luca zaia roberto vannacci matteo salvini

NON HA VINTO SALVINI, HA STRAVINTO ZAIA – IL 36,38% DELLA LEGA IN VENETO È STATO TRAINATO DA OLTRE 200 MILA PREFERENZE PER IL “DOGE”. MA IL CARROCCIO DA SOLO NON AVREBBE COMUNQUE VINTO, COME INVECE CINQUE ANNI FA: ALLE PRECEDENTI REGIONALI LA LISTA ZAIA PRESE DA SOLA IL 44,57% E IL CARROCCIO IL 16,9% - SE SALVINI PIANGE, MELONI NON RIDE: NON È RIUSCITA A PRENDERE PIÙ VOTI DELLA LEGA IN VENETO E IN CAMPANIA È TALLONATA DA FORZA ITALIA (11,93-10,72%). PER SALVINI E TAJANI SARÀ DIFFICILE CONTRASTARE LA RIFORMA ELETTORALE - PER I RIFORMISTI DEL PD SARÀ DURA DARE UN CALCIO A ELLY SCHLEIN, AZZERATE LE AMBIZIONI DI GIUSEPPE CONTE COME CANDIDATO PREMIER - "LA STAMPA": "IL VOTO È LA RIVINCITA DELLA ‘LEGA NORD’ SU QUELLA SOVRANISTA E VANNACCIANA: LA SFIDA IDEOLOGICA DA DESTRA A MELONI NON FUNZIONA. IL PARTITO DEL NORD COSTRINGERÀ SALVINI AD ESSERE MENO ARRENDEVOLE SUI TAVOLI DELLE CANDIDATURE. SUL RESTO È LECITO AVERE DUBBI…”

 

DAGOREPORT

zaia stefani salvini

In Veneto la Lega doppia Fratelli d'Italia ma da sola non avrebbe vinto, come alle precedenti regionali, dove la lista Zaia prese da sola oltre il 44,57% e il Carroccio il 16,92%, senza i voti di Fdi e FI (fermi al 9,55 e al 3,56%)

 

Se Salvini piange, Meloni non ride: non è riuscita a prendere più voti della Lega in Veneto, mentre in Campania Fdi non riesce a distanziare Forza Italia (11,93% - 10,72%). Ora sarà molto difficile contrastare, per Salvini e Tajani, la riforma elettorale pro domo di Meloni.

 

 

ELLY SCHLEIN GIUSEPPE CONTE

Dopo la vittoria in Campania e in Veneto, sarà dura per i riformisti del Pd dare un calcio a Elly Schlein, mentre la debacle del M5S azzera le ambizioni di Giuseppe Conte a ricoprire il ruolo di candidato alle politiche del 2027, benché nei sondaggi per le primarie surclassasse la gruppettara del Nazareno.

 

In Campania si registra delusione nella Casa Riformista dove era atteso un 8 per cento: il listone renziano-centrista si ferma al 5,8%.

 

ELEZIONI REGIONALI: VOTI IN CALO, ALLARME MELONI. LA LEGA RIAPRE I GIOCHI IN LOMBARDIA

Estratto dell’articolo di Lorenzo De Cicco per “la Repubblica”

 

giorgia meloni comizio a napoli per cirielli 2199854

[…]  Il Carroccio in Veneto doppia i suoi Fratelli (giù al 18,6%, quasi la metà rispetto ad Europee e Politiche) e già rimette in discussione il patto sulla Lombardia, prenotata da FdI. […]

 

[…] Formalmente, Meloni liquida la pratica su X: foto con il neo-governatore del Veneto, Alberto Stefani. La parola sconfitta non c’è. Né un rimando alla Lega. Il successo del delfino di Matteo Salvini è «una vittoria della coalizione».

 

Il vero timore di FdI è che il patto sulla Lombardia — motivo per cui i Fratelli hanno lasciato il Veneto ai leghisti — venga ridiscusso. Salvini davanti i microfoni, a Padova, dice e non dice. «Se gli alleati avranno proposte valide le ascolteremo, siamo una coalizione».

 

LUCA ZAIA DOPO IL BOOM DI PREFERENZE ALLE REGIONALI

Però a domanda secca sul Pirellone fa il vago: «Mancano due anni, chi vivrà vedrà. La Lega in Lombardia può raggiungere lo stesso risultato del Veneto». E il centrodestra? «Momento complicato». I colonnelli del segretario sono più diretti.

 

Massimiliano Romeo, numero uno della Lega Lombarda e capogruppo in Senato, dice così: «Queste elezioni confermano che le regionali sono tutta un’altra partita. E al Nord c’è la Lega».

 

Armando Siri, capo dei dipartimenti leghisti e braccio destro di Salvini, è ancora più esplicito: «Gli elettori hanno premiato il buon governo della Lega, che ha un’ottima classe dirigente. Anche in Lombardia e a Milano siamo a disposizione con persone di qualità». Il presidente lombardo, Attilio Fontana, provoca: potremmo candidare Luca Zaia. Il “Doge” uscente.

 

Luca Zaia con i minipony alla Fieracavalli

Il risultato del Veneto è quello più bruciante. FdI puntava alla prima piazza. Donzelli pronosticava solo qualche giorno fa un 25 a 20 sulla Lega. Invece FdI è lontanissima, tallonata dal Pd. […]

 

DUE PARTITI IN UNO, L’ETEROGENESI DEI SALVINI SI SALVA GRAZIE A ZAIA

Estratto dell’articolo di Alessandro De Angelis per “La Stampa”

 

Passerà alla cronaca (non scomodiamo la storia) come un caso di scuola di eterogenesi dei fini applicato a Salvini. L’eterogenesi dei Salvini. Perché, c’è poco da fare, la ghirba gliel’ha salvata Luca Zaia, il grande interprete di una Lega opposta rispetto a quella incarnata dal leader leghista.

 

[…]  Da un lato autonomia e pragmatismo, Draghi e gestione oculata del Covid, Europa e imprese. Dall’altro Ponte sullo Stretto e Le Pen, no vax e dazi, Putin e condoni per Napoli.

 

 

ROBERTO VANNACCI RICEVE LA TESSERA DELLA LEGA DA MATTEO SALVINI

Ecco, dicevamo, opposta. E anche mal tollerata senza neanche troppa dissimulazione. Ricordate quando Salvini, in piena campagna elettorale, dichiarò che avrebbe spedito l’ex governatore a Roma, dopo avergli impedito di formare una lista e dopo non averlo difeso sul terzo mandato?

 

Invece, proprio lui, Zaia, da capolista, evita col suo consenso quella che sarebbe stata una debacle per tutti. Ovvero, il sorpasso da parte di Fratelli d’Italia come era accaduto alle Europee dello scorso anno. Allora, il partito di Giorgia Meloni raggiunse il 38 per cento, tre volte la Lega. Risultato prevedibile del film che sarebbe iniziato: crisi di nervi, possibile processo interno, fine delle speranze di mantenere, quando sarà, un proprio candidato in Lombardia.

 

GIORGIA MELONI MATTEO SALVINI - BY EDOARDO BARALDI

Certo, rispetto alla volta scorsa, non c’è paragone. Nel 2022, la lista Zaia prese il 44 e la Lega il 16. Sommate, il 60 per cento, più o meno quanto ha raccolto Alberto Stefani con tutta la coalizione.

 

Però il 35 per cento del listone leghista, guidato dall’ex governatore e dai suoi uomini, consente di dire che la “ditta” non è fallita.

 

Insomma, facciamola breve. Il voto è la grande rivincita della “Lega nord” sulla Lega sovranista e vannacciana che, dopo la figuraccia in Toscana, conferma una sua flessione, rispetto alla volta scorsa, anche in Puglia e Campania.

 

luca zaia matteo salvini massimiliano fedriga attilio fontana

Politicamente parlando, la ditta si salva quando tutela il suo core business e quel principio identitario, su cui la Lega si affermò trent’anni fa. La contraddizione è politicamente enorme, perché della leadership investe linea, parole d’ordine e classe dirigente. Ora il tema è squadernato.

 

E non è questione di amarcord. Riguarda anche il ruolo da agire nel governo, di qui alle politiche: la sfida ideologica da destra a Meloni non funziona, il “sindacato di territorio” o, se volete, il “partito del Pil” consente invece di avere uno spazio sia di azione politica sia di rappresentanza di interessi.

 

LUCA ZAIA - ALBERTO STEFANI

Quanto e come potranno coesistere due partiti in un corpo solo? Il quesito nasce spontaneo guardando i numeri e le conferenze stampa separate di Zaia e Stefani (con Salvini). Probabilmente rimarranno in un corpo solo e la leadership, almeno fino al voto, non sarà in discussione.

 

Però non ci vuole Cassandra per prevedere che il partito del Nord costringerà Salvini, nell’immediato, ad essere meno arrendevole sui tavoli delle candidature.

 

Sul resto è lecito avere dubbi. Gli uni non sono mai stati molto inclini alla pugna e al “chiarimento”, l’altro finora si è sempre dimostrato incapace di cambiare schema.

giorgia meloni alberto stefani luca zaia umberto bossi LUCA ZAIA - ALBERTO STEFANI - MATTEO SALVINI GIANCARLO GIORGETTI LUCA ZAIA luca zaia lanca la sua campagna elettorale con un video creato con l'ia 6luca zaia lanca la sua campagna elettorale con un video creato con l'ia 7LUCA ZAIA alberto stefani dopo la vittoria 1luca zaia lanca la sua campagna elettorale con un video creato con l'ia 8luca zaia lanca la sua campagna elettorale con un video creato con l'ia 9LUCA ZAIA E ALBERTO STEFANIalberto stefani dopo la vittoria 3

Ultimi Dagoreport

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)

marina pier silvio berlusconi paolo del debbio giorgia meloni

FLASH – HA FATTO MOLTO RUMORE IL SILENZIO DI MEDIASET SUL CASO DEL DEBBIO: DAL BISCIONE HANNO LASCIATO CHE FOSSE IL CONDUTTORE, CARO A GIORGIA MELONI, A SMENTIRE I RETROSCENA SUL SUO ADDIO A RETE4 – IL MOTIVO? SEMBRA CHE A COLOGNO NON ABBIANO VOLUTO REPLICARE PERCHÉ AVREBBERO DECISO DI TAGLIARE LA TESTA AL TORO. NON ESSENDOCI UN CONTRATTO DA NON RINNOVARE (DEL DEBBIO È UN DIPENDENTE A TEMPO INDETERMINATO), AL MASSIMO C'È DA ATTENDERE LA PENSIONE - E INTANTO BIANCA BERLINGUER NON CI PENSA PROPRIO A SCUSARSI CON CARLO NORDIO PER LE PAROLE DI SIGFRIDO RANUCCI…

putin orban zelensky

DAGOREPORT – A PUTIN È BASTATO PERDERE IL CAVALLO DI TROIA IN UE, VIKTOR ORBAN, PER VEDER CROLLARE OGNI CERTEZZA: L’UCRAINA È NEL MOMENTO MIGLIORE DA QUATTRO ANNI A QUESTA PARTE ED È IN GRADO DI COLPIRE LA RUSSIA QUANDO E COME VUOLE – LA PARATA DIMESSA DEL 9 MAGGIO È LA PROVA CHE “MAD VLAD” VIVE A CHIAPPE STRETTE: CON LO SBLOCCO DEI 90 MILIARDI EUROPEI A KIEV (CHE ORBAN BLOCCAVA) E LA FORMIDABILE INDUSTRIA MILITARE UCRAINA, ORA È LA RUSSIA A ESSERE IN GROSSA DIFFICOLTÀ – IL “TROLLAGGIO” DI ZELENSKY, LA NOMINA FARLOCCA DI SCHROEDER (DIPENDENTE DEL CREMLINO) COME NEGOZIATORE E IL DISIMPEGNO DI TRUMP CHE ORMAI NON È PIÙ DECISIVO: GLI USA FORNISCONO SOLO AIUTI DI INTELLIGENCE, MA POSSONO ESSERE SOSTITUITI DAGLI 007 EUROPEI (SOPRATTUTTO BRITANNICI)

donald trump benjamin netanyahu attacchi iran

DAGOREPORT - IL PIÙ GRANDE OSTACOLO ALLA PACE IN MEDIO ORIENTE È BENJAMIN NETANYAHU -  TRUMP ERA PRONTO A CHIUDERE L’ACCORDO CON L’IRAN: AVEVA DATO IL SUO VIA LIBERA ALL’INVIATO STEVE WITKOFF PER METTERE UNA PAROLA FINE AL NEGOZIATO CON IL REGIME DI TEHERAN. A QUEL PUNTO, S’È MESSO DI TRAVERSO IL SOLITO “BIBI”: “LA GUERRA NON È FINITA, C’È ANCORA L’URANIO DA PORTARE VIA” - IL TYCOON E IL SUO ALLEATO ISRAELIANO HANNO UN “PROBLEMA” ELETTORALE: A OTTOBRE SI VOTA IN ISRAELE E A NOVEMBRE NEGLI USA PER LE MIDTERM. MA GLI OBIETTIVI SONO OPPOSTI: NETANYAHU PER VINCERE HA BISOGNO DELLA GUERRA PERMANENTE, TRUMP DELLA PACE A TUTTI I COSTI