TUTTO IL POTERE AGLI “OROLOGIAI” – IN UN LIBRO DI CAMILLA CONTI IL RUOLO DI TRE GRANDI SACERDOTI DELLA FINANZA BIANCA: GUZZETTI, BAZOLI E PRODI

Estratti della prefazione di Mario Sechi al libro di Camilla Conti “Gli orologiai. L’ingranaggio finanziario-politico che scandisce la Terza Repubblica” pubblicati da “il Foglio”

 

LIBRO CAMILLA CONTILIBRO CAMILLA CONTI

Il potere non è tale se non si esprime nella longue durée, se non si consolida, se non attraversa il tempo lasciando un segno. Vi sono biografie ed episodi fulminanti, certo. Ma è la lunga durata che fa la differenza tra i grandi e i piccoli, i saggi e gli avventurieri, i maestri orologiai che comandano complessi meccanismi e quelli che girano la clessidra per una notte. Chi sono gli orologiai dell’Italia repubblicana? Camilla Conti con questo libro prova a dare una risposta e – forse inconsapevolmente – ne individua tre che rappresentano il potere perché sono anche la lunga durata: Giovanni Bazoli, Giuseppe Guzzetti e Romano Prodi.

 

Due banchieri e un economista che si fa politico. Il trio è l’espressione di un soft power dotato di un know-how formidabile: la finanza di Bazoli e Guzzetti, le relazioni internazionali e l’esperienza di governo di Prodi. I due banchieri sono il volto e il genio di un potere finanziario che non ha trovato ancora degni eredi e – senza la Mediobanca di Cuccia e Maranghi – giocano in coppia la difficile partita di un risiko bancario e industriale in un paese più preda che predatore; il padre dell’Ulivo, nonostante l’asprezza e le incomprensioni con Matteo Renzi, resta il punto di riferimento di chi vuole tessere la tela di un’Italia europea ma non berlinocentrica, atlantica ma soprattutto mediterranea, realista con Mosca e guardinga con i falchi di Washington.

GIOVANNI BAZOLI E ROMANO PRODI FOTO LAPRESSE GIOVANNI BAZOLI E ROMANO PRODI FOTO LAPRESSE

 

 E la quarta carta del mazzo, Matteo Renzi, cosa c’entra con le prime tre? Se osserviamo la retorica e la liturgia della rottamazione, la risposta è una sola: niente, zero, reset. In realtà il presidente del Consiglio è anche il prodotto di quella storia. Certo, in lui vi sono elementi di rupture berlusconiana, il suo uso dei media ne fa il più vicino erede del Cavaliere, ma non è affatto vero che il fenomeno fiorentino sia distante da quel mondo e l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica ne è un perfetto esempio.

 

 Al Quirinale c’è un prodiano. La militanza nella Margherita, lo scoutismo di Renzi, i richiami continui dei suoi collaboratori più stretti all’eredità di Giorgio La Pira, non sono un episodio, ma parte fondamentale della sua storia che non si dissolve con la sua ascesa a Palazzo Chigi, ma emerge ogni volta che c’è un passaggio delicato. E’ un’arte politica che Renzi conosce, un uso del potere che sa essere cinico e nello stesso tempo prudente. Mai banale, spesso sorprendente nelle accelerazioni, come nel caso della partita del Quirinale.

 

GIOVANNI BAZOLI E GIUSEPPE GUZZETTIGIOVANNI BAZOLI E GIUSEPPE GUZZETTI

Quello di Matteo Renzi è il 63° governo dal 1945 a oggi, in media l’Italia ha avuto un governo all’anno e i presidenti del consiglio sono stati ventisette. (…) E’ un potere che si sta consolidando. E’ destinato a essere un pezzo fondamentale del risiko italiano, come Guzzetti, Bazoli e Prodi. E come lo furono – su altre posizioni – Enrico Cuccia e Silvio Berlusconi. E’ la realtà italiana che si impagina in cronaca che poi diventa storia. Il libro di Camilla Conti ha questo gran pregio: fissa in pagina questo movimento e ne svela la sua forza, la lunga durata. E’ la nostra storia. (…)

 

La crisi finanziaria scoppiata nel 2008, il credit crunch e la recessione hanno riaperto il dibattito sulla validità del modello italiano, ma non ci sono dubbi sulla presenza della longue durée, la persistenza del tempo e dell’azione di un gruppo dirigente che nel bene e nel male ha provato a disegnare un paese costruito sul debito pubblico e sul patto di sindacato, il nocciolo duro di un paese a elevato tasso d’instabilità. Questo potere aveva bisogno di orologiai pazienti e tenaci per essere puntuale. Né troppo avanti né troppo indietro.

 

GIUSEPPE GUZZETTI resize GIUSEPPE GUZZETTI resize

Sincronizzato sull’originale fuso orario dell’Italia. Figure che potevano nascere solo dalla cultura della Democrazia cristiana, non altrove. (…) E’ da questo racconto collettivo, l’autobiografia della nazione, che emerge un gruppo di persone dove il cattolicesimo democratico diventa il carburante del motore dei makers italiani. E’ la storia di un manipolo di timonieri audaci che partendo dall’esperienza nella Dc e nei movimenti cattolici avvia un percorso fatto di fedeltà al partito e autonomia dell’azione nella società.

 

Nasce nell’immediato Dopoguerra con i “professorini”: Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira. La loro forza propulsiva è il cattolicesimo, l’idea è quella di non lasciarlo alla pura speculazione teorica, chiuso in sacrestia o tra le aule universitarie, ma di realizzarlo nella società in tutti i suoi settori. Molti di loro si erano formati all’Università Cattolica di Milano, dominata dalla figura di padre Agostino Gemelli, tanto orgoglioso del suo lavoro di padre spirituale e insegnante da scrivere nel 1946 a Alcide De Gasperi dopo il suo intervento al Congresso della Dc: “Mi ha fatto molto piacere l’elogio di Dossetti e di Fanfani; sono due ottimi elementi, frutto dell’educazione del nostro Ateneo”.

 

GIOVANNI BAZOLI E JOHN ELKANN GIOVANNI BAZOLI E JOHN ELKANN

Ecco, se qualcosa manca al nostro tempo è questo: un luogo di produzione culturale che plasmi il presente e si proietti nel futuro. (…) Renzi è frutto delle convulsioni postcomuniste, la lunga crisi del Pci ha trovato una risposta e un leader nuovo. E’ la politica che – sempre – trova soluzioni inaspettate alla crisi dei partiti. La transizione postcomunista con Renzi è finita, si apre un nuovo capitolo della storia. Sempre nel segno di quel filone culturale, il cattolicesimo democratico, che ha dato prova di essere il più concreto e longevo fra quelli che mise in campo la Democrazia cristiana.

 

E la finanza e l’industria? Quella delle banche italiane è una storia che continua nel segno di Bazoli e Guzzetti perché all’orizzonte non è ancora emerso chi possa raccoglierne l’eredità. E la ragione è di una semplicità disarmante: l’assenza di un disegno per l’Italia e non solo per i mercati. In molti hanno provato a cimentarsi in quel campo da gioco. Ma al netto delle resistenze del sistema e della tendenza di ogni potere consolidato a farsi dispotico, la verità è che gli uomini nuovi del caveau hanno fallito l’impresa.

 

prodi col gelatoprodi col gelato

Non basta avere frequentato Harvard per essere un grande banchiere, serve una materia prima che non si compra con un master overseas, è fatta di durezza dell’esperienza, di solitarie letture e meditazioni, di sconfitte, di grande potere che si sposa con grande responsabilità. Ho la netta impressione che toccherà a loro, Bazoli e Guzzetti, inventare la successione, ordinare i nuovi sacerdoti della finanza italiana, trovare e educare “gli ottimi elementi” che Agostino Gemelli allevò nella sua università. Tenete d’occhio le lancette, il tempo vola e gli Orologiai sono in laboratorio. 

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