CALCIO AL BUONSENSO - LE NUOVE REGOLE PER EVITARE VIOLENZE NEGLI STADI HANNO CREATO COSÌ TANTI VINCOLI, DIVIETI E PARADOSSI PER CUI ALLA FINE, ALLO STADIO, CI VANNO SOLO GLI ULTRÀ

Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani per il "Sole 24 Ore"

Esiste un mondo nel quale l'idea di individuo e di libertà sembra progressivamente venire meno. Un mondo chiuso, con un suo "diritto", dominato da principi opposti a quelli che dovrebbero informare i rapporti tra Stato e cittadino. Un mondo dominato da una burocrazia, pubblica e privata, che mostra il massimo di ottusità e cieco formalismo. È il mondo in cui si finisce quando viene il desiderio di vedere una partita di calcio.

Decidere di andare allo stadio significa abdicare ad alcune di quelle libertà civili faticosamente conquistate e in sostanza raggiunte quasi ovunque altrove. Ubbidendo al dogma della sicurezza, infatti, il legislatore e le federazioni sportive hanno approvato un dedalo di disposizioni con un comune denominatore, comprimere le libertà individuali, giustificandolo con la necessità di controllo dell'ordine pubblico.

L'obbligo della tessera del tifoso, le restrizioni nella assegnazione dei posti e nella frequentazione di alcune aree dello stadio, il divieto di portare con sé oggetti di uso comune, come un ombrello, o di manifestare il proprio tifo con banali sfottò, sono solo alcune delle imposizioni che disciplinano la "domenica sportiva".

Qualche caso può aiutare a capire il disagio. Il tifoso "medio" nell'acquistare il proprio abbonamento si trova subito ad affrontare la fatica burocratica supplementare di chiedere la tessera del tifoso. Poiché però dalla consegna della domanda al ritiro della tessera presso la banca - perché una banca? Lo vedremo tra un attimo - può trascorrere anche più di un mese, si imbatte immediatamente in tempi lunghi, che rischiano di fargli perdere le prime partite se non si è mosso con molto anticipo.

Ma, poiché la passione è tanta, egli non fa una piega. Quello che però trova davvero insopportabile è che, se nel corso del campionato una volta non riesce ad andare alla partita, non può nemmeno "prestare" il proprio abbonamento a un amico, a meno che anche costui non abbia la medesima tessera del tifoso. Il fatto è curioso, anche perché tale tessera non è necessaria per chi compra un singolo biglietto.

Ancora, se lo stesso tifoso, appassionato ma per nulla fanatico, si trova a trascorrere un fine settimana dove la propria squadra del cuore gioca in trasferta, la sua determinazione di praticare un po' di "turismo calcistico" è messa a dura prova. Cerca di acquistare il biglietto e gli viene risposto che, siccome è nato nella regione di provenienza della squadra ospite, lo può fare se ha la tessera del tifoso e solo nel settore riservato ai tifosi ospiti. Quello cioè dove trovano posto le tifoserie organizzate che assistono allo spettacolo in piedi, cantando tutto il tempo e che per uscire ed entrare "si devono attenere alle indicazioni fornite dal personale di servizio".

Il legislatore evidentemente presume che tutti i lombardi che intendevano vedere ad esempio la partita Sassuolo - Inter, fossero tifosi di quest'ultima squadra e tanto rissosi da dover essere rinchiusi in un unico recinto. E se l'incontro fosse stato Juventus - Inter? Un tifoso juventino, nato a Milano, avrebbe potuto assistere alla partita solo tra gli ultras avversari.

Infine, se il "nostro" ha la sventura di perdere l'agognata e preziosa tessera, poiché questa era incorporata in una carta di credito - per ragioni che sfuggono ai più - viene gettato in una sorta di girone dantesco di denunce da presentare, certificazioni da riproporre e attese senza certezze che fa desistere anche il più entusiasta, che abbia però una vita e delle occupazioni cui attendere fuori dallo stadio. Per inciso, proprio quel "tipo" di spettatore che ha progressivamente abbandonato gli impianti, riducendo a poco più di 23 mila presenze la media per le partite di serie A, come di recente evidenziato da Foschini e Mensurati su la «Repubblica».

Da questi pochi esempi emerge un dato: i rapporti fra Stato e cittadino sono improntati ai principi del sospetto, del controllo ossessivo e della sfiducia. La persona perde ogni individualità e il cittadino assume una sola dimensione portata al parossismo. Non esistono più persone normali che vanno allo stadio, ma, ad esempio lombardi, perciò solo interisti e perciò solo ultras.

Ciò non riguarda solo chi frequenta gli stadi, poiché il fenomeno è una buona dimostrazione di come si comporta l'apparato burocratico dello Stato. Di fronte a ogni allarme sociale lo Stato può reagire in due modi: introdurre disposizioni ad hoc, restando nei confini dei principi liberali, oppure creare un ennesimo diritto speciale dell'emergenza, con principi e regole diverse e spesso opposte a quelle generali. Nel nostro Paese si è troppo spesso seguita questa seconda via, preferendo una risposta simbolica e immediata a una più seria e meditata.

Questa prospettiva può spiegare anche la vicenda davvero bizzarra della discriminazione territoriale. La nobile e giusta ambizione di bandire dai campi sportivi espressioni e fenomeni razzisti ha condotto all'introduzione di divieti eccessivi e talvolta addirittura stravaganti.

Questo è il caso delle norme della giustizia sportiva che sanzionano in modo severo le società per comportamenti discriminatori di calciatori e tifosi basati, tra l'altro, sulla nazionalità o l'origine territoriale. Ignorando così secoli di rivalità territoriali che, se rimangono nei limiti della canzonatura, anche grossier, appartengono di diritto alla secolare tradizione del campanilismo nostrano.

Sono stati gli stessi ultras a prendersi gioco del facile mito della "tolleranza zero". Durante una partita, la curva interista ha dato una lezione di arguzia alle istituzioni, mostrando come il confine tra lecito e illecito passasse per aspetti tutto sommato marginali. Ha mostrato come il medesimo sfottò è ammesso se rivolto a tifoserie di città poste sulla stessa latitudine (nel caso, Verona), mentre è severamente sanzionato se la città degli avversari è molto più a sud.

Chiudiamo con una riflessione mesta. È certo ancora vero che "il grado di civiltà di una Nazione si misura osservando la condizione delle sue carceri", come scriveva Voltaire. Si parva licet, oggi per misurare tale indice proponiamo di guardare pure a un altro mondo, che sotto certi profili sembra divenire anch'esso "a parte": quello degli stadi di calcio. E le piccole angherie che abbiamo descritto non suggeriscono ottimismo.

 

 

ARRESTI DI MASSA DI ULTRAS LAZIALI A VARSAVIA il caso dei tifosi laziali arrestati varsavia passa al parlamento ue tifosi del legia varsavia a roma prima della partita con la lazio ARRESTI DI MASSA DI ULTRAS LAZIALI A VARSAVIA ultras_napoli_ULTRAS ZENIT SAN PIETROBURGO jpegLIBERTA PER GLI ULTRAS ultras Ultras atalantini bruciano auto della polizia durante la festa leghista Mastiffs di Napoli curva del Napoli ultras scontri

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