DAGOGAMES BY FEDERICO ERCOLE - “POKOPIA” PER SWITCH 2 È IL MIGLIORE GIOCO POKÉMON DA ANNI E FINORA LA PIÙ GRANDE SORPRESA DI QUESTO DISTRUTTIVO 2026 - UN VIDEOGAME SULLA VITA CHE NON SI ESTINGUE, SULLA RICOSTRUZIONE, SULLA SPERANZA E SU UNA LUMINOSA VOLONTÀ DI POTENZA CHE CONSISTE NEL PORRE RADICI E NEL FARLE CRESCERE CON FATICA E AMORE. GIÀ IL GIOCO DELL’ANNO. O, ALMENO, SAREBBE GIUSTO COSÌ… - VIDEO
Federico Ercole per Dagospia
I primi minuti di Pokopia trascorrono in una luce stanca di pomeriggio invernale, il chiarore malinconico di un piccolo borgo turistico abbandonato in un infinito gennaio, sospeso in una condizione desolante, senza promesse di inizio e di fine.
C’è un’aria di apocalisse consumata da tempo, di solitudine totale, nella piccola terra desolata dove si muovono i primi passi nel corpo mutante del Pokémon trasformista Ditto, che assumerà la forma umana di bimbo o bimba del suo scomparso Allenatore. Perché gli esseri umani non ci sono più, permane di questi un vago ricordo, gli spiega un Tangrowth “studioso”, creatura vegetale avvolta di liane che fungerà da guida per il giocatore.
Così si comincia a lavorare e dalle polverose nullità di questo tetro, seminale giardino vuoto e incolto, si riporteranno con lentezza la vita e la forma, persino la felicità.
Pokopia, il gioco “imprevedibile” dei Pokémon uscito in esclusiva per Switch 2, malgrado quella vaga ma sensibile tristezza del preludio, diventa con il tempo un inno alla gioia e alla volontà di potenza, un videogioco sulle delizie della creatività tra bellezza, tenerezza e mistero. La grande sorpresa di questi primi mesi di un distruttivo 2026, è un videogame sull’esistenza che non si estingue, sulla ricostruzione.
CIVITAS SOLIS
I primi passi sono quelli di ricreare l’habitat necessario e all’inizio elementare affinché un determinato Pokémon possa tornare a vivere nella zona; ecco quindi l’erba utile affinché arrivi un un verde Bulbasaur, che fornirà al protagonista il suo vegetale potere capace di mutare con lentezza l’ambiente affinché giungano altre creature.
Ognuna di queste, e c’è ne sono centinaia da ritrovare nel corso del tempo, ci fornirà risorse e un’abilità diversa per interagire con l’ambiente, oltre che interessanti spunti narrativi e animazioni ammirevoli. Dalle prime aiuole costruiremo piccoli edifici, modelleremo la roccia, trarremmo minerali ed energia, faremo sgorgare l’acqua fino a costruire città e ad ampliare mari che navigheremo fino a nuove isole mentre ogni Pokémon ci chiederà qualcosa di specifico o ermetico.
Dal brodo primordiale al trionfo dell’esistenza. Si cucina, ci si diverte, si impara mentre faticando si compone un gigantesco affresco narrativo che non risulta mai troppo esplicito e didascalico, ma mutevole, prometeico.
Non c’è mai neanche l’accenno ad una forma seppure minimale di violenza e dissidio, solo cooperazione e desiderio di fare per una rinascente comunità, per l’ambiente che ricomincia a vivere grazie agli elementi vitali che prima vi latitavano. Pokopia è un videogame che riesce ad essere spassoso e filosofico insieme laddove noi che giochiamo poniamo le radici, le “rizomata” di Empedocle, affinché ritorni quell’equilibrio che renda possibile il tutto.
Pokopia è un gioco sul riaccendere la speranza, sulla fede inestinguibile nella speranza, che si fa attività dionisiaca in una crescente ebbrezza di fare, di riempire, di celebrare, di dialettica laddove prima c’era il vuoto e il silenzio. La Città del Sole dei Pokémon.
LA DELIZIOSA MONOTONIA DELL’UTOPIA
C’è in Pokopia anche quella quotidiana, dolce monotonia che può avere provato chi si prende cura di un piccolo orto. Chi è abituato solo a sparare o a distruggere nei videogiochi potrebbe trovarla noiosa, ma non lo è affatto perché c’è in questa ripetizione una poetica della sottile variazione che porta con il tempo a mutazioni imprevedibili, dal seme, al germoglio e infine al frutto. C’è questa costante sensazione di utopia, di impossibile e di insormontabile, che si infrange con il desiderio e la “fatica”, lasciandoci infine felici nella contemplazione del risultato dei nostri sforzi.
Le radici ludiche di Pokopia, un gioco sulle radici non può che non avere radici a sua volta, sono quelle certe del simulatore di vita e di tempo Animal Crossing e del celeberrimo Minecraft per l’ambizione a immaginare, comprendere come e infine realizzare.
Ma può risultare fuorviante limitarsi a considerare questo gioco sviluppato da Omega Force una sorta di clone dei due titoli in chiave Pokémon, perché la sua originalità lampante, che si giochi in solitaria o si collabori online con altri giocatori, lo rende un’esperienza unica e non solo per il carisma inarrivabile del bestiario favoloso su cui si fonda. Può essere talvolta ostico da interpretare, per i bambini più piccoli ad esempio, ma apprendere il linguaggio del gioco è parte formativa, persino educativa dell’esperienza.
Pokopia potrebbe essere senza dubbio uno dei giochi dell’anno, se non addirittura il gioco dell’anno, e sarebbe giusto lo fosse al di là di ogni questione critica e qualitativa perché mentre il mondo brucia, la follia si diffonde e l’orizzonte appare sempre più oscuro, è giusto premiare qualcosa che ci racconta la vita, la comunità e la volontà di preservarle. Mai come oggi che viviamo in una distopia c’è bisogno di utopie e della volontà comune di realizzarle. In questo Pokopia può essere deliziosamente propedeutico.
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