“IO PRESIDENTE DELLA FIGC? CI STO PENSANDO, MI HANNO CONTATTATO GIA’ PRIMA DELLA PARTITA CON LA BOSNIA” – GIOVANNI MALAGÒ CERCA ALLEANZE PER VINCERE LA SFIDA CON ABETE ALLA PRESIDENZA DELLA FEDERCALCIO E CORTEGGIA I RAPPRESENTANTI DI ALLENATORI (ULIVIERI) E CALCIATORI (CALCAGNO) PROMETTENDO UN RUOLO DI PRIMO PIANO A UN GRANDE EX (PAOLO MALDINI) – “MEGALO’” VUOLE UN CONSENSO AMPIO PRIMA DI FORMALIZZARE LA CANDIDATURA. GRAVINA, PRESIDENTE USCENTE, SEGUE TUTTO E TACE. IL GOVERNO INVECE SCALPITA E FDI MINACCIA: “LA POLITICA NON STARÀ A GUARDARE”
È possibile dire che la sua candidatura alla Federcalcio sia ufficiale? “No, per niente. Si può dire che sto facendo delle valutazioni: sono stato contattato già prima della Bosnia e avevo risposto che non ero disponibile. Poi, nel giro di pochi giorni, le società coinvolte sono raddoppiate, arrivando a 19. Per anni hanno lottato per arrivare a undici: è anche una questione di credibilità e di rispetto”.
“Non penso di rivelare nulla di inedito. C’era apprensione, ma credo anche che lo stesso presidente Gravina abbia espresso la volontà di portare a termine il proprio mandato, nel pieno rispetto del consenso ricevuto e delle valutazioni, interne ed esterne, legate alla Federazione”.
LA MARATONA DI MALAGO’ E ABETE
Alessandro Bocci, Monica Colombo per il “Corriere della Sera” - Estratti
Due incontri, uno dietro l’altro, molti sorrisi, strette di mano e una certezza: il futuro presidente della Figc non sarà un calciatore. Pomeriggio di fuoco a Roma. Umberto Calcagno e Renzo Ulivieri, protagonisti del patto di ferro tra giocatori e allenatori in vista delle elezioni federali del 22 giugno, hanno incontrato i potenziali candidati: prima Giovanni Malagò e successivamente Giancarlo Abete.
MALAGO ABETE ALBERTINI PAOLO MALDINI
Il vertice, con l’ex presidente del Coni, è stato conoscitivo e esplorativo ed è, almeno a sentire i diretti interessati, andato benissimo. Una mezzora piacevole senza nessuna tensione. Del resto, Malagò sa come prendersi la scena. I tre si sono piaciuti. Anche se è presto per capire se davvero Aic e Aiac, che insieme garantiscono il 30 per cento dei voti e saranno determinanti nella corsa al vertice, si schiereranno con l’uomo scelto dalla Lega di serie A.
L’incontro con Abete, subito dopo, è stato leggermente più lungo, una quarantina di minuti e forse anche un po’ meno ingessato, favorito dal fatto che i protagonisti si conoscono da anni perché fanno parte della coalizione che ha portato alle elezioni di Gravina.
Con il capo dei Dilettanti si è parlato nello specifico della presidenza da offrire a un calciatore. Il discorso è stato affrontato e archiviato. Abete con realismo ha spiegato che la sua base elettorale non appoggerebbe una simile proposta. E lo stesso vale per le altre componenti. Aic e Aiac, che avrebbero portato avanti Demetrio Albertini o Damiano Tommasi, hanno preso atto della realtà. Abete però è pronto a inserire un giocatore nella sua squadra. Lo stesso discorso lo ha fatto Malagò: entrambi pensano a un possibile direttore tecnico che possa aiutare il c.t. nella fase di rilancio della Nazionale.
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La questione è aperta. Incontri interessanti, ma interlocutori. Malagò cerca un consenso ampio e per questo ha programmato riunioni con tutte le componenti per capire, prima di formalizzare la candidatura, quale sarà il punto di caduta. Abete è sceso in campo di getto in opposizione alla Lega di serie A.
Avrebbe preferito che prima si parlasse di programmi e poi di uomini e ancora sarebbe pronto a un passo indietro se con i potenziali alleati trovasse un programma condiviso e un nome da spendere.
Ma per adesso si muove e lavora come se il 22 giugno toccasse a lui sfidare Malagò. Poche parole, molti spifferi e qualche bluff. È il gioco delle parti. Gravina, presidente uscente e reggente, segue tutto e tace. Il governo invece scalpita. «La politica non starà a guardare», ha detto Paolo Marcheschi, capo gruppo di Fratelli d’Italia nella commissione cultura, spettacolo e sport. «Prima di cercare un nome dovremmo individuare qualcuno che abbia la forza di scontentare chi ha tenuto fermo il calcio agli anni Novanta.
Non serve una figura istituzionale di facciata, ma una leadership operativa che metta fine all’immobilismo. Non possiamo aspettare i tempi del pallone». Dimenticando che quelli della politica spesso e volentieri sono ancora più lunghi.



