk show che si possa al momento immaginare sarebbe proprio quello dedicato al rapporto - molto personale, quindi molto politico al giorno d'oggi tra Beppe Grillo e la televisione: che l'ha forgiato e poi tradito, che gli ha dato tutto e quindi gliel'ha tolto, per poi proiettarlo in un'altra dimensione, che ancora non si comprende perché forse incompiuta, forse cieca, o abbagliante, o nitida, o chissà che, chissà come, chissà quando.

 

GRILLO IN TELEVISIONE GRILLO E MASTRANGELI MASTRANGELI DA BARBARA DURSO jpegROBERTO FICO A IN MEZZORA DA LUCIA ANNUNZIATA la smorfia di grillo ipnotizza lombardi e crimi CRIMI E LOMBARDIGRILLO LOMBARDI CRIMI

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