la suora in ginocchio davanti ai militari in myanmar

SUORA O MAI PIÙ - IN MYANMAR LA MONACA CATTOLICA ANN ROSA NU TAWNG SI ERA INGINOCCHIATA DI FRONTE AI MILITARI IMPLORANDOLI DI UCCIDERE LEI E RISPARMIARE ALTRI INNOCENTI, MA QUELLI SE NE SONO FREGATI: AMMAZZATI ALTRI DUE MANIFESTANTI. E SIAMO GIÀ A PIÙ DI 60 VITTIME, TRA CUI DUE LEADER POLITICI COLLABORATORI DI AUNG SAN SUU KYI BRUTALMENTE TORTURATI... - VIDEO

 

Raimondo Bultrini per www.repubblica.it

 

LA SUORA IN GINOCCHIO DAVANTI AI MILITARI IN MYANMAR

Pochi giorni fa una minuta monaca cattolica di nome sister Ann Rosa Nu Tawng s’inginocchiò di fronte a un drappello di militari implorandoli di non uccidere innocenti. La sua preghiera oggi non ha avuto effetto, e non è forse colpa di nessun altro se non dei militari birmani che hanno compiuto il golpe del primo febbraio e arrestato Aung San Suu Kyi.

 

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È successo nella stessa città dove risiede la suora, Myitkyina, capitale dello Stato etnico Kachin da decenni in conflitto con il potere centrale di militari e civili birmani. Almeno altri due manifestanti sono morti, ma molti sono stati feriti gravemente. Le vittime hanno ricevuto un colpo alla testa, sparato dai soliti cecchini dell’esercito appostati su tetti e cornicioni.

 

Aung San Suu Kyi

Nelle stesse ore è giunta la notizia della tragica sorte di due ex leader dell’Lnd, la Lega nazionale per la democrazia, collaboratori della leader agli arresti, uccisi dopo inaudite torture viste sui loro corpi dai familiari ma negate come sempre dai media dei generali. Uno di loro è un musulmano di nome Khin Maung Latt, l’altro il buddhista Shein Win, rispettivamente capi del partito di Padeban e Hlaing.

 

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Solo per fare alzare il morale, reso così tetro dalle notizie di più di 60 persone uccise brutalmente o a sangue freddo, di inquietanti arresti notturni a raffica che tolgono il sonno a migliaia di persone, giungono da tutta l’Unione notizie di ribellioni creative e perfino grottesche.

 

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La più efficace, rimbalzata sui media di tutto il mondo, è adatta alla ricorrenza dell’8 Marzo. Studentesse, casalinghe, professioniste povere hanno messo a stendere una quantità incalcolabile di sottovesti femminili lungo le strade di Yangon, ma pare anche in altre città.

 

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È una provocazione culturale contro poliziotti e soldati. Infatti birmani e altre etnie conoscono fin da bambini la cattiva fortuna che aspetta un uomo incurante del più “patriarcale” tra i malocchi. Specialmente se si tratta di un esercito di maschi che si trova a dover passare, seppure virtualmente, sotto le gonne di una donna. Un’onta.

 

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L’idea è stata dei giovani della Generazione Z birmana, che credono più alla scienza e alla tecnologia che alle fatture sciamaniche, ma sfruttano la grande superstizione dei militari. Gli stessi capi dell’esercito sono celebri per usare astrologhi e rituali quando serve per scacciare la malasorte. Così il movimento della disobbedienza civile ha chiesto a tutte le donne di stendere più indumenti intimi possibili. Qualcuna si è anche spinta a pinzare con una molletta gli assorbenti usati, un simbolo ancora più forte in un momento in cui il sangue dei ribelli continua a essere versato ai quattro angoli del Paese. Molti la leggono come una promessa di vendetta.

 

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La giunta militare che ha affidato il comando supremo al capo dell’esercito Min Aung Hlaing, ideatore del golpe d’inizio febbraio, sta intanto usando un approccio diplomatico per convincere l’Occidente, l’Africa e il Medio Oriente che non c’è nulla di male nel difendersi dalla sovversione e anarchia delle piazze.

 

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È una strategia mista di pubbliche relazioni con l’alta finanza e i governi, affidata a una compagnia specializzata con sede in Canada ma gestita da un ben collegato ex funzionario dell’intelligence israeliana. L’uomo ha confermato pubblicamente di aver ricevuto l’incarico come scritto da “Foreign-lobby”, per la sua Dickens & Madson Canada, per fare pressioni su funzionari statunitensi e di altri governi.

 

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È stato il nuovo ministro della Difesa Mya Tun Oo ad ingaggiarlo per "aiutare a spiegare (al mondo) la reale situazione nel Paese". Oltre che agli Usa, si rivolgerà ad Arabia Saudita, Emirati Arabi, Israele, Nazioni Unite, Unione africana e altre organizzazioni internazionali comprese Ong. L’intento iniziale è quello di convincere potenziali partner commerciali a non credere a tutto quello che i media riportano sulla situazione interna.

 

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Ma molti giudicano questa mossa una sorta di ricatto: il capo del golpe, dell’esercito e ora anche dello Stato, fa notare a tutti che in caso di rifiuto a trattare, l’Occidente, l’India e gli altri Paesi li costringeranno a restituire alla Cina il monopolio sull’intera economia, che in parte le era stato tolto negli ultimi anni. E non solo quello, ma anche l’accesso pieno a porti strategici sul golfo del Bengala per il gas naturale e i commerci mondiali di Pechino, proprio a ridosso delle coste indiane.

 

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È una situazione estremamente delicata nella quale lo stesso governo di Delhi rischia di trovarsi dalla parte sbagliata e drammatica della storia. In questi giorni è al centro di un caso eclatante per l’annunciato rimpatrio dei primi 160 musulmani Rohingya detenuti nel continente, ovvero nei centri di raccolta del Jammu, regione hindu dell’islamico Kashmir. Se deciderà di mettere gli affari e le relazioni geopolitiche davanti ai principi umanitari, la stessa sorte potrebbero subire anche gli altri 5.000 Rohingya che si presume vivano in varie regioni clandestinamente.

 

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Per tutti loro tornare nell’Arakan, il Myanmar delle stragi di 3 anni fa dal quale provengono, significa riportarli davanti ai proiettili degli stessi soldati che in questi giorni sparano a chiunque si opponga, anche se è un buddhista della maggioranza. Ma una nave con decine di profughi di altre etnie, molti Kachin e altri non musulmani, in fuga da fame e tensioni, è stata rimpatriata da poco dalla Malesia nonostante un ordine contrario della magistratura.

 

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Potrebbe essere un precedente grave per altri Paesi che non intendono condannare apertamente il golpe e i massacri di civili. Per ora un ufficiale indiano ha confermato l’intenzione non umanitaria verso i profughi a rischio. "Dopo la verifica della nazionalità di questi immigrati illegali – ha detto all’Afp - i dettagli saranno inviati al Ministero degli Affari Esteri a Delhi per essere consegnati al Myanmar per la loro deportazione"...

 

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Molti Rohingya stanno nel frattempo solidarizzando con il movimento di disobbedienza e la sorte che li aspetta potrebbe essere un’altra rappresaglia tragica come quella scatenata dagli attacchi di presunti terroristi islamici che giustificarono il genocidio del 2017 e l’esodo in Bangladesh. Le minacce e le sanzioni occidentali non sembrano avere avuto altri effetti che la controfferta – attraverso una società di Pr - di collaborazione con un governo impresentabile al mondo civile.

 

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Eppure, utilizzando altri social media di quelli popolari tra i ribelli, i generali cercano ancora di convincere che tutte le notizie di morti e violenze segnalate e riprese in video dagli utenti sono false, e che il nuovo governo in uniforme sta facendo del tutto per “minimizzare” l’uso della forza. I media che esagerano la portata del movimento dei disobbedienti vengono comunque arrestati quotidianamente.

 

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A mostrare il vero volto dei militari parla da solo un video postato sul sito di chat cinese TikTok, dove il capo di una milizia vanta la potenza letale di un fucile di precisione puntando la sua canna e mirando al pubblico “dei giovani che manifestano". Ma nonostante tutto la resistenza dei giovani e adulti disobbedienti continua a portare in piazza, spesso al martirio, migliaia di persone e sono stati segnalati i primi episodi di contro-violenza con sassi e fionde.

 

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Molti temono che se prenderà piede una forma di Intifada più violenta, il movimento potrebbe cadere nella trappola certo non voluta di ritorsioni ancora più feroci, giustificate agli occhi del mondo. Per gli esperti nel Paese esistono tutte le condizioni, se non interverranno altre potenze come la Cina che ha già annunciato una difficile mediazione tra le parti, per una guerra civile dalle conseguenze inimmaginabili. Tutti per ora si impegnano però a continuare col metodo della disobbedienza non violenta gandhiana adottata da Madre Suu.

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