IL GRANDE FLOP - "IL TRASFORMISTA" DI BARBARESCHI SI TRASFORMA IN UN BAGNO DI SANGUE: 34 MILA EURO IN TRE GIORNI E 52 COPIE.

Manifesti giganteschi, passaggi televisivi a pioggia (da "Striscia" a "Chiambretti"), interviste pepate su tutti i giornali, recensioni abbondanti, clamorosa anteprima all'Adriano alla presenza di Gianfranco Fini e Willer Bordon, ottima performance di Rocco Papaleo. Nulla da fare: alla gente non piace Luca Barbareschi. L'antipatia che si sprigiona dal suo volto si trasforma in gas nervino per il botteghino. Magari - altra campana - alla platea giovanile il trasformismo dei politici è un tema che non dice una mazza. Di Barbareschi hanno in mente i tele-camuffamenti comici da "Il grande bluff". Chissà. Quello che è certo è che un box office così disastroso nessuno poteva immaginarselo.


Ecco i dati crudeli forniti da Cinetel per i tre giorni di programmazione: 25esimo posto, 52 copie distribuite (non sono poche), incasso-medio per sala 662 euro, totale: la miseria di 34 mila e 447 "euri". Qualcosa in più di 60 milioni di antiche lire: roba da tagliarsi le vene. Non ci paghi nemmeno la pubblicità su Il Messaggero di Sant'Antonio.


A BARBARE' MA CHE CAZZO STAI A FA'?
Marco Giusti per Il Manifesto

Ahi. Pensavamo di divertirci andando a vedere alla sala 4 del cinema Adriano di Roma (l'unica cosa che rimane a Vittorio Cecchi Gori di tutto un impero cinematografico) "Il trasformista" diretto e interpretato da Luca Barbareschi, la sua opera seconda dopo il non dimenticato "Ardena", che un tempo si chiamava "Calcata", in quanto girato a Calcata (ma poi leggenda vuole che qualcuno convinse il neoregista che quel titolo si prestava a qualche allusione pesante - sto film è una . - così si preferì un nome di città inventato con grande disappunto dei cittadini di Calcata che promisero vendetta).

Insomma, l'idea di vedere un film sulla nostra destra fatta da un regista vicino alla destra sul trasformismo politico prometteva almeno qualche risata, qualche concessione a uno stracultismo italiano anni '2000. Anche perche' negli anni di governo di centro-sinistra nessuno dei nostri eroici registi ci aveva dato non diciamo un film intero, ma almeno qualche allusione a Silvio Berlusconi e al suo impegno politico, ad eccezione, ovviamente di "Caro diario" e di due battute nei film di Paolo Virzì, "Ovosodo" e "My Name Is Tanino" (e questo non lo vedremo probabilmente mai perche' travolto nella crack Cecchi Gori).



E invece no. "Il trasformista" non è solo di una noia mortale, ma si autocensura pure le poche intuizioni satirico-comicarole che poteva sviluppare. Le cose migliori vengono dai "fuori scena", cioé da quello che e' accaduto prima e dopo la proiezione in sala. Innanzi tutto la folle presentazione all'Adriano, davanti a una platea fatta di politici, cioé Gianfranco Fini e Willer Bordon per equilibrismo bipartisan alla Vespa (ma non c'era Veltroni alla prima di "Ardena"?), uomini di cinema e soprattutto di televisione di stato, con il ringraziamento al ministero e alla Rai produttori del capolavoro e un augurio ai politici presenti (cioe' a Fini) di scegliere bene il direttore della Fiction in Rai. Gaffe abbastanza pesante, ma non accolta, almeno apparentemente come tale.

E, infine, a film finito, lo scazzo in diretta tv al "Chiambretti c'é" da blob primi anni '90 tra lo stesso Barbareschi e Claudio Martelli sotto gli occhi della compagnia di giro Platinette-Signorini-Funari chiusa con un magistrale "A Barbare' ma che cazzo stai a di'" detta dallo stesso Funari incapace di pronunciare perfettamente la parola trasformista per evidenti problemi di dentiera. Possiamo dire che in questi soli due momenti si e' respirata un'aria da politichetta televisiva all'italiana reale che non appare mai nel film, congelato da pretese di cinema parte morettistico parte petriano che vengono malamente diluite da Barbareschi in una storia, scritta assieme al redivivo Gianfranco Manfredi (autore di qualche interesse anche cinematografico grazie alle sue collaborazioni con Salvatore Samperi e soprattutto al copione di "Miracolini" di Francesco Massaro), che aspettavamo da anni.

Cioe' quella del peone buono che si scontra con la realta' corrotta della politica del Palazzo fino a restarne invischiato. Un tema vecchissimo (pensiamo ai classici americani come "Un volto nella folla" di Elia Kazan o a un film chiave del cinema novo come "O bravo guerreiro" di Gustavo Dahl), che ben sviluppato ci poteva dare piu' di una soddisfazione. Magari seguendo l'esempio del finale di "Gallo cedrone" di Verdone, dove il coatto si candida a sindaco di Roma e decide di asfaltare il Tevere. Inoltre il cast del film di Barbareschi non era male. A iniziare da Luigi Maria Burruano, grande interprete di ruoli di mafia, nella parte di un possibile Dell'Utri, col telefono che squilla in continuazione (leggenda vuole che dovesse squillare al ritmo di "Forza Italia", ma la cosa non era poi apparsa cosi' spiritosa), cialtrone simpatico e un po' corruttore, pronto al dialogo sottobanco con la sinistra e coi cattolici, con tanto di amante giovane, Bianca Guaccero, che sogna di diventare velina in tv grazie alle raccomandazioni politiche.

E poi Rocco Papaleo in quella di un viscido consigliori napoletano che passa da sinistra a destra per manovrare il peone Barbareschi. E Raffaele Pisu, perfettamente conservato, come senatore a vita del tutto rincoglionito, Ugo Conti come deputato verde col pizzo unico a credere al suo partito. Certo, Luis Molteni come Giuliano Ferrara che fa lezione di cinema e giornalismo mostrando "Deadline USA", grande classico del cinema democratico di Richard Brooks, e' un po' imbarazzante, ma le apparizioni vere di Daniela Santanche', Michele Cucuzza e Massimo Dapporto fornivano una delle chiavi migliori per la riuscita del film. Cioe' puntare al mischione tra mostri della tv, del salotto e della politica, uniti da questa smania di potere, di presenzialismo. Mischione gia' cosi' vivo in sala, con Fini che aveva appena dettato il suo ordine del giorno sul caso Rai ("Baldassarre non si tocca"), Marina Ripa di Meana appena uscita dal parrucchiere, il padrone di casa (non presente in sala) appena uscito dagli arresti domiciliari.

A Barbareschi, riconosciuto regista di destra, legato a AN, era possibile quello che non e' piu' possibile a un regista di sinistra. Cioe' farsi dare del denaro pubblico, con riconoscimento ministeriale di "interesse culturale", per poter far della satira sul mondo politico di destra e sui salotti televisivi. Certo, qualcosa rimane, le battute sui pianisti, ad esempio, ma ogni riferimento alla cocaina e' stato tolto. Ma nel voler far vedere che i politici di destra e di sinistra sono identici (ma quale sinistra presente, poi, si vedono solo dei personaggi da vecchia DC), finisce per non accontentare nessuno e per fare addormentare tutto il pubblico in sala.


Dagospia.com 25 Novembre 2002