ANCORA UNA VOLTA, TUTTI CONTRO OBAMA - REPUBBLICANI E (MOLTI) DEM SI OPPONGONO ALL’ACCORDO CON L’IRAN - E NETANYAHU MANDA UNA SQUADRA A LAVORARE CON GLI AMERICANI SUL TESTO DEFINITIVO

1. USA, DESTRA E SINISTRA ALL'ATTACCO DI OBAMA PER L'ACCORDO SULL'IRAN
Massimo Gaggi per "Il Corriere della Sera"

I repubblicani, dallo speaker della Camera John Boehner e dal suo «numero due», Eric Cantor, fino ai senatori John McCain, Lindsay Graham e Bob Corker, sono contrarissimi all'accordo di Ginevra. Con un altro esponente della destra, il senatore del Texas John Cornyn, che arriva ad accusare Barack Obama di aver fatto concessioni eccessive all'Iran sul nucleare solo per cercare, con questo accordo, di distogliere l'attenzione degli americani dal disastro di «Obamacare», la sua riforma sanitaria che ha fatto naufragio.

Ma per il presidente americano le cose vanno piuttosto male anche in casa sua, tra i democratici. Atteggiamenti di forte riserva o di opposizione all'accordo di sabato notte ci sono pure qui, soprattutto nell'ala filoisraeliana. E non si tratta certo di personaggi di secondo piano: duro il senatore Chuck Schumer, numero tre del partito al Congresso, duro il presidente della commissione Esteri della Camera, Robert Menendez, che preme per il varo di nuove sanzioni contro Teheran.

Menendez e Schumer nei giorni scorsi avevano inviato, con altri 12 senatori, una lettera a John Kerry nella quale invitavano il segretario di Stato Usa a non siglare alcun accordo che non sottraesse all'Iran la possibilità di costruirsi una bomba atomica.

L'intesa di Ginevra, invece, si limita a rallentare le capacità iraniane: l'arricchimento dell'uranio, ad esempio, potrà continuare anche se con un processo a più bassa intensità. Così, anche se in modo più diplomatico, prende le distanze dall'accordo anche Debbie Wasserman Schultz, la presidente del Democratic National Committee, l'organizzazione del partito democratico: una che dovrebbe avere come ruolo istituzionale il sostegno delle posizioni della Casa Bianca democratica. Fin qui la senatrice progressista della California Dianne Feinstein, capo della commissione parlamentare sui Servizi segreti, è l'unico esponente democratico di rilievo sceso in campo a favore dell'intesa di Ginevra.

Apparentemente, insomma, dopo le incertezze e poi il dietrofront sull'intervento in Siria e il disastro di Obamacare, la Casa Bianca si è infilata in un'altra operazione che rischia di essere fallimentare per il presidente. Apparentemente perché con ogni probabilità diverse di queste manifestazioni di ostilità nei confronti dell'accordo sono più di facciata che sostanziali. Molti parlamentari che per anni hanno garantito il loro pieno sostegno a Israele e che vengono seguiti con grande attenzione dall'Aipac, la potente «lobby» ebraica al Congresso, non se la sentono di abbracciare un accordo che a Gerusalemme viene giudicato «non uno storico accordo ma uno storico errore».

Obama, ieri a San Francisco, ha rivendicato l'importanza dell'accordo appena firmato: «È la prima volta che si pone un limite al programma nucleare iraniano in decenni». Il presidente ha sottolineato con orgoglio l'inizio di «una nuova era di leadership americana nel mondo», aggiungendo che «battere i pugni non serve alla sicurezza». Di certo, però, se l'Iran non rispetterà l'accordo, la Casa Bianca dovrà fronteggiare un'altra crisi interna. Anche se da un punto di vista sostanziale la durezza del Congresso potrebbe anche lasciare il tempo che trova visto che l'intesa di Ginevra non deve essere votata dai parlamenti dei Paesi (il cosiddetto 5+1) che l'hanno negoziata.

L'unico modo per mettere i bastoni tra le ruote del negoziato è quello di votare unilateralmente nuove sanzioni nei confronti dell'Iran. Il Congresso vuole farlo, è vero, ma i parlamentari democratici, Menendez in testa, precisano che, anche se venissero varate misure aggiuntive contro l'Iran, la loro applicazione sarebbe sospesa per almeno sei mesi: il tempo di verificare come Teheran applicherà le intese appena siglate.

Certo, un inasprimento delle misure punitive, anche se con un'applicazione sospesa, potrebbe avere conseguenze assai negative a Teheran, indebolendo l'ala dialogante del regime khomeinista. Ma fin qui non è successo nulla: l'Aipac voleva il varo delle nuove sanzioni prima dell'accordo di Ginevra. Il Congresso ha risposto con promesse e frasi battagliere, ma non ha votato nulla. E il ministro degli Esteri francese Fabius ha fatto sapere che il primo alleggerimento delle sanzioni potrebbe partire già a dicembre.


2. PROVVISORIO? L'ACCORDO CON L'IRAN HA GIÀ EFFETTI (SU ISRAELE E SUI SIRIANI) - NETANYAHU MANDA UNA SQUADRA DEI SUOI A LAVORARE CON GLI AMERICANI ALL'ACCORDO DEFINITIVO SUL NUCLEARE
Daniele Raineri per "Il Foglio"


L'accordo sul nucleare con l'Iran è provvisorio e durerà soltanto sei mesi, il tempo di lavorare a un vero patto, ma alcuni effetti laterali sono già definitivi. L'Amministrazione Obama e il governo israeliano hanno raggiunto la dissonanza più totale mai registrata nella storia delle relazioni tra i due paesi: domenica il segretario di stato, John Kerry, ha detto che l'accordo con l'Iran rende più sicuro anche Israele, il premier Benjamin Netanyahu lo ha definito "un errore storico" e il suo ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, "la più grande vittoria diplomatica della Repubblica islamica dai tempi della rivoluzione khomeinista".

Ieri Netanyahu ha annunciato di avere parlato con il presidente americano Barack Obama e di stare per inviare un team di israeliani a Washington per lavorare assieme all'accordo permanente con l'Iran. Potrebbe essere il primo segno di un cambio diplomatico. L'inviato a Gerusalemme del Wall Street Journal, Charles Levinson, spiega che tra i leader israeliani adesso ci sono due "competing camps", due scuole di pensiero in competizione tra loro.

Una che approva la politica dei toni durissimi di Netanyahu, che però finora ha messo Israele e non l'Iran in un angolo e che il giornale Haaretz definisce "la politica della petulanza perenne"; un'altra che chiede di cambiare approccio e di tentare di avere più voce in capitolo sull'accordo finale con l'Iran, che è quello che conterà davvero.

Dopo la conclusione all'alba dei negoziati a Ginevra - giunta relativamente in fretta - sono arrivati due retroscena da Associated Press e dalla giornalista Laura Rozen del sito al Monitor. Entrambe sostengono che americani e iraniani hanno trattato in segreto almeno a partire da marzo e che l'elezione a presidente di Hassan Rohani a giugno (entrato poi in carica ad agosto) ha accelerato gli incontri.

Molti dettagli si stanno aggiungendo di ora in ora, come per esempio che a guidare tutti gli sforzi dietro il sipario è stato William Burns, vicesegretario di stato. Uno dei punti che non sfugge a nessuno è che Washington trattava con l'Iran senza dirlo agli alleati, incluso Israele - ieri però Haaretz ha pubblicato un articolo che sostiene come l'intelligence israeliana fosse da mesi a conoscenza di questa diplomazia occulta.

"ECCO PERCHÉ NON HA COLPITO ASSAD"
I negoziati segreti tra America e Iran riguardano anche la questione siriana. L'inviata del Washington Post in medio oriente, Liz Sly riassume seccamente così su Twitter: "Nessuna meraviglia che l'America non abbia bombardato Assad, ora che si sa che stava negoziando con l'Iran". Viene da chiedersi se l'Amministrazione Obama non abbia sempre considerato la Siria una partita minore che non doveva in alcun caso pregiudicare la partita più importante, il raggiungimento dello storico accordo sul nucleare. Il governo di Teheran si considera lo sponsor più importante del presidente siriano Bashar el Assad e l'intervento armato americano dopo la strage con le armi chimiche a Damasco avrebbe interrotto qualsiasi trattativa.

Sabato il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo con informazioni micidiali sulla politica di Obama per quanto riguarda la Siria: l'Amministrazione era a conoscenza di attacchi limitati con armi chimiche da parte di Assad fin dal luglio 2012, ma ha sempre contato sul fatto che il presidente siriano fosse abbastanza furbo da non compiere stragi maggiori per non scatenare la possibilità di un intervento internazionale. L'intelligence americana intercettò anche gli ordini di attacco con armi chimiche contro la periferia di Damasco del 21 agosto - che fecero centinaia di morti - con tre giorni di anticipo, ma non li tradusse fino a quando non fu troppo tardi, proprio perché ormai era programmata su questa linea del "lasciamo correre".

L'Arabia Saudita, che assieme a Israele è l'altro grande oppositore del patto con l'Iran, ieri dopo un giorno di silenzio ha detto che l'accordo ad interim di Ginevra potrebbe essere "un passo, se c'è buona volontà". Il regno saudita sta facendo circolare la notizia assai meno laconica di un piano B: la sua uscita dal patto di non proliferazione e l'acquisizione di armi atomiche da parte del Pakistan, che si è dotato di un arsenale nucleare grazie all'aiuto saudita e si considera debitore strategico. Questo piano B è finito sulla Bbc a inizio novembre: è l'ennesimo avvertimento obliquo di Riad all'Amministrazione Obama.

 

 

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